martedì, Giugno 15

Noi, italiani spregiatori dei tesori artistici Proviamo a vedere come va a finire con la defiscalizzazione delle donazioni

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Assediati dalle alluvioni
, con un terreno friabile come un wafer, sfruttato all’ennesima potenza da un’urbanizzazione selvaggia, una gestione miope dell’irregimentazione delle acque, un disboscamento ‘ando cojo cojo’, siamo ogni giorno più poveri. E non solo di denaro in tasca, ma, nel senso di collettività, di territorio.

Passiamo, sfiorandolo solo con uno sguardo distratto e persino venato di sufficienza attraverso un panorama di beni culturali che non ha eguali al mondo. Ne siamo letteralmente accerchiati ed è come se vivessimo nel deserto dei Gobi. E le calamità naturali, i cui esiti sono amplificati dalla nostra incuria, si accaniscono sulla sorte di tali meraviglie.

Riflettevo su questo, ieri mattina, quando l’Ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian, il professor Vaqif Sadıqov, nel corso di un incontro da cui sortirà un’intervista culturale per ‘L’Indro‘, si soffermava a raccontarmi, con orgoglio, della continuità, oltre 70 anni dopo, dei simboli di questo Stato libero e laico, nato nel 1991 dalla dissoluzione dell’Unione sovietica, mutuati da un’altra Repubblica dell’Azerbaigian, nata nel 1918,  all’indomani della Rivoluzione d’ottobre e, poi, nel 1920 riassorbita dai bolscevici.

Stemma, inno, bandiera; e poi le vestigia romane a pochi chilometri dalla capitale, Baku, fanno parte del DNA degli azerbaigiani. Com’è che noi, letterlmente accerchiati da tesori unici, non riusciamo ad amarli, a considerarli un volano economico che potrebbe salvarci dalla crisi che è soprattutto finanziaria e industriale?

Con la cultura non si mangia‘, è stata la spocchiosa parola d’ordine che Giulio Tremonti ha diffuso a macchia d’olio, facendo sentire noi, poveri colti e illusi di avere un valore aggiunto dall’aver studiato e dall’amare quelle vecchie pietre, quelle tele scolorite, quegli affreschi consumati dal tempo, quei bronzi invasi dal verderame, dei mentecatti aggrappati alle utopie.

Chissà come mai, ai tempi di questa incauta dichiarazione, Gaetano Quagliariello, Presidente della Fondazione Magna Carta e padrone di casa in un interessante convegno svoltosi ieri a Roma, al Tempio di Adriano, ‘Cultura e privati, oltre il mecenatismo‘ non abbia redarguito il suo compagno di polo governativo, dimostrandogli che aveva torto marcio.

Adesso che i tempi son cambiati e che Tremonti pare uno zombie con gli occhiali che, con l’inconfondibile erre moscia, tenta di riappropriarsi della ribalta politica, Quagliariello e la sua Fondazione presentano una proposta di legge che ha l’intento di trasformare il nostro tesoro a cielo aperto in un volano economico.

Ho ascoltato con grande attenzione molti interventi, in particolare quello di Dario Disegni, componente del CdA del Museo Egizio di Torino, illuminato manager culturale e mi hanno assai colpito le conclusioni tratte dal Ministro Dario Franceschini.Il quale, con un ragionamento incalzante, ha dimostrato che, in questi suoi mesi nella trincea dei Beni Culturali, sono stati sfatati un bel po’ di tabù e di pregiudizi che, finora, avevano appesantito la gestione di quel patrimonio che ci sta sotto gli occhi ma che non sentiamo appartenerci.

Compete allo Stato, diciamo, senza batter ciglio quando vediamo il solito bulletto che imbratta il travertino di una colonna antica con un pennarello col quale traccia il profilo del logo della squadra calcistica del cuore.
Compete allo Stato, insistiamo, quando, visitando Pompei, non ci stupisce che un turista mentecatto si procura come souvenir un pezzo di antico intonaco.
Compete allo Stato, è la risposta pronta alla vista del custode in pennica a Palazzo Reale a Napoli.
E’ quest’atteggiamento autolesionista che ci rende unici, altro che la grotta di Alì Babà spalmata sull’intera Penisola (isole e isolette comprese) che fa morire d’invidia tutti gli altri popoli, dai groenlandesi agli isolani di Tonga. E’ la nostra pervicace incapacità di prendere coscienza che lo Stato siamo noi e nessun altro.
Perciò siamo perennemente alla ricerca di un illuminato (a parer nostro, assai influenzabili e impressionabili) a cui affidare le nostre sorti come popolo. Prendiamo tramvate incredibili e stiamo sempre lì a cercare di mettere le toppe ai danni causati dal Vate di turno.

Ha ragione Dario Franceschini, quando dice che, ora che c’è la legge utile per defiscalizzare le donazioni per salvaguardare il patrimonio dei beni culturali, attende al varco tutte quelle grandi aziende che, quale alibi al proprio disinteresse a intervenire nella tutela e nel restauro, utilizzavano, appunto, l’assenza di tali norme favorevoli.
Ora ci sono ed il Ministro ha annunciato che, nella massima trasparenza, pubblicherà la lista dei monumenti e, accanto, i nomi delle imprese che s’impegneranno a sostenerli (il che farà brillare come un faro nella notte chi non c’è).

Non ci saranno più scusanti; così come sarà possibile compensare i propri debiti fiscali con la cessione allo Stato di opere d’arte di proprietà. Anzi, il Ministro ha persino istituito una Commissione d’esperti per l’expertise, per evitare che la crosta opera di una vecchia zia in vacanza a Cortina venga contrabbandato come un Renoir giovanile.
Saremo insensibili all’arte, ma sempre italiani grandi evasori fiscali siamo…

 

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