sabato, Ottobre 23

Noi e l'alta tecnologia

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«Fino ad oggi gli uomini hanno interpretato il mondo, ora è tempo che pensino a cambiarlo». Questa è una battuta di un testo teatrale su Tommaso Campanella, di svariati anni fa, al quale presi parte da ‘scritturato’ come attore. Battuta che mi è prepotentemente tornata alla mente, riguardo alla tematica  dell’articolo odierno. Con grande approssimazione, possiamo dire che il «fino ad oggi gli uomini hanno interpretato il mondo» allude a tutta la speculazione teologica e filosofica, nella quale il pensiero  umano si è sviluppato. L’osservazione della natura e la ricerca della armonia del mondo, trovava il suo fulcro nella ricerca indefessa di tentare di capire, e quindi poter ‘interpretare’. A un certo punto gli strumenti dell’indagine teologica e filosofica non furono ritenuti più sufficienti. Si arrivò ben presto al desiderio di ‘cambiarlo’ il mondo. Questo tentativo fu supportato, nel corso del tempo da valide argomentazioni politiche e di giustizia sociale. Con l’irruzione, nel quotidiano di ognuno di noi, della tecnologia, agli albori dell’ottocento, fino ad arrivare all’alta tecnologia dei giorni nostri, tutto è radicalmente cambiato.

Ritengo che si possa tranquillamente declinare gli antichi ‘interpretare’ e ‘cambiare’ con ‘rimpicciolire il mondo’. Con i mezzi oggi a disposizione, veramente tempi e spazi sono stati ridotti in maniera estremamente significativa. Questo argomentare, ha valore ovviamente per l’Occidente in senso lato, dove è nata ed è stata più pervasiva la presenza delle varie innovazioni. Basti pensare che fino a qualche decennio fa, c’erano persone in Italia che morivano senza mai avere visto il mare. Neanche in televisione. Cosa questa che oggi riguarda drammaticamente, molti dei disperati che si avventurano per il Mediterraneo alla ricerca di condizioni di vita migliore. In termini di ‘spazio tempo’, la tecnologia ha reso più ‘piccolo’ il pianeta. Ha reso possibile molte di quelle cose che rimanevano confinate nell’alveo della Fantascienza o dei romanzi ottocenteschi di Giulio Verne.

La rivoluzione informatica e tecnologica è inarrestabile. Ne avevano ben individuata la forza dell’impatto epocale che avrebbe provocato i Futuristi. Il 20 febbraio del 1909 veniva pubblicato sul quotidiano francese ‘Le Figaro’, da Filippo Tommaso Marinetti il Manifesto di Fondazione del Movimento Futurista. Oltre all’avere individuato i termini centrali della questione, entro i quali si sarebbe sviluppato il secolo nascente, e quindi il Futuro, con la pubblicazione degli altri Manifesti Futuristi, si andarono a individuare i settori delle Arti e delle Lettere, nei quali i nuovi canoni sarebbero andati a incidere. Ma i Futuristi affrontavano, con le loro teorie, prospettive anche, ad esempio per una cucina Futurista, o una Moda Futurista. Teorizzavano quindi non soltanto nuovi codici espressivi in tutte le Arti, dalla Pittura, al Teatro alla Poesia alla Letteratura, ma individuavano settori anche della vita minuta nei quali avrebbe avuto per contagiosa espansione, diritto di cittadinanza il nuovo verbo. A distanza di più di un secolo rimane sullo sfondo la intuizione complessiva di Marinetti e i suoi seguaci, aggiornata nei fatti dall’evoluzione della tecnologia in alta tecnologia e informatica. Abbiamo quindi oggi la possibilità di vestirci con abiti che si chiudono da soli, che si accorciano, si allungano, si restringono  grazie ad accorgimenti di alta tecnologia. Questo e altro è stato reso evidente alla Mostra della triennale di Milano New Craft alla Fabbrica del Vapore che rimarrà aperta fino al 12 settembre.

Una moda così concepita, va sicuramente a incidere rivoluzionandolo alla radice anche questo settore. Ciò che alla fin fine viene nei fatti messo in discussione dall’affermarsi dell’alta tecnologia, è proprio il concetto di lavoro, di artigianato. Non è più tempo di reazioni ‘luddiste’, ossia di distruzione dei nuovi marchingegni da parte dei lavoratori, a difesa del proprio operato, nel quale si vedevano soppiantati dalle macchine Il dubbio però rimane sempre lo stesso. Oltre le problematiche di natura occupazionale in questo dilagare tecnologico, quanta autonomia di creatività e responsabilità rimane all’Uomo nei processi produttivi? E una certa nostalgia malinconica fa capolino anche nei più attrezzati ad accogliere le innovazioni. In tal senso l’affermarsi del “vintage”, forse trova delle sue ragioni. Questioni di gusti. Ovviamente.

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