mercoledì, Ottobre 20

Nobel in economia: la farsa continua Anche nel 2021 il Premio è stato assegnato a tre studiosi americani (David Card, Joshua D. Angrist e Guido W. Imbens) nonostante il modello culturale economico abbia portato gli USA al caos

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Anche quest’anno puntualmente il Nobel in economia viene assegnato a tre studiosi (David Card, Joshua D. Angrist e Guido W. Imbens) degli Stati Uniti come ormai da sempre, ed incuranti del fatto che quel modello culturale ha portato gli Usa di fronte al caos. Eppure anche di fronte all’evidenza dei fatti ed alla richiesta di tanti che ne chiedono la moratoria, il premio finisce a studiosi di un Paese alla ricerca di se stesso ed a temi che non sono nell’agenda delle priorità. Ma proviamo a dare un senso a queste considerazioni.

Alfred Nobel morì in solitudine il 10 dicembre 1896 dilaniato dal timore che la sua scoperta della dinamite avrebbe potuto essere uno strumento di rovina e non di benessere per la società e lasciò il suo patrimonio in dono per la costruzione società ideale dell’uomo in grado di realizzare i valori universali della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà. In questo senso i premi dovevano testimoniare un valore universale esteso a tutti e rappresentano un momento di grande riflessione e di alto valore moraleLe volontà di Alfred Nobel sono chiarissime, senza possibilità di false interpretazioni. 

Nel tempo, però, queste indicazioni sembra si siano progressivamente offuscate a favore di criteri su certi premi – pace , letteratura ed economia –non sempre coincidenti con i desiderata di Nobel. Nel 1969 venne istituito il premio per l’Economia, non previsto da Nobel e finanziato dalla Banca di Svezia, tra molte controversie espresse proprio dagli studiosi di quella materia. In effetti, Nobel aveva previsto riconoscimenti per scienze misurabili – chimica , medicina , fisica- e premi improntati alla spiritualità dei sentimenti – Letteratura e Pace – mentre l’Economia, scienza sociale nuova arrivata, si collocava in un campo intermedio, ma il modello americano l’ha trasformata in una scienza esatta modificando in modo palese il suo DNA.

Dal 1969 a oggi gli statunitensi hanno fatto la parte del leone: nei cinquantatre anni di assegnazione dei Nobel per l’Economia hanno conseguito, uno o più di uno di loro, tre quest’anno, per oltre 50 volte il premio. Una monocultura senza contraddittorio. Solo in tre anni non hanno vinto (1969, 1974 e 1988) e la tendenza si è accentuata dopo la caduta del Muro di Berlino. Si è instaurato un sistema di relazioni tossiche tra politica, finanza e accademia che nel 2008 è infine esploso. Davvero si può pensare che l’anima di questo modello culturale sia in grado di ispirare sentimenti come la bontà, l’altruismo, la solidarietà, il rispetto dell’umano? La risposta la troviamo nei premi assegnati alla Letteratura con un’evidenza disarmante: infatti dalla fine degli anni Sessanta gli Usa, che sembravano onnipotenti, non hanno vinto nella sostanza alcun vero premio per la Letteratura. Toni Morrison (1994) esprimeva il dolore razziale delle minoranze, ora maggioranze, di colore; Saul Bellow (1976) e Isaac B. Singer (1978) erano espressione della cultura dell’Europa, dove avevano vissuto a lungo prima di trasferirsi negli Usa.

Gli altri premi in questi anni sono spesso andati Paesi diversi, in cui quel tipo di ‘benessere’ espresso dall’economia era assente o comunque non rilevante. due modelli culturali si oppongono senza possibilità di dialogo e di condivisione, perché gli interessi dell’economia e della finanza mettono al primo posto la massimizzazione dell’interesse personale e non il bene comune come Nobel voleva .

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Sull'autore

Fabrizio Pezzani è professore ordinario di Economia Aziendale presso l’Università L.Bocconi di Milano e distinguished professor presso la SDA Bocconi School of Management. Ha insegnato nelle Università di Parma, di Trento e di Brescia; è membro del comitato scientifico della Fondazione 'Centesimus Annus pro Pontifice' e di svariati Editorial Board di riviste internazionali di economia; è stato fino al 24 febbraio 2013 presidente del collegio dei revisori di Milano. E’ autore di contributi importanti sia a livello nazionale che internazionale sui temi dell’economia aziendale italiana fondata sulla realizzazione del bene comune, la sua lettura è ampia ed estesa ad altre scienze sociali. L’economia, in questa visione, è e rimane una scienza sociale e non una scienza esatta come oggi viene intesa.

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