sabato, Ottobre 23

No Triv: una nuova vita per l'energia italiana

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Domenica 17 aprile, 46.887.562 italiani sono chiamati alle urne per esprimersi sul referendum sulle trivellazioni, consultazione popolare lanciata su iniziativa di alcune regioni italiane. Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna,Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise sono state le promotrici del prossimo referendum abrogativo attraverso una proposta di referendum popolare sottoposta alle stesse regioni da due organizzazioni per la tutela e la salvaguardia dell’ambiente: il Coordinamento nazionale No Triv e l’Associazione A Sud Ecologia e Cooperazione ONLUS. Le suddette associazioni si sono avvalse del potere d’iniziativa che la Costituzione attribuisce alle regioni medesime e l’istanza, sottoscritta da 130 organizzazioni e da molteplici esponenti dell’opinione pubblica, è stata fatta pervenire in via ufficiale alle assemblee regionali il 3 settembre. Nella data dell’undici settembre 2015 la Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali ha approvato all’unanimità la predisposizione di proposta referendaria. Successivamente è stata formalmente accettata, tramite specifiche delibere , dai Consigli Regionali coinvolti che hanno visto il ritiro durante il mese di Gennaio dell’Abruzzo.

Il quesito referendario recita: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ‘Norme in materia ambientale’, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di Stabilità’ 2016)’, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?’». In parole povere si chiede se si voglia abrogare o meno la legge che permette di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo.

E’ necessario, per la giusta comprensione del quesito, chiarire alcuni elementi. A oggi non vengono più concesse nuove autorizzazioni per trivellazioni entro le 12 miglia, il Governo, infatti, come spiega Legambiente, «con un emendamento alla legge di Stabilità 2016 (che modifica il decreto legislativo 152/2006) ha vietato tutte le nuove attività entro le 12 miglia marine, ma ha mantenuto i titoli già rilasciati prevedendo che essi possano rimanere vigenti fino a vita utile del giacimento’», per tanto le società petrolifere titolari ad oggi di autorizzazioni entro le 12 miglia potranno proseguire con le attività già in corso fino all’esaurimento del giacimento – quindi anche dopo la fine delle autorizzazioni attuali, con una sorta di ‘proroga di fatto’.
Nel nostro mare, entro le 12 miglia, ci sono ad oggi 35 concessioni di estrazione di idrocarburi. Tre di queste sono inattive, una è in sospeso fino alla fine del 2016 (è quella di Ombrina Mare, al largo delle coste abruzzesi), cinque erano non produttive nel 2015. Le altre 26 concessioni, che sono produttive, sono distribuite tra il mare Adriatico, il mar Ionio e il canale di Sicilia, per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi.

Dato che l’attuale normativa, prosegue Legambiente, fa salvi tutti i titoli abilitativi già rilasciati e ancora vigenti, rientrano in questa categoria anche i permessi di ricerca presenti nell’area entro le 12 miglia marine. Sono nove, per un’estensione di 2.488 kmq. Quattro si trovano nell’alto Adriatico (3 sono attualmente sospesi in attesa di apposito decreto VIA che certifichi la non sussistenza di rischi apprezzabili di subsidenza; 1 risulta attivo con scadenza nel 2018); altri 2 permessi di ricerca ricadono nell’Adriatico centrale di fronte alle coste abruzzesi e sono momentaneamente sospesi; un permesso di ricerca si trova nella porzione meridionale della Sicilia, tra Pachino e Pozzallo, ed è attualmente sospeso; un altro permesso ricade di fronte la costa di Sibari e la data di scadenza è nel 2020; l’ultimo permesso ricade a largo dell’isola di Pantelleria ed è sospeso per problemi tecnici. Se vince il SI al referendum di domenica, alla scadenza delle Concessioni in esercizio (per tanto non immediatamente), le compagnie petrolifere dovranno obbligatoriamente cessare l’attività di estrazione da questi impianti. Se vince il NO, o se il referendum non ottiene il quorum, alla scadenza delle Concessioni, le compagnie petrolifere potranno, se lo riterranno utile, richiedere un prolungamento dell’attivitàQueste piattaforme, soggette a referendum, secondo i dati diramati da Legambiente, oggi producono il 27% del totale del gas e il 9% del greggio estratti in Italia (il petrolio viene estratto nell’ambito di 4 concessioni dislocate tra Adriatico centrale -di fronte a Marche e Abruzzo- e nel Canale di Sicilia). La loro produzione nel 2015 è stata di 542.881 tonnellate di petrolio e 1,84 miliardi di Smc (Standar metri cubi) di gas. I consumi di petrolio in Italia nel 2014 sono stati di circa 57,3 milioni di tep (ovvero milioni di tonnellate). Quindi l’incidenza della produzione delle piattaforme a mare entro le 12 miglia è stata di meno dell’1% rispetto al fabbisogno nazionale (0,95%). Per il gas, i consumi nel 2014 sono stati di 50,7 milioni di tep corrispondenti a 62 miliardi di Smc; l’incidenza della produzione di gas dalle piattaforme entro le 12 miglia è stata del 3% del fabbisogno nazionale»

Oltre alle attività delle associazioni No Triv anche il partito politico Possibile si era già battuto in passato per lo stop alle trivellazioni in mare, presentando un pacchetto di otto quesiti suddivisi in quattro macro categorie riferite: alla tutela del lavoratore, alla gestione delle attività elettorali con l’eliminazione dei capilista, delle candidature uniche e l’abrogazione della legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza, alla tutela della docenza e all’apprendimento ed infine una sezione dedicata alla riconversione dell’energia con l’eliminazione del carattere strategico delle trivellazioni e l’eliminazioni delle stesse trivellazioni in mare. Per questo motivo abbiamo deciso di approfondire questo argomento con l’Onorevole Giuseppe Civati, leader di Possibile, che ha spiegato il perché dell’adesione del suo partito al sì, prospettando un nuovo piano energetico basato sulle risorse rinnovabili.

Se dovesse vincere il sì a questo Referendum, quali conseguenze si avrebbero sulle politiche energetiche nazionali? 

Bè intanto io credo che il sì vincerà, la questione che resta ancora da capire è se si raggiungerà il quorum. La vera battaglia politica si è trasferita sul tema della partecipazione democratica, che non mi sembra irrilevante. E’ sorprendente che Renzi invochi l’astensione e penso che sia il primo caso nella storia repubblicana che lo faccia un Presidente del Consiglio soprattutto con quella forza e con quella nettezza. C’è un fatto democratico e un fatto politico che supera lo stesso tema referendario perché il quesito è tecnico e riguarda le trivellazioni in mare, però le ricadute sarebbero quelle di un forte segnale di un progressivo abbandono delle fonti fossili a favore di una strategia energetica basata sulle rinnovabili, sull’autoproduzione, sulla  possibilità che vi sia una vera e propria democrazia energetica.

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