lunedì, Novembre 29

No Green pass di Novara: insultanti o ignoranti? Siamo proprio sicuri che quella gente volesse dire quello che pare? Questi che scuola hanno frequentato?

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Sorvoliamo sulle immediate e pudiche ‘presa di distanza’ (chi sa che diavolo significa!) del sindacato dai comportamenti vomitevoli di un gruppo di ‘persone’ contrarie al certificato verde (green pass, se preferite), pur essendo vaccinati. Sono le solite manifestazioni di ipocrisia, quotidiane nel nostro mondo politico. Ma la questione dei manifestanti No Green pass di Novara, ‘spiritosamentevestiti come nei campi di concentramento, diventa una cosa serissima, anche a seguito di alcune dichiarazioni aberranti.

Trovo il riferimento ad un post di un amico su Facebook e ho voluto approfondire nemmeno molto, solo un pochino. Uno di quei manifestanti afferma perfino: «Noi accostiamo il Green Pass alla tessera del pane del 1925», che vuol dire innanzitutto insultare la memoria di coloro, nostri avi, che erano costretti a ciò per avere il lavoro, dato che il fascismo privilegiava i fascisti o meglio escludeva i non fascisti con tessera dal lavoro. Orbene, che in questo Paese le manie fasciste non manchino è un dato di fatto, ma accostare la certificazione verde alla tessera del Partito fascista mi pare un insulto difficilmente cancellabile.
Ma ciò che colpisce di più nelle dichiarazioni di quella gente è la motivazione che viene offerta circa la scelta di mascherarsi come in un campo di concentramento. Dice una organizzatrice, della quale non voglio fare il nome -ieri sospesa dalla struttura in cui lavora, l’ospedale di Novara-, a proposito della sceneggiata da campo di concentramento: «Concentramento nel senso di concentrazione: noi ci siamo concentrati in uno spazio, per manifestare il nostro dissenso. Non volevamo paragonarci ad Aushwitz, se avessi voluto scegliere un campo avrei scelto Dachau in cui c’erano i politici, tutte le minoranze». Siamo all’insulto di chi legge, siamo alla follia, ma anche, mi si perdonerà, ad una rozzezza culturale che grida vendetta. Perché la predetta manifestante aggiunge anche «È un fraintendimento. Non volevamo accostarci agli ebrei, ma in generale ai deportati»; quel ‘in generale ai deportati’ è sublime, o forse infimo. Ma l’idea di accostare i campi di concentramento alla concentrazione per stare insieme è il massimo dell’insulto, ma anche della scarsa coscienza di ciò che si dice.
Ripeto, un insulto gravissimo all’intelligenza di noi tutti che ascoltiamo quei vaneggiamenti (e già a Trieste ne abbiamo sentiti non pochi), che però suscitano una domanda molto più profonda e seria: ma siamo proprio sicuri che quella gente volesse dire quello che pare?
Voglio dire, che a me riesce difficile valutare fino a che punto quelle frasi sono solo espressione di arroganza e disprezzo per chi ascolta, al quale si pensa di poter propinare qualunque bestialità, o sono la manifestazione della ignoranza di queste persone. Ignoranza nel senso di incultura, nel senso di mancanza di scuola.

Comunque si guardi a questa vicenda, e talvolta anche ai commenti, il dubbio che assale chi sente queste parole è: ma questi che scuola hanno frequentato, che insegnati hanno avuto, che programmi hanno seguito?
Appunto. È un tema sul qual
e sono già intervenuto (anche di recente), specialmente da quando il nuovo Ministro della Pubblica Istruzione, parla e straparla di scuole tecniche, come unico e principale obiettivo del suo lavoro.
Finora, che io sappia, gran che non si è visto, ma i toni e gli argomenti sono molto preoccupanti, specie se visti nel quadro generale del nostro Paese. Nel quale, innanzitutto,
si continua a insistere sulla necessità di approfondire gli studi scientifici, intesi come scienze esatte e naturali, con toni, però, molto unilaterali. Basti pensare all’assurdo della scienza come unica verità, anzi, come verità, come ne parlò con un’arroganza straordinaria una senatrice a vita (ne scrissi). Ma si potrebbe citare molte altre circostanze in cui si sta facendo passare l’idea non solo che soltanto la scienza (quella esatta ecc.) può dire verità, ma anche che le uniche cose che meritano di essere approfondite sono quelle ‘scientifiche’. Già solo la scelta della parolaveritàdovunque, nella scienza come nella vita, è aberrante: equivale alla cancellazione dellacritica‘, che è il sale della scienza (di ogni scienza), ma specialmente il companatico della vita sociale.

Non sto facendo la solita discussione, molto datata, sulla continua marginalizzazione delle scienze umanistiche, e nemmeno mi cruccia particolarmente l’idea per la quale le scienze umanistiche non sarebbero ‘scienza’, ma mi cruccia moltissimo, anzi, mi terrorizza, appunto ciò di cui ho discusso più sopra. Che è il frutto avvelenato di una scuola artificiosamente paritaria, che peraiutarei meno fortunatiabbassa’ l’asticella della cultura. Questo frutto avvelenato, però, trova ahimè riscontro nei programmi scolastici e nel corpo insegnante sempre meno elitario e sempre meno scelto per concorso.

Mi colpisce molto e condivido alcune cose dette dalla professoressa Paola Mastrocola, quando con toni volutamente radicaleggianti dice, con una sintesi che le invidio: «meglio un corso sul Petrarca che uno sul bullismo», dove il richiamo è alla cultura che, in quanto posseduta, eviterebbe il bullismo. Perché il senso delle sue parole, se ben capisco, è quello che spesso ho rivendicato io, quello per cui la scuola deve formare cittadini, prima e più che persone formate allo svolgimento di un lavoro, magari sottopagato. Quest’ultimo è il sogno nemmeno tanto nascosto del nostro beneamato Ministro, ma, ne sono certo, anche della Ministra dell’Università. La professoressa Mastrocola, dice anche (di nuovo provocatoriamente) «Vorrei una scuola che insegnasse cose alte a tutti e non svalorizzasse così tanto le materie umanistiche », non «la scuola del marketing: di colpo ci sono gli utenti e le offerte. E domina il principio dell’utile: si studia ciò che è immediatamente ‘spendibile’, e tanti saluti a ciò che nutre solo lo spirito e la mente e il cuore. Che a dar vita a tutto questo sia stata la sinistra non cessa di stupirmi». Ma attenzione, aggiungo, per insegnare cose ‘alte’, non sono gli studenti che devono adattarsi, ma i docenti e i programmi, per superare quelle differenze sociali effettive, che possono impedirne la fruizione. La mia impressione è che la nostra scuola oggi, privilegi l’uscita in un mestiere, piuttosto che porsi il tema della civilizzazione.
Ma, e ripeto che ne sono terrorizzato, questo è esattamente il progetto di questo Governo. Dubito molto che il Governo, questo Governo, si ponga problemi simili, ma specialmente dubito assai, anzi,
escludo, che i due Ministri possano capire che il discorso della professoressa Mastrocola, come quello del professor Marco Del Giudice a proposito della scuola statunitense, dove, afferma il professore che lavora in una Università statunitense: «Il risultato è un’educazione al silenzio e al conformismo, che da un lato crea passività e fragilità, dall’altro può spingere a eccessi nell’altro senso. Un altro effetto drammatico è che la formazione viene politicizzata e schiacciata sul presente; si perde la prospettiva storica e la capacità di confrontarsi con il passato, se non con un atteggiamento di critica distruttiva a priori».
Ecco,
il mio timore è che si stia cercando di trasferire in questo Paese lo stesso conformismo acritico che caratterizza la scuola e l’Università statunitense e non solo. Colto o incolto che sia, il conformismo facilita certamente il Governo, il controllo, ma distrugge la civiltà.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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