lunedì, Agosto 2

Nizza, le falle nel sistema di sicurezza francese field_506ffbaa4a8d4

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Sono le 22.30 del 14 luglio. Sulla Promenade des Anglais, il viale sul lungomare di Nizza, la folla festeggia l’anniversario della presa della Bastiglia. Un camion bianco di 15 metri all’improvviso appare sulla Promenade e comincia a procedere a zig-zag alla velocità di 50 chilometri all’ora per uccidere quante più persone possibile. Raggiunge gli 8o. Prosegue così per due chilometri. Poi la Polizia francese gli spara e lo ferma. I morti sono 84, almeno 100 i feriti. Nessuna rivendicazione, al momento. Solo proclami compiaciuti dello Stato Islamico sui social media. L’attentatore, ucciso dalla Polizia, si chiama Mohamed Lahouaiej Bouhlel, franco-tunisino, 31 anni, nato a Sousse, in Tunisia.

Non era ricercato per terrorismo”. Il generale Luciano Piacentini, consigliere scientifico della Fondazione Icsa (Intelligence, Culture and Strategic Analysis), fa una prima analisi a caldo di quello che è avvenuto a Nizza. E sull’attentatore ha pochi dubbi. “Probabilmente non ha mai incontrato nessun uomo dello Stato Islamico, ma non ne ha avuto bisogno: ha raccolto il messaggio seduto davanti a un computer”.

 

Generale, secondo le informazioni disponibili in questo momento, cosa è successo a Nizza?

Quello che è successo è frutto della comunicazione operativa di Daesh, il sedicente Stato Islamico. Con ‘comunicazione operativa’ intendo una vera e propria strategia di comunicazione fatta di intelligence e guerra psicologica. Qualcosa che è sempre stato utilizzato da Stati e organizzazioni, sostanzialmente per reclutare adepti e far cambiare idea a chi sta contro di te. Questa comunicazione operativa non è solo farina del sacco degli jihadisti dello Stato Islamico che combattono in Siria e Iraq.  Ci sono affiliati occidentali che la elaborano: musulmani che sono nati o hanno studiato in Europa e occidentali convertiti all’Islam. Sono loro che hanno ideato questo tipo di comunicazione, fatta di terrore e scene macabre, come quelle che abbiamo visto tante volte nei video delle decapitazioni girati dallo Stato Islamico. L’obiettivo è politico, come quello dell’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) negli anni 80: incutere terrore per raggiungere obiettivi e fare adepti. A questi non resta che convertirsi da soli alla causa davanti a un Pc.

 

Perché gli attacchi terroristici continuano anche adesso, proprio quando lo Stato Islamico sta perdendo terreno in Siria e Iraq, oltre che in Libia?

L’espansione dello Stato Islamico non è limitata al suo territorio in Medio Oriente o in Africa. Ma soprattutto verso l’esterno: è come una metastasi che deve diffondersi in Occidente. L’odio viscerale per la nostra civiltà fa il resto: muove i cani sciolti.

 

Pensa che ci possano essere state falle nel sistema di sicurezza francese?

Ci sono delle carenze, è chiaro. La prima carenza è nell’intelligence. Per contrastare il terrorismo di matrice jihadista occorre prevenzione. Sono indispensabili alcuni elementi: un’intelligence che fa il suo mestiere, forze di polizia che si coordinano con l’intelligence e un governo che si mette d’accordo con l’opposizione per sconfiggere il terrorismo. Noi In Italia abbiamo capito come farlo all’indomani dell’assassinio di Aldo Moro, nel 1978. La Francia oggi paga soprattutto lo scotto della politica delle ‘banlieue’, quella politica che ha visto la luce all’indomani della fine della guerra d’Algeria: manca un processo di integrazione con gli immigrati. In Francia i musulmani faticano a trovare un’identità autoctona, spesso anche a trovare lavoro. E non dimentichiamo che la Francia non è un Paese ben visto in Nord Africa e in Medio Oriente: resta nella memoria di tutti il modo in cui ha diviso le colonie con la squadra. Sono cose che pesano ancora oggi. Per difenderci l’intelligence ha bisogno di ‘humint’, rapporti diretti con la popolazione locale in Medio Oriente, oltre che nel proprio Paese: è da lì che viene tutto. L’Italia ha investito tantissimo sotto questo aspetto. Sappiamo che la polizia francese aveva dato l’allerta pericolo attentati in occasione dei festeggiamenti per l’anniversario della presa della Bastiglia: ma non gli si è dato il giusto peso. Oggi parliamo di ‘sicurezza partecipata’, quella che parte dal singolo cittadino, passa per la polizia e arriva all’intelligence. Ogni volta che è necessario. Possibile che nessuno si sia chiesto che cosa ci facesse un camion di 15 metri sul Promenade a Nizza?

 

In Italia questa sorta di coordinamento esiste?

Ieri sera il Ministero degli Interni ha convocato il CASA (Comitato Analisi Strategica Antiterrorismo), nato subito dopo la strage di Nassiriya, alla fine del 2003. Forze di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, insieme ad Aise ed Aisi si sono incontrati e scambiati informazioni. La parte operativa sul territorio italiano spetterà alle forze di polizia. Questo tipo di coordinamento è operativo solo nel nostro Paese non ce l’ha nessun altro in Europa.

 

C’è una qualche relazione tra questi attentati e l’impegno della Francia contro Assad in Siria e al fianco del generale Haftar in Libia?

Sicuramente sì. Ma conta molto di più quello che la Francia sta facendo in Mali, dove ci sono gli uomini dello Stato Islamico che cercano di passare nel Fezzan francofono per raggiungere la Libia. La Francia ha alcune migliaia di uomini impegnate sul campo per contrastarli.  Per ricattare la Francia e tenerla sotto scacco, lo Stato Islamico ha un mezzo efficace:  gli attentati dei musulmani delle ‘banlieue’. La Francia si muove tanto all’estero e poco in casa. Questo si paga, sempre.

 

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