domenica, Maggio 16

Niente prigionieri

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 Tempo fa, uscendo dal mio studio, mi capitava spesso di imbattermi in un mendicante, accartocciato in un angolo della vetrina di una tabaccheria, la sera, e accovacciato un po’ più in là, di giorno, intento a leggere un grosso tomo. Un uomo dai lineamenti mediorientali e di età indefinibile, ma non vecchio e neanche particolarmente dimesso o sporco. Un emarginato: un malato di mente, una vittima della sfortuna, un consumato dalla disperazione o un poeta dell’ingiustizia? Non ho mai voluto saperlo, ma non credo avrei mai potuto in realtà, anche se talvolta il povero, staccati gli occhi dal libro, rispondeva amabilmente alle domande di qualche passante, incuriosito forse più dal romanzo aperto sulle ginocchia che non da quello chiuso nel cuore del barbone lettore (io stesso avevo sbirciato, senza fermarmi, il cubitale dell’autore: KEN…).

Dopo qualche settimana, lo straniero scomparve dal mio quartiere.

 Ammettiamo che egli fosse un malato di mente. È una definizione volutamente non ufficiale quella che qui voglio usare per lui, sparando così una coppiola al Codice e alla Dottrina, per illudermi d’essere un fedele dragomanno di quella solitudine esotica, e non un medico psichiatra.

Ammettiamo che egli fosse un disperato o un vinto: importa, per caso, perché o da chi? Al Giudice, forse, certo non a chiunque abbia voglia di tradurre il testo di un dramma altrui in parole a lui già note, e solo per questo intelligibili. Uso le mie, pur non conoscendo molto di quella specifica malasorte. In verità, la sfortuna non autorizza chiacchiere né a me, né a nessun altro fortunato, almeno per due motivi: non l’abbiamo sperimentata e non desideriamo neppure immaginarla abbracciata a noi; ma se io mi limito a inventare la storia, allora magari posso proporre una mia lettura breve del racconto lungo di cui tutti gli abitanti della Terra scrivono ogni giorno… una frase, un rigo appena.

 Che cosa spinge un uomo ad abbandonare tutto e tutti e a decidere di vivere ‘ai margini’, inseguendo, neanche sempre, la generosità degli altri, mostrando di sé il corpo in strada o sotto un ponte?

Evidentemente mille ipotesi si possono formulare e altrettante spiegazioni plausibili ne esaudirebbero il desiderio di verità. In ogni caso, chiunque abbia tempo, voglia e cuore, di quel mendìco potrebbe conoscere il solo bisogno materiale, non la sua ombelicale vera mancanza, dissimulata con occhi opachi e panni lerci da impostore; per giunta, egli non ha una dimora fissa e quindi ci impedisce di andare a fargli visita, semmai viene lui da noi.

Il luogo di un vagabondo, se pure per un periodo non cambia, ha sempre frontiere aperte e il suo abitante non ha nome. E per quanto si possa perlustrare un posto, esso resta comunque anonimo, a dispetto di ogni definizione topografica, se a viverci è solo un’anima ferita, non altrimenti identificabile. L’identità del soggetto richiedente è diffusa, e non potrebbe essere diversamente visto che la sua domanda d’amore è rivolta al mondo intero: per questo i poveri in strada non sono riconoscibili, né tanto meno individuabili in una relazione affettiva. Essi ci passano accanto, sfidando la nostra disattenzione o al massimo il nostro disagio, quando all’interno di un perimetro comune, per un momento il loro sguardo incrocia il nostro. Così, in quell’attimo gli occhi ci comunicano soltanto che non siamo noi l’altro che essi stanno cercando, anche se, per improvvisa bizzarria sentimentale, da parte nostra lo volessimo fermamente; comunque, dopo il colpo di fulmine, nessuna lettera d’amore potrebbe essere scritta e recapitata a un destinatario sconosciuto, senza nome né indirizzo.

Non ci resta che il tentativo di esplorare una sofferenza, esattamente come si farebbe con un luogo ignoto dove ci aiutano, e solo in parte, i criteri di orientamento messi a frutto in precedenti escursioni.

Per cominciare, chiediamoci se quella volta in cui noi siamo usciti da (da una sede scolastica o lavorativa; dalla camera matrimoniale o da quella di un albergo; da una chiesa o da un bar; da un ospedale o da una palestra), lo abbiamo fatto semplicemente per allontanarci, convinti di non avere più nulla da chiedere lì, o piuttosto soltanto per andare a cercare altrove, delusi o ferocemente arrabbiati, la conferma delle nostre ragioni e la verifica inappuntabile di un’identità, garantita e conchiusa da pochi elementi di distinzione: un certo lavoro, una personale grazia, un vero amico e un unico amore. Grazie a questi riferimenti, noi ricorderemo per sempre da chi o da cosa stiamo fuggendo, il giorno, l’ora e il nostro vestito, il posto e l’umore del cielo, proprio come invece mai niente di preciso potremo sapere di quel mezzo matto incontrato per strada; eppure, della sua storia tracciamo indolenti una rapida bozza, ignorando che il plot fantasticato è incardinato sulla nostra angoscia e non sulla sua. 

 Noi, infatti, a un certo punto ci siamo fermati e abbiamo ritrovato le lettere del nostro nome sillabate da nuove labbra, dimenticando ogni paura grazie alla conferma ricevuta, riscoprendoci orgogliosamente approdati a una scelta, effettuata per amore o per sfinimento, e più di tutto rassicurati dall’aver riconosciuto il nostro posto, a ricalco esatto dello spazio del nostro cuore. Se proviamo a immaginare quello spazio privo di pareti, aperto al mondo intero, dove liberamente vive l’apolide narcisista, il clochard, l’homeless o come si chiama, noi ci sentiamo in trappola, prigionieri agorafobici nel nostro stesso desiderio di vita.

Eppure, per sollazzo di psicologi poco originali, sociologi e dame di carità, noi possiamo facilmente distinguere il nostro pensiero da quello malato, tipico di depressioni imputabili a soprusi o violenze, a malattie figlie e matrigne di alcool e droghe, a sciagurati programmi di autoannullamento, a lotte ingenue e caparbie contro fantasmi infantili, a patologie misconosciute, a passioni perniciose e sbagliate o a mancanza d’amore…

Noi non riusciamo proprio a concepire come sana la volontà di vagare da un posto all’altro, con la nostra anima condannata a sopravvivere in una prigione senza sbarre, sospesa tra il bisogno e il sogno dell’altro. Ci fa difetto intendere, probabilmente, come e perché la protesta colpevole dell’emarginato conchiuda per lui l’unica possibilità che ha di non morire, se non lentamene, cioè di tirare a campare come diciamo noi, vergognandoci di essere felici. Il fatto è che il mendicante sente di avere un mandato da onorare, una missione da compiere, che egli identifica nel rifiuto perenne di cadere vivo in mano al nemico, e perciò gli fa credere di essere già morto, proprio simulando completo disinteresse per qualsiasi regola o luogo da condividere. Non lo consola, però, l’idea di poter deridere quelli che hanno abbassato la guardia e si accontentano della ‘Normalità’, perché il mentecatto non ha contezza dell’altro “narcisismo”, quello diffuso in tante singole unità spaziali e affettive che i prigionieri chiamano ‘umane relazioni’.

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