mercoledì, Aprile 14

Nicaragua, una Costituzione ad usum Ortega field_506ffb1d3dbe2

0

nicaraguaortega

Daniel Ortega ha raggiunto il suo obiettivo: l’Assemblea Nazionale del Nicaragua ha infatti approvato il progetto di riforma costituzionale che, fra i vari punti, prevede la possibilità di rielezione illimitata per il Presidente in carica. Fino ad oggi, infatti, l’art. 147 della Costituzione redatta nel 2003 affermava che «non potrà essere candidato a Presidente né Vicepresidente della Repubblica… chi ricopra o abbia ricoperto il carico di Presidente della Repubblica nel periodo in cui si tengano le elezioni per il mandati successivo, né chi l’abbia ricoperta per due mandati presidenziali»: il che è il ritratto politico di Ortega, attuale Presidente attualmente al secondo mandato consecutivo ed al terzo complessivo. La riforma costituzionale è stata fortemente voluta dalla fazione sandinista, maggioritaria in Assemblea, e si allinea al modello ‘bolivariano’: già il Venezuela di Chávez, infatti, aveva approvato per referendum la rielezione illimitata nel 2009.

Ciò che aveva reso grottesco il caso nicaraguense era che il limite costituzionale dei due mandati, che rendeva automaticamente illegittima la Presidenza di Ortega, fosse stato definito ‘inapplicabile’ dalla Suprema Corte di Giustizia attraverso la Risoluzione di Tutela n. 504/2009 che definiva lo stesso limite incompatibile con le condizioni di uguaglianza tra i cittadini espresse dalla stessa Carta Fondamentale: nel dichiarare Ortega non più eleggibile, la Costituzione era ‘incostituzionale’. E, tuttavia, proprio il divieto alla ricandidatura, o la sua limitazione a due mandati, è uno dei puntelli dei sistemi presidenziali nell’intero continente americano, da Ushuaia a Point Barrow. Anche in Argentina, Cile, Costa Rica e Uruguay, dove un limite numerico ai mandati non esiste, è necessario comunque un turno di allontanamento che impedisca il perpetuarsi al potere della stessa persona. Prima dell’approvazione in Nicaragua, solo Venezuela e Cuba avevano permesso questa possibilità.

Ma la ‘personalizzazione’ del Testo Fondamentale del Paese non si ferma a questo aspetto, assumendo anzi a tratti le sembianze di una Costituzione programmatica. È infatti previsto nella riforma anche il controverso progetto per un Canale Interoceanico, approvato a luglio ed affidato ad un magnate cinese, Wang Jing, sulle cui fortune si sa poco se non che sono strettamente legate a rapporti col Governo di Pechino – quel che potrebbe significare aver basato parte della legge di più alto rango del Paese sulla politica centroamericana di Xi Jinping. In realtà, sin dall’avvio dell’iter di approvazione, i deputati sandinisti hanno escluso questa possibilità, benché nell’Accordo Quadro tra Governo e HKND (la società appaltatrice) si dica espressamente (par. 9. che «è intenzione delle Parti che si effettui una riforma alla Costituzione e ad altre leggi nella necessità di garantire che le disposizioni [precedenti]costituiscano un obbligo legale, valido, vincolante ed esigibile dal Governo in virtù delle Leggi». Quasi un modo di prevenire la gragnuola di ricorsi di incostituzionalità presentati già ad agosto alla Corte Suprema contro la Legge 840, che concederà a Wang il controllo del Canale per cinquant’anni prorogabili: 32 solo nei primi due mesi, da parte di oppositori di ogni appartenenza politica.

Una prova di forza in chiave internazionale, benché legittima sul piano giuridico, sembra invece la decisione di inserire nel progetto di riforma le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia relative ai confini nel Mar Caraibico. È appena del 27 novembre la decisione del Governo di Juan Manuel Santos di convocare a consiglio la propria ambasciatrice a Managua, sostenendo che non si tratta di voler sfiduciare la Corte, né di non voler riconoscere la sentenza, bensì di «non poterla applicare»: una mossa diplomatica seguita alla richiesta alla Corte da parte del Governo nicaraguense perché si stabiliscano in maniera inequivocabile i confini marittimi fra i due Paesi. Nonostante i margini di incertezza sull’assegnazione definitiva degli spazi, però, il progetto appena approvato già pone al rango costituzionale le sentenze dell’8 ottobre 2007 e del 19 novembre 2012, così come la «determinazione futura di limiti attraverso accordi bilaterali o sentenze della Corte Internazionale di Giustizia che garantiscano la sovranità nazionale», secondo le parole del comunicato stampa ufficiale. In virtù di queste sentenze, quindi, la riforma parziale della Costituzione prevede che il Nicaragua confini «nel Mar Caraibico con Honduras, Giamaica, Colombia e Panama» e che «sovranità, giurisdizione e diritti del Nicaragua si estendono alle isole, isolotti e banchi adiacenti… in conformità con la legge e le norme di Diritto Internazionale e alle sentenze emesse dalla Corte Internazionale di Giustizia» (art. 10).

Da ultimo, uno dei punti più contestati in questo mese di deliberazione è stato quello che attribuirà possibilità di incarichi istituzionali a elementi dell’esercito, con l’eccezione delle cariche ad elezione popolare. Secondo il Presidente dell’Assemblea, il veterano sandinista René Núñez, «i nostri militari e poliziotti hanno una formazione accademica solida in diversi settori» che potrebbe essere d’aiuto all’esecutivo: di sicuro, le forze armate sono stati d’aiuto nel dare il primo assenso al progetto di riforme, agli inizi del mese scorso. Un chiaro segnale di sintonia col Governo, che per gli oppositori del progetto di Ortega sembra riportare il Paese al periodo precedente il 1995, quando le riforme costituzionali attuate sotto il Governo di Violeta Chamorro annullarono le condizioni che avevano permesso all’attuale Presidente, suo predecessore, di godere di un controllo pressoché assoluto su politica ed esercito nazionali. Un controllo che, secondo l’opposizione odierna, Ortega già esercita, essendo il Frente Sandinista ben radicato in tutti i maggiori gangli del sistema istituzionale nicaraguense: dalla maggioranza dei municipi sino appunto alla Presidenza.

È chiaro, insomma, che una riforma costituzionale così ‘rafforzativa’ del potere personale di Ortega non poteva non sollevare le proteste di chi già criticava aspramente la deriva anticostituzionale del sandinismo: perché, in effetti, è difficile parlare di riforma parziale della Costituzione quando gli articoli toccati sono ben 43 e il propositore è costantemente tacciato dalla stampa avversa, per le ragioni sopra descritte, ‘presidente incostituzionale’. La deriva è segnalata da diversi settori della popolazione, dai manifestanti che hanno sfilato davanti alla sede del Congresso al grido di «democrazia sì, dittatura no» ed altri cori anche più grevi riguardo all’uso della Costituzione da parte del Governo, alla Conferenza Episcopale, che ha sottoposto un documento all’Assemblea in cui si paventa il ritorno ad un regime simile a quello di Anastasio Somoza. «Consideriamo che l’attuale proposta di riforme alla Costituzione», sostenevano i vescovi del Nicaragua, «vista nel suo insieme sia orientata a favorire l’instaurazione e la perpetuazione di un potere assoluto, esercitato da una persona o da un partito in maniera dinastica o per tramite di un’oligarchia politica ed economica».

Paradossalmente, tra i manifestanti c’è anche chi, sentendosi oppresso dalla politica di Ortega, si dichiara somozista. In ogni caso, il rischio rimane quello: una deriva personalistica ed autoritaria, fondata su quel modello caudillista in contrasto al quale sorsero le limitazioni alle candidature presidenziali presenti in tutta la regione latinoamericana. Che questo accada per mano di quel Frente Sandinista che aveva lottato contro una dittatura come quella di Somoza, può risultare perciò paradossale, a meno di non voler considerare le defezioni patite sin dalla presa del potere, come ad esempio quella del teologo della liberazione Ernesto Cardenal. La riforma, tuttavia, è ormai praticamente un fatto, dovendo solo passare per la formalità della ratifica parlamentare di gennaio. Dopodiché, coerentemente con la motivazione data dal Presidente Ortega alla riforma («Il diritto ad eleggere le proprie autorità non può essere limitato. È il popolo che deve decidere»), sin dalle elezioni del 2016 sarà quindi il popolo del Nicaragua a decidere delle sorti dell’’orteguismo’.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->