mercoledì, Agosto 4

Nicaragua: un Paese in stallo Gli scontri degli ultimi mesi, quindi, sarebbero l'esplosione di una tensione tenuta per troppo tempo sotto pressione

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In Nicaragua, negli ultimi giorni, si è avuto un ulteriore aggravarsi della crisi politica iniziata lo scorso 18 aprile. Nuovi scontri tra manifestanti e Forze dell’Ordine, principalmente nella città di Masaya e nella Capitale, Managua, hanno fatto salire a circa duecento il numero dei morti; tra le vittime ci sarebbe anche un bambino colpito da una pallottola vagante.

Gli scontri, sono cominciati con il varo di una serie di riforme che, lo scorso 18 aprile, hanno colpito soprattutto il sistema sanitario del Paese. Allo scontento popolare si è subito aggiunta l’azione dei gruppi di opposizione, degli studenti universitari e delle associazioni per i diritti umani. La protesta ha rapidamente investito tutta la politica del Governo e, in particolare, la figura del Presidente, Daniel José Ortega Saavedra.

Danel Ortega è stato un personaggio chiave nella Storia del Nicaragua. Attivo come oppositore clandestino del dittatore Anastasio Somosa Debayle dal 1962, dopo la sconfitta di quest’ultimo, ha guidato una prima volta il Paese dal 1985 al 1990. In seguito, è stato il principale esponente dell’opposizione, prima di tornare a Governare nel 2006 ed essere riconfermato nel 2016. Nonostante la sua biografia da rivoluzionario, dal 2006 a oggi, Ortega è entrato molto a fondo nel ruolo dell’uomo di potere, tanto da accentrare nelle proprie mani e in quelle dei membri della propria famiglia una grande quantità di importanti cariche politiche, tanto da avere, nei fatti, il controllo totale dello Stato. La sua figura e quella del Vice-Presidente, sua moglie Rosario Murillo Zambrana, è al centro di un gran numero di accuse da parte delle opposizioni che lamentano i metodi clientelari e la feroce repressione del dissenso.

Gli scontri degli ultimi mesi, quindi, sarebbero l’esplosione di una tensione tenuta per troppo tempo sotto pressione. Da un lato, i giovani manifestanti si barricano bloccando le strade e producono mortai artigianali con cui colpire i governativi, dall’altro, le Forze dell’Ordine, appoggiate secondo alcune fonti anche da gruppi paramilitari, non si fanno scrupolo a sparare ad altezza uomo.

Gli scambi di accuse reciproche non mancano. Per i manifestanti, il Governo, anziché tentare di calmare la situazione, avrebbe dato alla Polizia Nazionale (guidata dallo stesso Ortega) ordine di reprimere ancora più duramente gli oppositori, accusati di essere dei semplici facinorosi e, in tal modo, innalzando il livello di odio reciproco e di violenza. Dall’altra parte, il Governo non riconosce legittimità alle proteste di piazza e sostiene che le violenze siano state provocate da agitatori, responsabili della maggior parte delle morti degli ultimi mesi; inoltre, il Governo nega categoricamente che ci siano gruppi paramilitari in azione.

La morte del piccolo Tailer Lorio Navarrete, colpito da un proiettile vagante, è diventata subito occasione di nuove accuse reciproche, con i manifestanti a sostenere che il proiettile sia partito da un’arma della Polizia e le Autorità che negano fortemente.

In un primo momento, mentre gli scontri andavano avanti, era stata tentata una mediazione, con la Chiesa Cattolica nicaraguense che ha tentato di svolgere il ruolo di pacere tra le parti. Nei giorni scorsi, la richiesta di far intervenire nel Paese delle organizzazioni umanitarie internazionali è stata accettata dal Governo di Managua: in Nicaragua, quindi, dovrebbero arrivare uomini della  Comisión Interamericana de los Derechos Humanos (CIDH: Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani), legata alla Organización de los Estados Americanos (OEA: Organizzazione degli Stati Americani), dell’Alto Commissariato per i Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite, nonché dell’Unione Europea. Lo scopo di questa missione internazionale sarebbe quello di verificare la dinamica dei fatti, evitare ulteriori spargimenti di sangue, accertare le responsabilità per quanto accaduto fin’ora e, eventualmente, agire di conseguenza.

Nonostante il Governo abbia accettato ormai da alcuni giorni la presenza degli osservatori internazionale le opposizioni lamentalo il fatto che le richieste ufficiali non siano ancora partite alla volta degli uffici di OEA, ONU e UE. Le Autorità assicurano che si tratta di semplici ritardi burocratici ma l’atmosfera politica si è talmente incattivita che le opposizioni non credono più alla buona fede del Governo e chiedono ufficialmente le dimissioni di Ortega e della Murillo.

Anche associazioni internazionali come Amnesty International hanno rilevato un uso indiscriminato della forza da parte della Polizia Nazionale. Il risultato finale è un isolamento internazionale del Governo nicaraguense.

Ortega ha naturalmente rifiutato di fare un passo indietro e ha accusato le opposizioni di ordire un complotto ai danni del Governo e dello Stato. Nonostante le proteste, infatti, Ortega può comunque contare su un sostengo ancora piuttosto ampio in larghi strati della società: le elezioni del 2016, che ne hanno vista la riconferma alla Presidenza, sono state sì caratterizzate da una altissima astensione, ma hanno anche visto il Presidente vincere con il 72% dei voti (un aumento notevole rispetto al 38%  del 2006). Il Nicaragua, dunque, risulta un Paese spaccato in due, in cui la politica è in una situazione di stallo, incapace di trovare una soluzione diplomatica o di dare una svolta allo scontro. Nelle strade, intanto, gli scontri vanno avanti.

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