lunedì, Novembre 29

Nicaragua: Ortega mette in crisi il continente americano Il problema Ortega, apre il vaso di Pandora, quello della democrazia che si sta erodendo in tutta l'America Latina. Il Nicaragua è solo un punto caldo in una regione travagliata. Ortega aspetterà di vedere come «soffieranno i venti» a livello internazionale per tutto il mese di novembre prima di decidere cosa fare

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Domenica 7 novembre, il Nicaragua ha votato per eleggere il suo nuovo Presidente.

Il Consiglio Supremo Elettorale del Paese ha dichiarato che l’affluenza alle urne è stata del 65,23%. Dallo scrutinio di quasi tutte le schede, il nuovo Presidente sarà, per la quinta volta, ancora il sandinista settantaseienne Daniel Ortega, con circa il 76% dei voti. Ancora lui, esattamente come previsto, esattamente come progettato nei mesi scorsi con l’incarcerazione di tutti i sei candidati che a lui si opponevano e che avevano serie possibilità di vincere. Ortega ha gareggiato contro sei contendenti, chiamati ‘Candidatos zancudosnel gergo popolare, visto che il loro ruolo è stato quello di aiutare a far sembrare il voto meno truccato. Vicepresidente, ancora e sempre, la moglie, Rosario Murillo.
La coppia presidenziale ha ora davanti a sé altri anni di potere incontrastato, a meno che qualcosa nel Paese, o forse nel subcontinente, accada.

Subito dopo il voto, si sono registrate le prese di posizioni dei diversi Paesi. Domenica stessa, il Presidente USA Joe Biden ha detto che «è stata un’elezione pantomima che non era né libera né giusta, e sicuramente non democratica». L’Unione Europea, affermando che le elezioni «completano la conversione del Nicaragua in un regime autocratico», non riconoscerà l’esito elettorale, come il Regno Unito. Quasi tutti i Paesi dell’America Latina hanno considerato il voto una ‘farsa’, primi tra tutti Colombia, Cile, Costa Rica. Gli ex presidenti di Brasile, Fernando Henrique Cardoso, del Costa Rica, Laura Chinchilla, della Colombia, Juan Manuel Santos, del Cile, Ricardo Lagos, e Kevin Casas Zamora, Segretario Generale di International IDEA, in una lettera aperta hanno respinto la rielezione e chiesto ai governi della regione di ignorare i risultati e isolare Ortega.
A sostegno esplicito di Ortega, solo Russia, Venezuela, Cuba, Iran, Cina.
Sia l’Unione Europea che gli Stati Uniti avevano già imposto sanzioni agli alti funzionari nicaraguensi, compresi i membri della famiglia Ortega-Murillo, ora sarebbero pronti a imporre ulteriori restrizioni.

Testimonianze raccolte da ‘CNNriferiscono di strade deserte e seggi elettorali vuoti, mentre la diaspora nicaraguense manifestava in tutto il mondo, da San José, a Miami, a Madrid. SecondoUrnas Abiertas, un gruppo di osservatori elettorali della società civile, i tassi di astensione sono stati in media superiori all’80% in tutto il Paese, «il che equivale a un boicottaggio del processo elettorale che diversi nicaraguensi hanno descritto in prima persona», afferma l’emittente americana. C’è da considerare che, secondo un rapporto Gallupdell’ottobre 2021, nei sondaggi d’opinione tra i nicaraguensi, tra maggio e settembre, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) di Ortega ha perso 8 punti di gradimento, Ortega in prima persona come Presidente ne ha persi 14. Non bastasse, il sondaggio realizzato su di un generico candidato dell’opposizione, questo è salito di 26 punti in quattro mesi, il che significa che secondo Galloup, in uno scontro elettorale tra un candidato qualsiasi dell’opposizione e Ortega, il primo avrebbe avuto la meglio sul Presidente con un 65 a 19.


La vittoria di Ortega consolida il modello politico sempre più repressivo che ha costruito negli ultimi anni, commentano gli osservatori.

Il Nicaragua «ha alle spalle una lunga storia di dittature. I deficit democratici sono stati la norma per la maggior parte del XX secolo. Il V-DEM Institute (Varieties of Democracy), un istituto di ricerca indipendente svedese, con sede nel dipartimento di scienze politiche dell’Università di Göteborg, istituto che valuta la qualità della democrazia nel mondo, colloca il livello repubblicano nicaraguense a livelli molto bassidurante i primi 80 anni del secolo. I Somoza rimasero al potere per quasi quattro decenni fino a quando non furono rovesciati dalla rivoluzione sandinista nel 1979», afferma Carmen Beatriz Fernández, docente di Comunicazione politica presso l’Università di Navarra, l’IESA (Venezuela e Panama) e l’Università di Pforzheim (Germania), nella ricostruzione del travaglio politico del Paese.
Ortega è salito al potere come parte dei ribelli sandinisti che hanno rovesciato la dinastia Somozae hanno combattuto contro i Contras sostenuti dagli Stati Uniti durante gli anni ’80.
Nel 1984 si sono svolte le prime elezioni democratiche nel Paese. Daniel Ortega si è candidato alla presidenza, con lo scrittore Sergio Ramírez candidato come vicepresidente.
Eletto per la prima volta nel 1985, lasciò la presidenza con le elezioni del 1990, che portarono Violeta Chamorro alla guida del Paese. Daniel Ortega è poi tornato al potere nel 2007 con il 38% dei voti popolari -il sistema elettorale nicaraguense non prevede il ballottaggio, per tanto il Fronte Sandinista di Ortega è tornato al potere legittimamente in quanto il gruppo più grande della minoranza. Da allora ha demolito i limiti del mandato presidenziale, il che gli ha permesso di continuare a candidarsi. E ciò con sua moglie, Rosario Murillo che è diventata il volto e la voce dell’Amministrazione Ortega. Nel corso degli anni, la coppia ha consolidato il potere, nominando fedelissimi ai vertici del governo ed esercitando una presa sempre più stretta sulla sfera sociale e politica del Paese.
Il 18 aprile 2018, il Nicaragua è precipitato in una delle crisi politiche e sociali più tragiche della sua storia contemporanea. La firma di un decreto presidenziale che ha riformato l’Istituto di previdenza sociale, ridotto le prestazioni pensionistiche e aumentato i contributi, ha scatenato una grossa ondata di proteste che si sono diffuse in tutto il Paese. Il malcontento si trasformò rapidamente in una vera e proprio insurrezione civica con richiesta delle dimissioni di Ortega e di elezioni anticipate. Insurrezione repressa nel sangue dalla Polizia, alla quale si sono aggiunti gruppi armati armati filo-governativi, criminali travestiti da agenti. Il bilancio è stato drammatico: 322 morti, migliaia di feriti, centinaia di manifestanti e attivisti ancora detenuti.
I fatti del 2018 hanno accelerato la costruzione,iniziata nel 2007, del potere dittatoriale, secondo gli storici che hanno ricostruito quei mesi e le conseguenze politiche. Il V-DEM gestisce, tra gli altri indicatori, l’Indice elettorale, che si basa sul concetto di Dahl’s Polyarchy. Seguendo questo indicatore qualitativo della democrazia, Ortega, dal suo secondo arrivo al potere, nel 2007, ha riportato l’indice quasi al livello in cui lo aveva lasciato Somoza.

Con il voto di domenica 7 novembre, la democrazia in Nicaragua si è ulteriormente deteriorata. Il binomio Ortega-Murillo, afferma la nota giornalista Claudia Herrera Pahl, «nei libri di storia, ha già il titolo di dittatori senza scrupoli, responsabili di aver sepolto la democrazia in Nicaragua e di aver posto il Paese all’angolo tra Cuba, Venezuela e Corea del Nord». Il Nicaragua, «Paese dalla coscienza collettiva confusa, in cui i rivoluzionari di ieri sono i dittatori di oggi, in cui i guardiani di Somoza erano anche quelli dei Contra e ora sono -non tutti, ma tanti- le comparsas di Ortega, difficilmente potrà cambiare presto il suo destino. Il DNA del Nicaragua continuerà a generare Ortegas e Murillos, forse non così colorati, ma con il loro marchio inconfondibile. Fermarli sarà molto difficile».

Il dopo voto non è scontato. Intanto non è da sottovalutare la possibilità queste elezioni chiaramente truccate possano riaccendere la rabbia pubblica. E in quel caso il rischio di violenze simili a quelle del 2018, da parte della Polizia, non sono da escludere a priori.
Al centro dell’attenzione, ora c’è la reazione a livello internazionale e le sue conseguenze politiche ma soprattutto economiche.
La maggioranza della comunità internazionale ha considerato fraudolente le elezioni, e al momento Ortega ha il sostegno di Cuba, Venezuela, Russia, Iran, Cina e pochi altri. Oscar René Vargas, sandinista dissidente e analista politico, afferma che Ortega aspetterà di vedere come «soffieranno i venti» a livello internazionale per tutto il mese di novembre prima di decidere cosa fare. Aspetterà, afferma Vargas, i risultati delle elezioni in Honduras (dove il suo alleato Juan Orlando Hernández è in corsa per la seconda rielezione consecutiva il 28 novembre) e l’esito delle elezioni comunali in Venezuela (il 28 novembre), poi deciderà cosa fare.
Altro dato che attenderà, sarà la portata delle nuove sanzioni dagli Stati Uniti e dall’Europa.

Gli Stati Uniti nei giorni scorsi hanno approvato una legge per aumentare le sanzioni contro Ortega, e per una possibile revisione dell’accordo di libero scambio. Ma la decisione sul come comportarsi con Ortega per gli Stati Uniti in particolare, ma anche per l’Europa, non sarà facile.
Il blocco da parte USA dell’accordo di libero scambio impoverirebbe ulteriormente il Paese, che è già tra i più poveri del subcontinente, con conseguenze molteplici, tra queste, la crescita dei flussi migratori, verso il Costa Rica in primo luogo, ma poi anche verso altre destinazioni, e tra queste gli USA. Si stima che circa 100.000 persone abbiano già lasciato il Paese, tra loro molti intellettuali e giornalisti. Il flusso di uscite dal Paese è cresciuto nel corso del 2021 e si ritiene che proseguirà a crescere nei prossimi mesi, non ultimo anche per la situazione economica in cui versa il Paese.
Altro elemento che rende difficile prendere una decisione per Washington è che Ortega, messo alle strette dai Paesi occidentali, potrebbe gettarsi tra le braccia della Cina (anche se ha rapporti diplomatici con Taiwan), dell’Iran, o rafforzare i suoi rapporti con la Russia.
Dall’altra parte, sostengono gli esperti, se gli Stati Uniti non fanno nulla contro Ortega, potrebbero motivare gli altri presidenti del Triangolo Nord del Centroamerica a cambiare le regole della democrazia e magari perpetuarsi al potere.


Il problema Ortega, infatti, apre il vaso di Pandora, quello della democrazia che si sta erodendo in tutta l’America Latina. Il Nicaraguaè solo un punto caldo in una regione travagliatain cui l’impegno diplomatico, in particolare degli Stati Uniti, ha bisogno di un ripensamento. «Da nord a sud, la pandemia di Covid-19 ha accelerato la tendenza dei caudillos regionali a conquistare la scena politica e ad agire per indebolire i controlli e gli equilibri democratici», afferma, dalle colonne della ‘CNN‘, Stefano Pozzebon, giornalista freelance, ottimo conoscitore dell’America Latina. Secondo un sondaggio di Latinobarometro, «meno del 50% dei latinoamericani intervistati nel 2020 afferma che la democrazia è preferibile a qualsiasi altra forma di governo e più di uno su dieci sostiene apertamente un regime autoritario». Il sostegno all’autoritarismo «è più forte nelle generazioni più giovani, ha mostrato il sondaggio, con il 49% delle persone di età compresa tra 16 e 25 anni che afferma di sostenere un regime autoritario o di essere indifferente alla forma di governo. El’indifferenza al governo democratico sembra particolarmente acuta in America Centrale, con la maggior parte degli intervistati nelle Nazioni impoverite del Triangolo del Nord Guatemala, Honduras ed El Salvador, che affermano che sarebbero a favore di un governo non democratico “se risolve i problemi del Paese”».
E le istituzioni di questi Paesi riflettono ottimamente il sentiment della popolazione, la crisi della fede democratica. Pozzebon rileva l‘esitazione che «i sistemi multilaterali progettati per difendere la democrazia in America Latina -la Commissione interamericana sui diritti umani (IACHR), l’Organizzazione degli Stati americani e gruppi più piccoli come l’Alleanza del Pacifico o la Comunità andina-» e i governi avranno nel condannare i fatti in Nicaragua. I governi -non tutti ma molti- «potrebbero essere riluttanti a spingersi oltre dopo essere stati bruciati dalla loro esperienza con il Venezuela negli ultimi anni». «Dopo un’elezione contestata nel 2019, dozzine di governi stranieri hanno scelto di non riconoscere l’uomo forte Nicolas Maduro come leader legittimo del Venezuela, favorendo invece il leader dell’opposizione Juan Guaido. Ma la strategia è fallita: due anni dopo, Maduro mantiene il controllo del Paese e ha effettivamente vinto la sua battaglia contro la pressione internazionale. “Penso che la crisi venezuelana abbia causato una certa cautela nella comunità internazionale su cosa fare in Nicaragua”», afferma a Pozzebon Tiziano Breda, analista centroamericano dell’International Crisis Group. «“Dopo aver investito tanto su Guaidó, e aver creato questa impasse in Venezuela che non ha risolto la crisi, c’è meno chiarezza su quale potrebbe essere una strategia alternativa per il Nicaragua: contrastare Ortega, certo, ma qual è l’alternativa?”».
E infatti alternative all’orizzonte non se ne vedono. Storicamente, l’opposizione nicaraguense è stata divisa, anche se, secondo l’analista politico Enrique Sáenz, la repressione del Governo Ortega l’ha portata a provare a creare un fronte comune. Sáenz ritiene che l’opposizione, per la maggioranza in esilio, imprigionata o semiclandestina, debba continuare insieme a coordinare le azioni per fare pressione sul governo. E in effetti in alcuni movimenti segnali in questa direzione si iniziano a vedere. Resta il fatto che per ora l’opposizione è impedita in qualsiasi tentativo di azione essendo per lo più dietro le sbarre.

Il Presidente Joe Biden ha promesso di impegnarsi nuovamente con l’America centrale dopo che Trump ha limitato la cooperazione a un’agenda ristretta e incentrata sulla migrazione, ma per ora Biden è ancora interessato principalmente a un drammatico aumento degli arrivi al confine meridionale, annota Stefano Pozzebon. «Il Nicaragua ha ricevuto molta meno attenzione rispetto ai tre Paesi del Triangolo del Nord che sono visti come i motori della migrazione verso nord -El Salvador, Guatemala e Honduras- e hanno goduto della nomina di un inviato speciale degli Stati Uniti, Ricardo Zuniga«».
«La
Casa Bianca avrà il suo bel da fare per elaborare una strategia che affronti le sfide croniche dell’America centrale in termini di governance, disuguaglianza e sicurezza, senza legittimare né inimicarsi i leader politici ‘distratti’ sullo stato di diritto e la corruzione. Dichiarazioni fortemente formulate, sanzioni mirate e altre misure punitive, che tendono ad essere i mezzi preferiti di Washington per esercitare pressioni, sono state ben lontane dal loro obiettivo di correggere il comportamento dei governi centroamericani. Nel caso del Nicaragua, invece di provocare defezioni tra i lealisti sandinisti o sollecitare concessioni, le sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto dal 2018 contro 26 alti funzionari hanno portato il governo a rafforzare la sua retorica antimperialista e fermare praticamente tutte le comunicazioni con i suoi partner occidentali».

Ortega nel passato ha goduto degli ottimi rapporti con due dei più importanti settori del Paese: la Chiesa cattolica e il settore privato, sottolinea Crisis Group. Le imprese e il clero sono diventate avversari del Presidente da dopo la repressione del 2018.
Tre anni consecutivi di contrazione del PIL hanno determinato un profondo crollo economico, aggravato lo scorso anno dalla pandemia di COVID-19 e da
due uragani consecutivi. Ora il Presidente potrebbe chiamare i grandi imprenditori, con i quali ha mantenuto un’alleanza, appunto, fino al 2018, a un dialogo nazionale, secondo l’ex deputato dell’opposizione Eliseo Núñez, per cercare di ricostruire il rapporto e cercare di ‘congelare’ le nuove sanzioni che dovrebbero essere imposte dalla comunità internazionale, o quanto meno ridurne le conseguenze. «“Per questo può rilasciare alcuni prigionieri politici, in modo che gli uomini d’affari giustifichino di sedersi con Ortega in quel modo”», prevede Núñez.

Fino alle proteste del 2018, in cui ci sono stati 328 morti, secondo la Commissione interamericana sui diritti umani (IACHR), Ortega ha mantenuto un rapporto di alleanza con aziende private. Ma gli uomini d’affari si sono uniti alle manifestazioni contro il governo, e dal 2018 quella rottura ha avuto effetti sul Paese: il prodotto interno lordo è sceso per tre anni consecutivi da allora in poi. «“Le mobilitazioni sociali hanno segnato una svoltanel rapporto tra il settore privato e il governo“, dice a ‘BBC Mundo‘ Tiziano Breda.

Quattro dei principali rappresentanti della comunità imprenditoriale sono ora in carcere accusati di ‘cospirazione’, ‘richiesta di interventi militari’, ‘terrorismo’, ‘tradimento’ e ‘riciclaggio di denaro’. Ortega potrebbe fare concessioni per garantirsi il loro sostegno, e il suo obiettivo ultimo, ovvero, la successione familiare -a tutto vantaggio di Rosario Murillo, che secondo molti è già ora quella che detiene davvero il potere nel Paese.

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