martedì, Settembre 21

Nibali, e i francesi … image

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GIRO D'ITALIA: 18TH STAGE

 

Alla fine tornò il momento del ciclismo.

Vincenzo Nibali, trentenne di Messina, detto “lo squalo dello Stretto” per la sua incontenibile propensione a vivere lo sport, il suo sport, come una perenne ricerca dell’attacco, della vittoria senza calcoli o tentennamenti da ragioniere, si è ripreso ieri la maglia gialla di leader del Tour de France 2014 vincendo la tappa Mulhouse – Plache des belle filles, dopo un impresa memorabile sui Vosgi.

Chissà se la miss di tappa, a proposito di belles filles, stavolta avrà ancora storto il naso evitando con un gesto cafone e davvero sine nobilitate di baciare il vincitore, certamente non fresco di doccia ma reduce da un’impresa eroica.

Altra storia rispetto a Napoleone che mandava a dire a Giuseppina Beauharnais, di ritorno da una delle sue cento battaglie, «J’arrive, ne te lave pas!».  E altra storia anche rispetto alle imprese dei campioni della nostra infanzia e anche ai ricordi in bianco e nero degli anni quaranta e cinquanta dei Coppi, Bartali, Bobet e compagni, diciamolo subito.
Quella fu un’epopea probabilmente irripetibile, un tempo in cui c’erano solo uomini, montagne, strade di terra e sassi e biciclette. Biciclette assai poco tecnologiche, uguali o quasi a quelle che i più appassionati tra i suiveur  compravano e usavano sulle strade d’Europa, un’Europa ancora misteriosa e grande con poche automobili e tante macerie.

Allora il ciclismo faceva parte della storia dei popoli, e lo sapeva. Inutile ricordare il ruolo della famosa vittoria di Bartali nel giorno in cui lo studente Pallante, nel luglio del 1948, ferì gravemente a colpi di pistola Palmiro Togliatti, leader indiscusso dell’opposizione comunista in Italia. Probabilmente le penne dei giornalisti d’antan furono indotte dall’esagerazione connaturata nel mestiere, nel descrivere quell’episodio come salvifico (o anche deleterio, per i più oltranzisti) per l’ equilibrio politico eternamente fragile del nostro paese. 

Oggi le cose sono molto diverse, bisogna dirlo, non solo per la ridotta influenza del ciclismo e dello sport in generale sulle questioni davvero importanti. Forse solo  in Brasile, il calcio può essere ancora in grado di incidere in modo determinante sugli umori nazionali e dunque di contribuire ad accendere, o raffreddare, passioni popolari.

Il povero Nibali, persona mite ma risoluta come solo un certo tipo di siciliano sa essere, punta di diamante del ciclismo italiano nel momento forse più oscuro della sua storia gloriosa, si è ritrovato a correre il Tour con una maglia kazaka, quella della Astana. Resisto alla battuta della casacca kazaka per carità di patria, ma vi assicuro che Nibali ha subito eccome, a causa della squadra straniera assai facoltosa e assai poco accomodante in mancanza di risultati d’eccellenza.

Astana è la capitale del Kazakhstan, basta dare un’occhiata a un paio di foto per capire che le migliaia di chilometri che ci separano da quelle contrade marcano differenze sostanziali di mentalità e costume, oltre a tutto il resto.

Ora in Astana squadra sono contenti, e finalmente ci si aspetta tutto l’appoggio possibile al nostro campione testardo e taciturno. Alpi e Pirenei lo aspettano al varco, noi però intanto accarezziamo, folli e irresponsabili, il sogno di rivedere dopo sedici anni un italiano in giallo agli Champs Elysèes. Nel nome di Marco Pantani, certo. Ma anche degli eroi più lontani, quelli che fecero del ciclismo una leggenda, insegnando a tutti che il sudore, la volontà e la fatica sono dei valori a prescindere dalla vittoria, che può arrivare o no.

Meglio se arriva, naturalmente. Prepariamoci a risentire nomi come Tourmalet, Puy de Dome, giganti di roccia che dividono ancora il nostro campione dalla passerella parigina all’Arc de Triomphe.

Coi francesi che s’incazzano.

 

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