martedì, Settembre 28

New Delhi nel crocevia post-sovietico (e afghano) field_506ffb1d3dbe2

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A prima vista, 500 tonnellate di uranio semi-arricchito all’anno appaiono il coronamento di un ottimo contratto di fornitura, come quello in fase di conclusione – nel prossimo dicembre – tra India e Uzbekistan. Il risultato appare meno eclatante se si considera che il cliente in questione è un gigante di un miliardo di esseri umani, alla disperata ricerca di fonti energetiche e dipendente al 60% dall’estero per il combustibile dei suoi reattori nucleari. In prospettiva comparata, poi, l’intesa nucleare indiana impallidisce ulteriormente di fronte ai risultati dell’altro gigante asiatico, la Cina. Solamente dal gennaio all’agosto 2013 Pechino ha importato dal Kazakhstan oltre 2000 tonnellate di uranio per le proprie centrali.

Il confronto Cina-India nella corsa all’uranio centro-asiatico potrebbe essere preso a paradigma per analizzare risultati e limiti dei tentativi di New Delhi di entrare nella competizione per le risorse e gli investimenti nella regione. Una penetrazione a lungo limitata dai limiti sia geografici (Himalaya, poche vie di comunicazione) che politici (conflitto del Kashmir col Pakistan e guerra in Afghanistan). Ma anche dalla superiorità dei competitor regionali ed internazionali: oltre alla tradizionale influenza russa sulla periferia ex-sovietica, l’enorme successo delle imprese di Stato di Pechino nell’accaparrarsi energia e materie prime in cambio di enormi investimenti infrastrutturali. Nonché l’accresciuta presenza occidentale nella regione sia nel campo degli investimenti energetici che nel contesto della “War On Terror” sul suolo afghano. Un framework di relazioni competitive meglio noto come “New Great Game”, contrapposto all’”Old Great Game” nella regione tra Russia zarista e Impero Britannico di fine XIX Secolo.

L’azione dell’India nella regione, nonostante i limiti citati, si è però intensificata negli ultimi dieci anni, ed offre un bilancio chiaro-scuro. Come già sottolineato, sul fronte degli approvvigionamenti energetici e di materie prime, l’India può vantare risultati molto scarsi: a parte l’accordo con l’Uzbekistan in via di definizione per le forniture di uranio, le uniche trattative che volgono in favore di Delhi sono quelle sullo sfruttamento di alcuni giacimenti di oro, in fase di acquisizione da parte della compagnia privata Gitanjali. Sul fronte degli idro-carburi il confronto con la Cina si è trasformato in una battaglia vera e propria in cui l’India è finita perdente: dopo quasi un anno di negoziazioni, il 3 luglio scorso il Governo kazako ha escluso la compagnia para-statale indiana ONCG dall’acquisto di una quota del gigantesco giacimento di Kashagan, sul Mar Caspio, preferendole la statale China National Petroleum Corporation (CNPC).

Al contrario degli altri partner delle Repubbliche centro-asiatiche, però, l’India sembra essersi focalizzata molto più su cooperazione ed investimenti produttivi di qualità, meno legati alle sole materie prime, nei rami in cui l’economia di New Delhi si è specializzata: telecomunicazioni, informatica, ricerca e produzione bio-medica. Aziende come la 3Infotech (Informatica) Dr. Reddy’s (farmaceutica), Simplex Engineering (industria pesante e meccanica) si sono stabilite in Kazakhstan per porre i propri prodotti verso un mercato interno locale sostanzialmente ricco, mentre il colosso Mercator LTD ha in programma la realizzazione di un grande impianto di produzione di acidi e sostanze chimiche.

L’adesione indiana alla Shanghai Cooperation Organization (2007), seppur in ruolo di mero osservatore, ha fatto di recente da apripista anche alla cooperazione economica intergovernativa  con le altre più povere repubbliche ex sovietiche (Tajikistan, Uzbekistan, Kyrgyzstan), meno interessanti per gli investitori privati.  In Uzbekistan è in corso di realizzazione un parco di ricerca congiunto informatico, mentre in Kyrgyzstan cooperazioni intergovernative pubblico-private spaziano dal turismo ai bio-carburanti, dalla ricerca informatica alla realizzazione di centri medici.

È però il Tajikistan, la più povera tra le ex- Repubbliche sovietiche, l’unico Paese in cui si possa parlare di “sfera di influenza indiana” nella regione. La “special relationship” tra i due Paesi risale agli anni ’90, quando New Delhi strinse rapporti con il regime di Dushanbe per inviare armi e rifornimenti alle forze anti-talebane in Afghanistan, nell’ottica di controbilanciare il fondamentalismo islamico supportato dal Pakistan sia a Kabul che nel Kashmir, e che aveva appena sprofondato la piccola repubblica in una sanguinosa guerra civile.

La cooperazione tra i due Paesi portò l’India negli anni 2003-06 a ricostruire e prendere possesso dell’ex base aerea sovietica di Farkhor, nella quale staziona oggi uno squadrone di Mig-29 dell’aviazione di Delhi, unico caso al mondo di installazione militare dell’India al di fuori dei suoi confini. Negli intenti indiani, il Tajikistan avrebbe dovuto essere il pivot della penetrazione politico-economica nella regione, con tanto di protezione militare di un alleato. Un proposito poi sostanzialmente deluso, ma la cooperazione con Dushanbe si sta rivelando la più approfondita di tutta la regione. Dalla realizzazione di centrali idroelettriche alla fornitura di macchinari agricoli, dalla ricerca bio-medica a quella tecnologica, sia le aziende private che il governo indiano sono un volano strategico di crescita del povero Tajikstan.

A rendere ancor più possibiliste le chance dell’india nella regione sono però le grandi dinamiche geo-politiche che ruotano attorno al disimpegno statunitense dall’Afghanistan. Nel 2011 Washington ha iniziato a preoccuparsi della gestione del post-ritiro inaugurando una serie di contatti con i governi della regione al fine di includere l’Afghanistan in un comprensivo agreement sull’integrazione economica e commerciale della regione, la cosiddetta New Silk Road Strategy (Nuova Via della Seta). Gli Usa intendono promuovere, sia direttamente (Asian Development Bank) sia tramite gli attori di cui si fidano nella regione, la realizzazione di infrastrutture stradali, ferroviarie e pipeline petrolifere e metanifere. Una politica che da un lato dovrebbe restituire all’Afghanistan il suo ruolo di punto di passaggio strategico nella regione, e dall’altro di rendere possibile lo sfruttamento delle enormi risorse minerarie nascoste nello sfortunato Paese asiatico, depotenziando la guerriglia e l’economia del narco-traffico che la foraggia. Kabul siede infatti su enormi ed inesplorate riserve delle cosiddette “rare earths”, i rari minerali compositi indispensabili per l’industria informatica e delle telecomunicazioni, finora in gran parte situate sul suolo cinese.

A quasi due anni dal varo ufficiale, l’iniziativa sembra però non decollare in modo coordinato ed uniforme, mentre a proseguire sono gli investimenti infrastrutturali cinesi e la ricostituzione dell’apparato militare russo nella regione. La relativa pacificazione tra India e Pakistan degli ultimi due anni, il raffreddamento delle relazioni tra Washington e Islamabad, e la necessità di arruolare l’India nel contenimento della potenza cinese, rendono New Delhi e la sua solitaria base aerea tagika un punto di riferimento obbligato per Washington alla ricerca di un pivot in grado di mantenere un ordine, se non altro relativo, nell’Asia post-“War On Terror”.

 

 

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