giovedì, Luglio 29

#NeverAgain e la questione delle armi negli Stati Uniti E’, forse, questa l’occasione per introdurre nuove regole in un settore tradizionalmente refrattario a controlli e limitazioni?

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La sparatoria di Parkland dello scorso 14 febbraio e la morte di diciassette persone alla Stoneman Douglas High School ha avuto pesanti ricadute emotive sia dentro sia fuori gli Stati Uniti. Al di là del numero delle vittime, l’ennesimo ‘gun incident’ in una scuola ha ridato alimento al dibattito sulla necessità di regolare l’accesso alle armi di fuoco negli Stati Uniti. Anche il Presidente Donald Trump (considerato vicino alle posizioni ‘liberiste’ della National Rifle Association) si è espresso in favore di misure per il ‘contenimento del rischio’, anche se la proposta di armare gli insegnanti è stata accolta più da critiche che da favori. Poche ore dopo la sparatoria, la Casa Bianca ha inoltrato a Dipartimento per la giustizia la proposta per la messa al bando dei c.d. ‘bump stocks’, chiamati in causa in occasione del ‘mass shooting’ dello scorso 1° ottobre a Las Vegas. Soprattutto, i fatti di Parkland hanno portato a un’ampia mobilitazione che, con il lancio dell’hashtag #NeverAgain, dovrebbe concretizzarsi in una marcia (‘March For Our Lives’) destinata a portare a Washington, il 24 marzo, la voce di quanti chiedono da tempo l’adozione di norme più rigide sulla vendita e il possesso di armi da fuoco.

E’, forse, questa l’occasione per introdurre nuove regole in un settore tradizionalmente refrattario a controlli e limitazioni? Difficile a dirsi. Già in altre occasioni, a partire dalla sparatoria alla Columbine High School del 1999, si è assistito – sull’onda degli eventi – a mobilitazioni paragonabili a quelle di questi giorni; i risultati, tuttavia, sono stati, sinora, pochi. Questa sostanziale inerzia è spesso imputata al peso della c.d. ‘lobby delle armi’ nella politica e nell’economia statunitensi; peso accresciuto, negli ultimi mesi, dal favore con cui le posizioni ‘pro-guns’ sarebbero viste da Donald Trump. Tuttavia, il ruolo della NRA giustifica soltanto in parte la debolezza dei controlli imposti a livello federale sul possesso e la vendita di armi. Lo stesso vale per la garanzia costituzionale che il secondo emendamento darebbe al ‘diritto’ di portare armi ‘essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata’. Al contrario, proprio la valenza costituzionale di questo ‘diritto’ rappresenta uno dei punti più dibattuti dalla giurisprudenza statunitense, come dimostrano i provvedimenti restrittivi assunti da vari  Stati e – a monte – il non riconoscimento del ‘diritto’ a portare armi nelle Costituzioni di California, Iowa, Maryland, Minnesota, New Jersey e New York.

Ciò che rende il tema della regolamentazione dell’uso delle armi così apparentemente intrattabile appare infatti, soprattutto, un dato culturale. Come è stato osservato, seppure con rispetto ad altri ambiti: ‘Il ricorso alla forza per annullare la minaccia è essenziale nell’orizzonte morale della cultura popolare statunitense’. E’ questo dato culturale che – più del peso della NRA – contribuisce ad attribuire alle armi e al loro possesso un valore positivo che, dal punto di vista europeo, risulta difficile da comprendere. E’ questo stesso dato che, sinora, ha favorito l’emergere a livello federale di un quadro normativo che, per quanto organico (basato sui pilastri del National Firearms Act del 1934 e del Gun Control Act del 1968 così come emendato dal Brady Handgun Violence Prevention Act of 1993), rimane sostanzialmente ispirato al principio della minima interferenza. La concorrenza di competenze fra legislazione federale e statale contribuisce a rendere il quadro da un lato più complesso, dall’altro più sfumato, determinando una pluralità di situazioni giuridiche che solo in parte corrisponde alla distinzione stereotipata fra una costa ‘progressista’ e favorevole all’introduzione di normative più stringenti e un ‘Paese profondo’ tendenzialmente ‘libertario’ e ‘trigger happy’.

Nonostante l’attenzione che lo circonda, sembra quindi difficile che #NeverAgain riesca a ottenere, a livello federale, modifiche sostanziali alla normativa vigente. Che il tema sia percepito dal legislatore emerge in modo chiaro dal numero di proposte di legge avanzate per modificare, in un modo o nell’altro, l’attuale quadro normativo. Altrettanto significativo è, tuttavia, il fatto che queste proposte continuino a faticare a trovare uno sbocco concreto. Al di là della visibilità assunta da #NeverAgain, il sentimento ‘pro-gun’ resta diffuso e trasversale alla politica e alla società USA, come attestato dalla proposte di legge che continuano a essere presentate per estendere l’accesso alle armi o per regolamentare il tema del ‘porto nascosto’ (‘concealed carry’ o CCW). Non a caso, le restrizioni adottate negli ultimi anni hanno avuto come base soprattutto la normativa antiterrorismo, con lo scopo di rendere più rigidi i controlli pre-vendita per i soggetti considerati a rischio. Anche qui, un intervento teso alla minima interferenza su un tema che i sondaggi – pur di fronte al notevole rafforzamento delle posizioni ‘anti-gun’ –  continuano a identificare come profondamente divisivo.

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