martedì, Settembre 21

NetONets 2018: tutto sulle reti di reti L' intervista a Marco Santarelli, direttore scientifico ReS On Network

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L’Occidente è evidentemente in crisi -il futuro non sembra più abitare in Occidente. Quali le criticità in rapporto alla situazione di fragilità dei Paesi occidentali e in rapporto al venir meno dell’ equilibrio internazionale costruito dall’Occidente e che oramai è evidentemente saltato? Ed anche guardano alle reti, c’è da ritenere che il futuro appartenga all’Africa e all’Asia? Reti e politica, Reti e sistema di diritto internazionale: come stanno funzionando queste relazioni?

Come ho più volte detto in altre riviste ed articoli i dati parlano chiaro: la crescita dei consumi mondiali è sempre di più distribuita in quegli Stati che chiamiamo emergenti, ovvero Brasile, Russia, Sud Africa, India e Cina, quindi praticamente tutta l’Asia. È giunta l’ora di pensare che viviamo in un’epoca caratterizzata da una generalizzata difficoltà di approccio ai fenomeni nuovi e che sono difficilmente replicabili in paesi che faranno schizzare la domanda economica in generale. Se pensiamo agli attentati anche lì viene fuori sempre più l’importanza della sicurezza. Mentre lo sviluppo economico e l’interconnessione tra stati dovrebbero passare attraverso concetti veri come coesione e sviluppo democratico le strategie comuni si allontanano su temi scottanti come immigrazione e sicurezza. Ho la sensazione che il divario tra Occidente e altri paesi non sia solo da un punto di vista tecnologico ma soprattutto di approcci ai problemi dove la capacità pratica della Cina o dell’India controbatta una mera politica di slogan nell’Occidente. Anche la definizione degli Stati, se pensiamo per esempio a nuovi gasdotti nel Mar Caspio, ci sembra più labile. L’UE si pronuncia sempre più in funzione di tassi e spread e mai in termini di rafforzare la capacità aggregativa di dove si va ad intervenire con queste grandi opere. Lo stesso Putin ci ha sempre snobbato dicendo che non abbiamo interessi comuni. Infatti molti Paesi, tra cui l’Italia, per non essere schiacciati da ondate orientali, stanno cercando di allearsi con la Russia. Il problema dell’Occidente non sta solo nella gestione di menti diverse ma soprattutto nel non sapere più fare promesse e dare speranze. Pensiamo al sistema dell’istruzione. Pensiamo a quello italiano e a quello tedesco. O al sistema energetico. Insomma si sta remando contro vento e con una sola possibilità di essere più Occidente di ogni altra epoca. Tale possibilità si chiama, appunto, Rete. Dove c’è Rete ci dovrebbe essere condivisione e invece di combattere forme nuove di approvvigionamenti in Asia, ad esempio, o in Cina, vanno creati ponti di interesse in cui la possibilità di successo sia condivisa e non esclusiva. Gli Stati devono scegliere: o dare attenzione alle importazioni, con una collaborazione capillare ai cosiddetti “paesi di transito” (ultimo esempio le guerre in Iran e Iraq) o agire in maniera diretta e capire che il concetto di rendita, che riguarda la scarsità di un bene in circolazione o la forte domanda, debba assolutamente predisporsi all’interno di una salvaguardia dell’ambiente che sposi in pieno la politica energetica delle rinnovabili. Con questo vogliamo toccare l’ultimo tasto che permette di entrare meglio, per grado di incidenza, in questo problema. Non si tratta di fare delle dissertazioni geopolitiche, ma di capire come questa interessante possibilità (dal divario può nascere solo grande opportunità)  attuale deve disporsi attraverso una nostra proposta/concetto: la contestualizzazione razionale della scienza che aiuta la politica e non viceversa.

Qui ci insegna il buon uso della rete, che ogni qualvolta si istituisce una relazione con un’altra cosa, che sia esso un oggetto o concetto, si deve tener presente che si instaura già un contatto. Tale contatto genera una mappa, una via di transito, una strada da cui partire e una meta a cui arrivare. Questa strada altro non è che appunto una rete complessa, a volte faticosa, ma anche molto affascinante. Appunto una rete in cui la possibilità di sfruttare la mappa per ritrovare il giusto territorio e arricchirlo della propria conoscenza diventa più importante che sfruttare la mappa per conquistare quel territorio. Ovvero lo scenario energetico si deve distinguere dallo scenario esclusivamente politico perché deve partire da una proposizione democratica e trasversale.

Il domani delle reti: ci potrebbe fare un quadro di cosa ci dobbiamo attendere? Da un punto di vista delle reti si sta andando verso un futuro interconnesso. Dove le reti devono iniziare ad autoproteggersi attraverso anche lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. In Reti internet (e servizi connessi) si stanno facendo passi da gigante.

Si sta pensando a nuovi sistemi di comunicazione quantistici in cui la velocità della connessione si sposerà meglio e bene con una crittografia che, proprio rispondendo alla velocità di passaggio, sarà più sicura. Questo sta avvenendo tra Accademia Cinese delle Scienze, l’Università di Vienna e l’Accademia Austriaca delle Scienze. Dall’altra parte quando parliamo invece di reti, interdipendenze e reti sociali, secondo il mio punto di vista, abbiamo affidato troppo la nostra vita concreta, quotidiana, a quelli che chiamiamo social network. L’ultimo tassello di Cambridge Analytica ne è lo specchio. Ma non dobbiamo farci ingannare dalle apparenze. Siamo noi i primi a riempire la rete con le nostre faccende private. Così come dobbiamo sapere che prima ancora dello scandalo di Facebook ci sono state già le elezioni americane e ancor prima la gestione e la nascita di WhatsApp. Infatti stranamente questi motori di innovazione sociale, che nascono dal sogno americano del genio della bottega sotto casa, nonostante il problema di Cambridge Analytica, continuano a fatturare in maniera esponenziale. Dove il punto? Per proteggerci da una migliore gestione della nostra vita proprio attraverso il concetto di rete dobbiamo imparare a condividere dei contenuti che per loro natura non appartengono alla disciplina da cui stiamo partendo per fare ricerca. Serve un pensiero laterale che si confronta con le differenze, che metta in rete la scienza con altre discipline il cui elemento comune è la creatività. Elemento imprescindibile di crescita e protezione delle idee. Il futuro è, come dico spesso,  sensibile. Proprio per questo motivo: da una parte dobbiamo sfruttare ancor meglio la nostra emotività nei confronti di atteggiamenti che reputiamo distanti ma che per loro natura sono molto vicini, dall’altro dobbiamo alzare tantissimo la guardia poiché la sensibilità è anche sinonimo di sottigliezza e quindi facile attacco ai nostri principi primi, e privati.

Il problema dei problemi: la sicurezza. Quanto siamo insicuri e come si sta lavorando per la crescita della sicurezza? Quali sono le minacce reali, ovvero da dove provengono, quali tipo di minacce corriamo?

Questo aspetto è veramente determinante. Infatti il confine labile in cui si muove la condizione umana oggi è proprio quello che passa da insicurezza a sicurezza in pochissimi secondi. Cosa vuol dire questo? Prima di tutto partiamo dal presupposto che il termine sicurezza oggi è cambiato completamente. Infatti nel momento in cui oggi si parla di sicurezza non si fa più riferimento solo a forze armate ma anche a cittadini che si uniscono, per esempio, per combattere in un determinato quartiere, con gruppi ad hoc o con app specifiche, gli effetti della criminalità. Questo vuol dire che non è cambiato il concetto di sicurezza rispetto al passato, è cambiato, dal 2001 in poi, la percezione che qualcosa ci potesse danneggiare in qualsiasi momento e che quel qualcosa può essere chiunque. Anche l’amico di banco delle superiori. Non c’è più un solo atteggiamento relativo al mondo orientale o arabo, ma c’è un atteggiamento di diffidenza, e quindi crescita della sicurezza, in tutti gli ambiti anche quelli più conosciuti. Pensiamo alla violenza sulle donne, sul lavoro, pensiamo ad atti di pedofilia, e criminalità organizzata. Pertanto nel momento in cui si genera sicurezza attraverso dei sistemi, allo stesso modo, si possono generare insicurezze.

Di conseguenza secondo il mio punto di vista il futuro della sicurezza è nell’interpretazione del pericolo e nella prevenzione. Infatti oggi a forza di creare e gestire on site la vulnerabilità dei sistemi, si rischia molte volte di creare delle paure o creare delle fragilità in posti dove assolutamente non ce n’è bisogno. Mi viene in mente il panico che si genera per esempio nelle metro per la calca, quello in una banca appena qualcuno mette le mani in tasca, o, quello dello zaino bomba ovunque etc etc. Questo vuol dire che bisogna lavorare sia da un punto di vista scientifico, appunto per prevenire problematiche serie, sia da un punto di vista culturale, fin dai primi banchi di scuola, per diffondere una gestione della sicurezza che sia apertamente schierata verso il bene e verso non il panico ma verso il sapersi risolvere in “N”situazioni.

Anche il sistema delle organizzazioni sovranazionali sta venendo meno, quanto questo è pericoloso per la sicurezza e per lo sviluppo delle reti?

Oggi, in realtà proprio per l’esplosione è la scoperta delle reti, si sta assistendo alla scomparsa di quello che prima chiamavamo unità sovranazionale. In realtà io oggi lo chiamerei più una perdita di Ideali a favore di una democrazia che poi in definitiva non c’è. Comunque continuo ad avere il fiato sospeso per gli accordi tra Trump e la nord Corea, contiamo a dipendere totalmente dagli idrocarburi in maniera quasi preoccupante, continuando ad avere un’idea di nazione o di unioni di nazioni semplicemente perché le unità che si dovrebbe occupare di queste cose, vedi la Nato, sono più impegnata nella lotta per la sicurezza dei singoli paesi. Va rivisto un po’ il modello e vanno create delle sotto entità a grappolo con la Nato a rispondere a questa urgenza.

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