venerdì, Settembre 17

Netflix punta all'Oscar field_506ffb1d3dbe2

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Ne abbiamo parlato con Paolo Braga, ricercatore a contratto in Semiotica presso la Facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che insegna le tecniche di sceneggiatura della serialità televisiva americana al Master in Scrittura e produzione per la fiction e il cinema, presso l’Alta Scuola in Media, comunicazione e spettacolo della stessa Università.

 

Secondo lei come si colloca la scelta di Netflix di affiancare streaming on demand e proiezione cinematografica?

Secondo il mio punto di vista Netflix, con una soluzione di questo tipo, sta essenzialmente puntando in primo luogo a fare brand. Una modalità distributiva anomala serve innanzi tutto a richiamare attenzione sul prodotto e su Netflix in sé come realtà alternativa rispetto alle altre. L’idea centrale è una promessa di un prodotto di fatto spettacolare, perché proiettato in una sala cinematografica, e che puoi comodamente ritrovare a casa, pronto all’uso. Non solo, Netflix sta rastrellando titoli non usciti in distribuzione per rimpolpare il suo catalogo e aggirare, dove essa si ponesse, la questione dei diritti detenuti dalle major che non cedono tali diritti proprio per non favorire Netflix. In definitiva, acquisisce contenuti nuovi e freschi e li inserisce sulla propria piattaforma. Punta molto, infatti, sul sistema di suggerimento automatico allo spettatore legato alle scelte effettuate dallo stesso, intonato quindi ai gusti dell’utente e che si riferisce spesso a prodotti non noti e che non hanno avuto una distribuzione su vasta scala. La questione specifica della scelta di una diffusione streaming e cinematografica in contemporanea appare a me a prima vista come controproducente, pur non avendo dati alla mano.

 

Secondo lei come sarebbe accolta una mossa del genere in Italia?

In generale, io credo che verrebbe accolta male, dagli esercenti e probabilmente male anche dall’industria. Mi sembra che il nostro cinema non sia ancora pronto, in quanto ad esso serve la cassa di risonanza dell’uscita nelle sale proprio per dare vita al prodotto. La distribuzione nelle sale è, infatti, propedeutica poi a quella sulle altre piattaforme. Io credo che il risultato sia quello di andare a bruciare proprio questa leva di visibilità e passaparola, e che questa scelta sarebbe vista come fatto negativo dagli esercenti. Per le case di produzione, la questione dipende dal titolo del prodotto che si sta producendo: se può avere circolazione internazionale immediata, una soluzione di tale tipo potrebbe essere possibile, ma non mi sembra che la nostra industria voglia muoversi in tali termini.

 

La scelta di Netflix può sembrare un modo per voler livellare produzione cinematografica e serie televisve?

Ci sembra così a buon titolo, vista soprattutto l’evoluzione della serialità televisiva che è si è spostata su standard qualitativi impensabili vent’anni fa e che viene posta sullo stesso piano del cinema, se non addirittura al di sopra per il livello di scrittura. Quindi per qualcuno il vero drama si trova molto più spesso in tv che al cinema. Ma qui si parla di un film, non di una serie tv. Bisogna quindi pensare anche al ritorno economico che ci può essere. Secondo me, se il film è particolarmente spettacolare, si può giustifica l’uscita nelle sale e il successivo streaming, ma l’esito, secondo me, è ancora un’incognita.

 

 

 

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