mercoledì, novembre 14

Netanyahu stoppa l’accordo sui migranti, ma l’Unhcr spera ancora Puigdemont: la procura dello Schleswig-Holstein ha fatto domanda al Tribunale superiore tedesco per un'ordine di estradizione in Spagna

0

Dopo la sospensione dell’intesa con l’Unhcr, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha annunciato la decisione di annullare l’accordo stesso che riguarda i migranti africani in Israele. «Ho ascoltato con attenzione i molti commenti, ho riesaminato i vantaggi e le mancanze e ho deciso di annullare l’accordo», ha spiegato dopo essersi incontrato con il ministro degli interni Arie Deri.

«Malgrado le limitazioni giuridiche e le crescenti difficoltà internazionali continueremo ad agire con determinazione per ricorrere a tutte le possibilità che abbiamo a disposizione per far uscire gli infiltrati dal Paese», ha comunque affermato Netanyahu durante l’incontro odierno con abitanti di rioni di Tel Aviv dove è forte la presenza di migranti africani.

L’Unhcr, in un nota, fa sapere di prende atto del fatto che Netanyahu ha dichiarato di voler sospendere l’accordo siglato ieri tra l’agenzia Onu per i rifugiati e Israele «che riguarda 39 mila rifugiati eritrei e sudanesi di cui 16 mila secondo l’accordo avrebbero dovuto essere trasferiti in modo legale e sicuro in Paesi che andranno ad accoglierli». La portavoce dell’Unhcr per il Sud Europa, Carlotta Sami, ha precisato che «nell’accordo non è indicato quali questi Paesi siano, ma poi sono accordi che facciamo direttamente noi con i Paesi che danno disponibilità». Ma in ogni caso «faremo un bilancio quando avremo tutti gli elementi e rimaniamo a disposizione perché alla fine questa è la soluzione che avrebbe beneficiato entrambe le parti sia lo stato Stato di Israele che i rifugiati».

In serata però la richiesta dell’Unhcr a Netanyahu affinchè ci ripensi: «Continuiamo a credere nella necessità di un accordo vantaggioso per tutti che possa giovare a Israele, alla comunità internazionale e alle persone che hanno bisogno di asilo e speriamo che Israele riconsideri presto la sua decisione».

Andiamo negli Usa, perché la Casa Bianca ha criticato Pechino per i contro-dazi cinesi in risposta a quelli americani su acciaio e alluminio. «Invece di mettere nel mirino l’export Usa commercializzato correttamente, la Cina deve cessare le pratiche scorrette che stanno danneggiando la sicurezza nazionale Usa e distorcendo i mercati globali», ha detto Lindsay Walter, uno dei portavoce della presidenza. «I sussidi della Cina e la costante sovrapproduzione sono la causa principale della crisi dell’acciaio», ha aggiunto.

Intanto anche la Russia ha iniziato a sviluppare misure di risposta agli Stati Uniti introducendo dazi reciproci. Lo ha confermato il vice ministro dell’Industria e del Commercio Viktor Yevtukhov. Poi verrà avviato il processo negoziale con gli Stati Uniti, quindi la Russia si rivolgerà al tribunale del Wto. Ma, secondo Yevtukhov, anche altri Paesi si rivolgeranno all’Organizzazione.

Svolta per Carles Puigdemont, ex presidente della Generalitat in Catalogna. La Procura generale dello Schleswig-Holstein ha fatto domanda al Tribunale superiore tedesco per un’ordine di estradizione in Spagna per il separatista catalano.

Il ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong-ho è a Pechino, prima tappa di una missione più ampia in Russia, Azerbaijan e altre ex repubbliche sovietiche. In particolare Pyongyang ha intensificato i suoi rapporti diplomatici in vista del summit del 27 aprile del leader Kim Jong-un con il presidente sudcoreano Moon Jae-in. In base a indiscrezioni, Ri parteciperà alla Conferenza ministeriale di Baku del Movimento dei Paesi non allineati.

L’Isis ha rivendicato l’uccisione a colpi d’arma da fuoco ieri a Quetta, capoluogo della provincia pachistana di Baluchistan, di quattro civili di religione cattolica. Nel messaggio di rivendicazione diffuso attraverso i social media, i jihadisti hanno scritto che «quattro combattenti cristiani sono stati uccisi in un attacco a Quetta».

Intanto sei donne turche sono state condannate a morte in Iraq perché riconosciute colpevoli di avere collaborato ad attacchi compiuti dall’Isis contro civili e forze di sicurezza irachene. Una settima imputata è stata condannata all’ergastolo. Durante il processo le sette donne hanno ammesso di essere entrate in Iraq dalla Siria al seguito dei loro mariti, miliziani dello Stato islamico.

Almeno 14 persone sono state uccise invece in Yemen in un raid della Coalizione araba a guida saudita. Secondo una fonte sanitaria dei ribelli, nel raid sarebbero state uccise 8 donne e 5 bambine. Fonti della sicurezza parlano invece di 16 uccisi. Mentre la Coalizione ha detto di avere aperto un’inchiesta sull’episodio.

In Gran Bretagna è scontro legale riguardo al ritorno ai tradizionali passaporti color ‘blu navy’ dopo la Brexit. Una azienda nazionale, la De La Rue, ha infatti deciso di fare causa contro l’assegnazione di un contratto da 490 milioni di sterline per la realizzazione dei vecchi documenti a una concorrente franco-olandese, la Gemalto. La De La Rue accusa la Gemalto di aver presentato la sua offerta al ministero dell’Interno britannico con un eccesso di ribasso. E di aver penalizzato scorrettamente l’alternativa britannica, più cara «ma di miglior qualità e più sicura tecnicamente».

In Francia attimi di tensione a Parigi, dove diverse migliaia di manifestanti sono scesi in strada per protestare contro la riforma ferroviaria voluta dal presidente Emmanuel Macron. Al corteo, tra la Gare de l’Est e la Gare Saint-Lazare, si è aggiunta anche una folla di studenti che ha tenuto a solidarizzare con i ferrovieri.

In India invece il primo ministro Narendra Modi ha ordinato oggi l’annullamento del regolamento annunciato dal ministero dell’Informazione e delle Telecomunicazioni che prevedeva sanzioni per i giornalisti responsabili di aver diffuso ‘fake news’. Una decisione che arriva a poche ore dalla sua applicazione, che ha scatenato diverse polemiche nel Paese. Il nuovo regolamento prevedeva fino alla sospensione per 6 mesi dei giornalisti ritenuti colpevoli di pubblicazione di notizie non vere e di pene più severe, fino alla revoca della professione, in caso di reiterazioni.

Chiudiamo con il caso marò, perché comincerà il 22 ottobre all’Aja l’udienza davanti al Tribunale arbitrale che dovrà decidere su chi, tra Italia e India, abbia la giurisdizione per giudicare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, nel merito della sparatoria in cui il 15 febbraio 2012 persero la vita due pescatori indiani al largo del Kerala. La sentenza è attesa per la primavera successiva.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore