lunedì, Luglio 26

Netanyahu spinge per il muro della Valle del Giordano field_506ffb1d3dbe2

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Gaza – Il 6 settembre, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato la costruzione di un muro di 30 km lungo la frontiera con la Giordania. L’obiettivo, chiaro e scontato è, secondo il Ministro, quello di abbattere le infiltrazioni dei ‘rifugiati’ in Israele, definiti ‘migranti illeciti’ e ‘terroristi’. Si tratta di una rimostranza verosimilmente molto convincente, in questo momento di congiuntura segnata da una crisi migratoria senza precedenti, e persino inasprita dalla complicata situazione in Siria, proprio quella che ogni giorno vede andar via migliaia di siriani. Ma è davvero questa la sola causa?

«Non lasceremo che Israele venga sommersa da migranti illeciti e attivisti terroristi», ha affermato Netanyahu, che ha poi aggiunto: «Non aspetteremo oltre, faremo il possibile per chiudere le nostre frontiere con sistemi di sicurezza sofisticati che permetteranno la gestione dei controlli sui flussi siriani». Netanyahu giustifica, quindi, l’innalzamento del muro sostenendo di voler assicurare la protezione delle colonie della valle del Giordano e del resto della Cisgiordania dai rifugiati siriani che arrivano in massa in questi territori: una minaccia vera e propria per la tranquillità dello stato d’Israele. Dopo l’inizio del conflitto in Siria, iniziato nel 2011, nessuno dei rifugiati costretti a scappare dal Paese per trovare rifugio nei territori vicini, ha cercato di raggiungere lo stato ebraico da nemico. Lo stesso vale per i 525.000 rifugiati palestinesi che si ritrovano coinvolti nel conflitto nel campo di rifugiati palestinesi di Yarmouk a Damas, teatro di affronti e bombardamenti violenti, che hanno fatto centinaia di morti e feriti.  La situazione si è rivelata talmente critica da chiedere, da parte del Presidente Mahmoud Abbas, il supporto delle Nazioni Unite e della comunità internazionale per esercitare pressioni su Netanyahu e permettere a questa gente di tornare a vivere nei territori di Gaza e Cisgiordania.

Una domanda etichettata dalla stampa della destra al potere, come la domanda di un ‘cinico’, accusato «di sfruttare il più grande dramma in Medioriente e la disperazione di migliaia di persone per rivendicare il diritto dei rifugiati a ritornare in quei territori, facendoli passare come i protagonisti di una operazione umanitaria».

Le cifre parlano chiaro e indicano che 760.000 palestinesi sono stati costretti all’esodo dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948. Attualmente sarebbero 4,3 milioni, tra Giordania, Libano, Siria, Striscia di Gaza e Cisgiordania. La questione del ritorno, così come stipulato nella risoluzione 194 delle Nazioni Unite, resta uno dei motivi maggiori di attrito  sulle trattative del processo di Pace. Israele si oppone a spada tratta.

L’aver annunciato l’innalzamento di questo muro è, verosimilmente, la risposta di Netanyahu alla domanda di Abbas. Si tratta del quarto muro che lo stato ebraico innalzerebbe in pochi anni. Le autorità termineranno di costruire il muro di 230 km lungo la frontiera egiziana parallelamente ad alcune chiusure lungo la frontiera del Libano e alla linea che separa Siria dall’altopiano del Golan, occupato da Israele dal 1967 per 1200 km2, che ha annesso questi territori nel 1981. Un’annessione illecita del diritto internazionale.

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