venerdì, Luglio 1

Netanyahu, bufera per dichiarazioni su Hitler e Shoah

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In realtà, nei territori controllati da opposizione e Ypg, sono stati rilevati soprattutto saccheggi minori, vale a dire scavi eseguiti con piccoli mezzi meccanici, alla ricerca di manufatti antichi. Al contrario, il 22,9% dei siti controllati del regime e il 42,7% di quelli controllati dall’Is hanno subito saccheggi ‘gravi’, cioè eseguiti da più persone con grossi macchinari.
Casana ha utilizzato immagini satellitari registrate dalla compagnia Digital Globe dal 2007 a oggi, ma anche fonti più vecchie, alcune risalenti agli anni Sessanta. Da questi documenti risulta che già prima della guerra cominciata nel 2011, il 25% dei siti siriani subiva saccheggi, spesso prolungatisi per alcuni decenni. Tra il 2012 e il 1015, i siti saccheggiati sono circa il 22%. Un dato solo apparentemente più basso del precedente, visto il periodo di tempo enormemente più breve a cui si riferisce.

In totale, secondo le stime dello studioso americano, i saccheggi dovrebbero aver interessato 3.000 dei circa 15.000 siti archeologici siriani. Alla loro origine, il caos che regna nel paese e il conseguente minore dntrollo sui siti. Questo spiega anche la differenza nell’entità dei saccheggi tra siti in mano a opposizione e Ypg e siti in mano a Is e regime. Nei primi siti, il controllo è meno stretto e questo lascia spazio a ‘tombaroli’ che commettono piccoli furti. Nei secondi siti, il controllo di regime e Is è più serrato e quindi, mentre scarseggiano i piccoli furti, i saccheggi sono ‘istituzionalizzati’ ed eseguiti su più vasta scala. Ad esempio, si registrano pesanti saccheggi nel sito romano di Apamea, sotto il controllo del regime, e la vicinanza di basi dell’esercito lascia pensare che ci sia una tolleranza, o una responsabilità diretta degli uomini del regime.

Lo studio chiarisce anche che non sempre è possibile stabilire chi, tra ribelli, jihadisti e regime, abbia commesso i saccheggi, visto che molti territori sono campi di battaglia che passano rapidamente dal controllo dell’uno a quello dell’altro. Infine, si spiega che l’ovvio obiettivo dei saccheggi è quello di racimolare denaro. L’Is mostra spesso immagini della distruzione di alcuni siti, motivandola con ragioni teologiche. In realtà, il vero obiettivo è mettere sul mercato parti degli edifici distrutti, per un commercio che ha già portato ai jihadisti decine di milioni di dollari.

In Europa tiene sempre banco il tema dell’immigrazione. L’emergenza dei flussi che sempre piu’ numerosi cercano di raggiungere l’Europa attraverso le frontiere orientali con i paesi dei Balcani Occidentali ha spinto il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker a convocare per domenica prossima alle 16 una riunione dei leader della regione.
Come informa una nota, parteciperanno i capi di Stato e di governo di Austria, Bulgaria, Croazia, ex repubblica jugoslava di Macedonia, Germania, Grecia, Ungheria, Romania, Serbia e Slovenia. Juncker ha anche invitato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, la presidenza lussemburghese semestrale del Consiglio Ue, l’alto commissario per i rifugiati dell’ Onu e i rappresentanti delle agenzie europee per l’asilo (Easo) e per il controllo delle frontiere (Frontex). L’obiettivo della riunione sarà quello di concordare conclusioni operative comuni da poter attuare immediatamente. A quanto si apprende, ad insistere per la convocazione della riunione è stata in particolare la cancelliera tedesca, Angela Merkel, che negli ultimi giorni ha discusso più volte con il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, della questione della gestione dei flussi migratori. è nel corso di questi colloqui telefonici che Merkel ha ribadito la necessità di organizzare una riunisce con tutti i leader interessati dalla rotta balcanica per avere un piano d’azione comune operativo in tempi rapidi.

In Libia, il dialogo tra le fazioni «proseguirà» nei prossimi giorni e «non c’è possibilità per i piccoli gruppi o per singoli individui di far deragliare questo processo». Lo ha detto l’inviato Onu per la Libia, Bernardino Leon, all’indomani della scadenza dell’ultimatum per approvare il nuovo governo di unità nazionale libico, proposto nelle scorse settimane dalle Nazioni Unite ai governi rivali di Tobruk e Tripoli. Intanto il Consiglio dei capi delle tribù e dei saggi della regione ovest della Libia ha puntato il dito contro i due governi concorrenti ritenendoli responsabili dello stallo negoziale e ha chiesto che si tenga un referendum per decidere se mantenere i governi delle due città rivali o sostituirli con un nuovo regime politico. Le tribù hanno chiesto di superare le divergenze e di riprendere i negoziati, organizzando un dialogo nazionale interlibico, appellandosi all’Onu a sostenere questa opzione nel rispetto del popolo libico.

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