venerdì, Luglio 1

Netanyahu, bufera per dichiarazioni su Hitler e Shoah

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Visita a sorpresa di Bashar al Assad a Mosca. Il viaggio, il primo all’estero di Assad in quattro anni di conflitto, e il colloquio «abbastanza lungo» con Vladimir Putin sono una dimostrazione dell’efficacia dell’intervento russo e del ruolo sempre piò di primo piano di Mosca nella crisi siriana. Il capo del regime di Damasco ha espresso al suo stretto alleato «immensa gratitudine» per i bombardamenti russi contro i gruppi jihadisti che «hanno frenato il terrorismo».

Putin ha osservato che alle azioni militari contro il terrorismo in Siria dovrà seguire «un processo politico con la partecipazione di tutte le forze politiche, di tutti i gruppi etnici e religiosi». Assad ha sottolineato che «il terrorismo è un ostacolo alla soluzione politica». Putin ha inoltre sottolineare che la Russia non può tollerare una situazione, nella quale ci sono «almeno 4mila» foreign fighters russi in Siria, che poi possono tornare a casa nelle repubbliche ex sovietiche. «Non possiamo loro permettere di tornare in Russia», ha detto Putin, «dopo avere combattuto con le armi ed essere stati indottrinati ideologicamente».

A rinforzare il patto di ferro tra Mosca e Damasco, sono arrivate le parole del ministro della Difesa russo Serghei Shoigu: «Non possiamo permettere la proliferazione di minacce terroristiche e la loro diffusione sul proprio territorio e quello dei suoi alleati», per questo «continueremo a fornire sostegno alle autorità legittime della Siria è creare le basi per la soluzione del conflitto». Con l’aiuto dell’aviazione russa l’esercito siriano è passato dalla difesa all’offensiva e ha liberato «una parte del proprio territorio che era sotto il controllo dei miliziani dello Stato islamico», ha spiegato il ministro.

Linea comune anche sulle prime notizie, trapelate ieri, della presunta morte di (tre) combattenti russi al fronte. «Non posso commentare. Per quanto ne so, è stata smentita e si è detto che queste informazioni non hanno una fonte concreta», ha detto il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov. L’esercito siriano ha smentito il coinvolgimento di truppe di terra russe nei combattimenti, definendo le notizie «senza fondamento e.pura propaganda». Sul colloquio con Assad, Putin ha informato il presidente turco Tayyip Erdogan e il re saudita Salman, entrambi concordi sul fatto che Assad debba uscire di scena.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha anche espresso preoccupazioni per una nuova ondata di profughi in arrivo in Turchia dalla regione di Aleppo, nel nord della Siria, a seguito dei raid russi e dell’offensiva dell’esercito di Damasco. La Turchia aspetta infatti nei prossimi giorni l’arrivo sul territorio nazionale di almeno cinquantamila profughi dalla Siria per effetto dei bombardamenti aerei intrapresi dalla Russia tre settimane fa, cui si sta accompagnando una rinnovata offensiva di terra delle forze fedeli al regime di Bashar al-Assad, specie nella provincia settentrionale di Aleppo.

Il premier turco Ahmet Davutoglu ha ribadito che Ankara «non ha cambiato opinione: in Siria deve esserci una transizione politica tale da garantire l’uscita di scena» dell’attuale presidente, poiché a lui e alla sua cerchia «non rimane alcuna legittimità». La Turchia è da sempre tra i Paesi che con maggiore insistenza chiedono le dimissioni di Assad e i suoi rapporti con Mosca si sono fatti tesi in seguito al lancio dell’offensiva militare russa in Siria. Venerdì a Vienna si svolgerà il vertice tra Stati Uniti, Russia, e Arabia Saudita e Turchia.

Sul fronte di guerra, la Russia ha effettuato 46 raid aerei nelle ultime 24 ore, colpendo 83 obiettivi, tra cui una fabbrica di mine nell’area di Aleppo, un campo di miliziani di Al Nusra ad Han Sheihun, un comando dell’Isis a Idlib. Per contrastare la rimonta delle forze lealiste, guidate dall’offensiva aerea di Mosca, le fazioni dell’opposizione siriana che combattono a Homs contro il regime di Bashar al Assad hanno deciso di unire le forze. In un comunicato le principali azioni della guerriglia locale hanno annunciato di unirsi per combattere insieme le truppe di Assad e quelle degli occupanti iraniani e russi. I guerriglieri hanno quindi deciso di coordinare le proprie decisioni militari e politiche al servizio della rivoluzione combattendo ogni estremismo o pensiero radicale e respingendo l’idea di dividere Homs e la Siria. La nota è stata firmata dall’Esercito del Tawhid, dal movimento Tahrir Hons, dalle Falangi al Sham, dalle Brigate dell’Esercito libero e da altre fazioni minori.

Più a Nord, le autorità curde in Siria hanno deciso di accorpare la città di Tel Abyad, che in passato apparteneva alla regione di Raqqa e che è stata liberata di recente dalla presenza dei jihadisti dell’Is, al cantone di Kobane. Lo riferisce l’inviato a Istanbul della tv al-Hurra, dopo una riunione del Partito dell’Unione democratica (Pyd) a Tel Abyad, che si trova a ridosso del confine con la Turchia. Sul suo sito web il Pyd aveva annunciato che si sarebbe tenuta oggi una riunione per decidere del futuro di Tel Abyad e della creazione di una nuova entità amministrativa nel nord della Siria, alla frontiera con la Turchia, a partire dai territori ripresi dai peshmerga dopo che a giugno erano caduti nelle mani dell’Is.

Secondo un responsabile dell’amministrazione curda siriana, la regione in cui si trova Tel Abyad è invece ormai considerata come un ‘cantone’, il quarto autoproclamato dai curdi nel nord della Siria. L’ultima mossa dei curdi rischia di suscitare nuove ire della Turchia,che considera il Pyd – e il suo braccio armato (Ypg) – un’organizzazione terroristica, e di innescare tensioni con gli alleati arabi delle forze curde. La scorsa settimana, infatti, l’Ypg ha annunciato la creazione di una forza congiunta con alcuni gruppi di ribelli arabi e una milizia cristiana assira attiva nel nordest del Paese – le ‘Forze democratiche della Siria’ – con l’obiettivo di “espellere” l’Is dalla sua roccaforte a Raqqa.

A margine della guerra, prosegue fiorente il mercato clandestino delle antichità classiche. Non è solo lo  Stato islamico a saccheggiare i siti archeologici della Siria, ma anche gli altri gruppi ribelli e forse anche gli uomini del regime. E’ quanto emerge da uno studio condotto da Jesse Casana, professore di antropologia a Dartmouth, negli Stati Uniti, e pubblicato sulla rivista Near East Archaeology. Attraverso l’esame di immagini satellitari, Casana ha potuto monitorare 1.300 siti siriani, arrivando alla conclusione che, se nei territori controllati dall’Is i saccheggi hanno interessato il 21,4% dei siti, in que li controllati dalle forze di opposizione la percentuale sale al 26,6% e in quelli in mano ai curdi dell’Ypg al 27,6%. Sebbene in percentuale minore (16,5%), anche nei territori controllati dal regime si registrano saccheggi.

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