domenica, Settembre 19

Netanyahu al bivio interno? La scena politica interna israeliana all'indomani della guerra di Gaza, una missione incompleta

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Tel Aviv
– In questi giorni gli israeliani stanno cominciando a calcolare il bilancio della guerra. La sensazione generale diffusa in Israele, è quella di un parziale fallimento nel raggiungimento degli obiettivi della guerra. L’Esercito israeliano ha neutralizzato quasi tutti i tunnel offensivi che Hamas aveva scavato per infiltrarsi in Israele, ed è anche riuscito a distruggere gran parte dei missili dell’arsenale di Hamas, infliggendo colpi pesanti alle sue infrastrutture militari, senza, però, riuscire a privare l’organizzazione di tutte le sue capacità offensive, né a distruggere la catena di comando o a colpire almeno i comandanti di rango superiore. D’altra parte, Israele sta pagando un prezzo elevato, sulla scena internazionale, e nella guerra dei media, a causa del gran numero di civili uccisi con le enormi distruzioni di alcune parti di Gaza.

L’opinione pubblica israeliana nutriva grandi aspettative, prima dello scoppio della guerra. I leader israeliani avevano promesso di distruggere il Governo di Hamas se Gaza avesse osato lanciare anche un solo missile sulle città israeliane. Alcuni politici e commentatori hanno suggerito che Israele avrebbe dovuto rioccupare la striscia e trasferirla sotto il controllo dell’Autorità palestinese, altri hanno suggerito di tagliare elettricità, acqua e cibo a Gaza fino alla resa del regime di Hamas, così il pubblico israeliano si attendeva risultati molto più decisivi da questa guerra.
Invece, siamo tornati al punto di partenza, con 64 soldati morti e numerosi feriti, e miliardi di dollari sfumati in spese di guerra dirette e indirette, con Hamas che resta capace di provocare un altro giro di violenza. Quindi non c’è da stupirsi che gli israeliani provino una sensazione di missione incompleta.

Questo sentimento di insoddisfazione pubblica ha causato, in passato, profondi cambiamenti politici. E se guardiamo a tutte le guerre in cui, nel passato, Israele è stato impegnato fin dal 1973, vedremo che hanno sollevato l’attenzione pubblica sul potere politico. Dopo il 1973, nonostante la vittoria finale nella guerra, il Primo Ministro Golda Meir ha dovuto dimettersi e il Governo laburista del partito alla fine ha perso il potere cedendolo alla destra del Likud. Sulla scia della prima guerra del 1982 in Libano, il  Primo Ministro Menahem Begin si era dimesso, a causa dell’alto numero di vittime. La prima rivolta palestinese dell’Intifada ha fatto cadere il Governo di Itzhak Shamir. La seconda rivolta nel 2001 ha fatto cadere il Governo laburista guidato da Ehud Barak e la seconda guerra del Libano ha estromesso il Primo Ministro Ehud Olmert. Il risultato politico di questo ciclo sarebbe stato diverso, a guardare ai sondaggi.

I recenti sondaggi d’opinione realizzati in Israele dimostrano che la maggioranza degli israeliani non crede che Israele abbia vinto la guerra (sondaggio ‘Haaretz’) il 51% pensa che si sia concluso in un nulla di fatto e il 56% ritiene che gli obiettivi bellici siano stati solo parzialmente compiuti. Tuttavia gli israeliani sono soddisfatti delle prestazioni del Primo Ministro Benjamin Netanyahu (il 77% dice che la sua azione è stata eccellente o buona) e di quelle del Ministro della difesa Moshe Yaalon e del capo di stato maggiore generale Benni Ganz,.

Questo fenomeno può essere spiegato con l’ipotesi che l’opinione pubblica israeliana abbia raggiunto una sorta di maturità, non credendo all’illusione che una soluzione militare avrebbe dato un colpo di bacchetta magica al problema di Gaza ma realizzando che è necessaria una soluzione più complessa e realistica; questa ipotesi deve ancora essere provata, perché vediamo nei sondaggi un rafforzamento di uno o più partiti di destra radicali come HaBayit HaYehudi  (La Casa Ebraica).

Politicamente parlando, Netanyahu gode ora del sostegno di entrambi i partiti di centro-sinistra e di centro-destra, che pensano che egli abbia condotto la guerra con prudenza e non abbia optato per le scelte più estreme che alcuni dei Ministri di destra lo esortavano a fare. Così il centro-sinistra è stato costretto a sostenere a malincuore la politica di Netanyahu. In aggiunta a ciò egli gode i vantaggi della mancanza di un leader carismatico nelle file dell’opposizione, che possa rappresentare una alternativa al suo Governo.

La politica israeliana è dinamica, ed i sondaggi indicano che il pubblico israeliano vuole un cambiamento di politica nei confronti dei palestinesi, il 53%, secondo il sondaggio di ‘Haaretz’, vorrebbe vedere la ripresa dei negoziati con l’Autorità palestinese (Mahmud Abbas) e lo stesso Netanyahu ha indicato che la nuova situazione geo-politica della regione apre nuove possibilità verso la ricerca di una composizione sulla quale non ha ancora fatto elaborazioni. Ciò significa che Netanyahu dovrà abbandonare la sua politica, volta a preservare lo status quo, per adottare uno stile più dinamico che a sua volta lo possa costringere a fare cambiamenti fondamentali nella coalizione, abbandonando i partiti di destra per andare a una coalizione di unità nazionale con i laburisti e altri partiti di centro – sinistra e forse con alcuni partiti religiosi. In questo scenario ci si potrebbe trovare di fronte a una scissione del Likud, che potrebbe vedere l’abbandono dei membri di destra. Ciò potrebbe causare un grande rimpasto nella scena politica israeliana o il ‘big bang’, come dicono qui, proprio come è accaduto a Ariel Sharon quando ha lasciato il Likud per formare il nuovo partito Kadima. La domanda è: Netanyahu ha la forza interiore per prendere tale decisione come l’ha avuta Sharon? Questo resta ancora da determinare.

Il risultato finale non è stato ancora determinato, ma le cose non dovrebbero cambiare, i risultati dovrebbero restare poco tangibili e, soprattutto, se la situazione esplode di nuovo, si potrebbero determinare seri cambiamenti politici nella scena interna israeliana.

 

Traduzione – Valeria Noli @valeria_noli

 

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