martedì, Aprile 13

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Quo vadis Messico? Ammesso che vi sia una risposta, tra le migrazioni che spingono parte della sua popolazione verso gli Stati Uniti, la diversificazione dei mercati che spinge il suo Presidente Enrique Peña Nieto a cercare investimenti non solo in Nord America, ma anche in Asia e America Latinal’inversione delle dinamiche globali che rende l’Europa un mercato appetibile per i grandi conglomerati messicani, ecco, ammesso che vi sia una risposta, questa non è il sud. Ne parlavamo poco più di un mese fa col Dottor Cárdenas Sánchez, il quale ci spiegava come in Messico esista una doppia frattura, per molti tratti coincidente, di carattere economico e geografico, per la quale «il sud rimane praticamente scollegato, più isolato: diciamo che l’impatto del trattato [il TLCAN, ndr] arriva basicamente fino a Puebla, ma non al sud». Non è infatti un caso, solo per rimanere nell’ambito del TLCAN, che la sollevazione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) abbia avuto luogo nel Chiapas, uno degli Stati più poveri della Federazione, collocato proprio all’estremo meridione di quest’ultima.

Ciononostante, il meridione non sembra davvero rientrare nei piani per il Paese espressi, anche di recente, dallo stesso Presidente Peña Nieto. Certo, la spaccatura del Paese non può giovare al rilancio economico di un’economia da mesi in fase di ristagno ed è quindi fondamentale ‘riallacciare’ le due parti: un’operazione che parte necessariamente dalle infrastrutture. E proprio pochi giorni fa, il Presidente ha annunciato l’imminente avvio di lavori per migliorare le connessioni a sud della capitale, attraverso la creazione di due nuovi snodi per la Strada Federale 95D (la messicana ‘Autostrada del Sole’), che collega Città del Messico con Acapulco. In realtà, però, parliamo di tratte che riguarderanno il centro del Paese: una riguarderà il Periférico Sur del D.F., l’altra la località di Cuernavaca, nello Stato di Morelos. La stessa occasione della dichiarazione era l’inaugurazione di un collegamento viario tra due città dell’area centrale, vale a dire Amecameca, nello Stato del Messico, e Cuautla, sempre nello Stato di Morelos. Anche la cosiddetta Autopista Siglo XXI, i cui lavori sono partiti all’inizio del mese, è vista dal Presidente più come un elemento di sviluppo per il centro, benché almeno una delle due estremità, Acapulco (l’altra è Veracruz), si collochi appunto nello Stato meridionale di Guerrero. D’altronde, ribaltare la situazione del meridione richiederebbe un piano di ben altro respiro e, al momento, nonostante le profonde riforme strutturali sollecitate a livello federale, Peña Nieto ha affermato che «non vogliamo avere grandi progetti o una buona visione condivisa, bensì vogliamo che vi siano risultati concreti e che le opere si effettuino e si completino nei tempi previsti, per ciò ci stiamo coordinando e stiamo aumentando gli sforzi».

Eppure, un piano razionale di opere e infrastrutture a sud di Puebla potrebbe giovare davvero all’economia nazionale. Non tanto innescando un ciclo virtuoso, ma anche solo invertendo la tendenza che vede diversi Stati dell’area rallentare l’economia federale nel suo complesso. Secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica e Geografia (Inegi), la produttività dell’industria messicana, che dal dicembre 2012 (in coincidenza con l’ingresso di Peña Nieto a Los Pinos) ha visto susseguirsi diversi mesi caratterizzati da cifre negative, soffrirebbe proprio della zavorra del settore delle costruzioni. Il peso di questa zavorra è presto detto: nel 2013, il settore edile è crollato del 20%, coinvolgendo 19 delle 32 entità amministrative federali. Tra queste, gli Stati di Oaxaca (-11,99%), Yucatán (-22,44%), Morelos (-33,27%) e, soprattutto, Chiapas, che con un calo del 43,52% è risultato l’ente più colpito dal fenomeno. Fenomeno che, ricordiamo, è tuttavia ampio ed esteso all’intera federazione: è però significativo che, nonostante il primato nella contrazione di attività edili, il Chiapas non risulti tra gli Stati con la maggior perdita di posti di lavoro nel settore: il primato spetta infatti a Jalisco, dove, pur con una riduzione di ‘solo’ il 12%, sono stati quasi 15.000 i lavoratori danneggiati. Quanto incida il crollo del settore per l’economia messicana, oltre all’aspetto umano dei quasi 22.000 lavoratori complessivamente licenziati (ossia includendo anche gli Stati dove le assunzioni sono aumentate), lo indica la sua estensione nel computo dell’Inegi: in essa si ritrovano infatti le voci legate alla costruzione effettiva («abitazioni, scuole, edifici, commercio e servizi, ospedali e cliniche»), pari al 44% del totale, ma anche acqua, elettricità e petrolchimica, oltreché i già citati trasporti («autostrade, strade, percorsi pedonali, ferrovie, metro e treni leggeri»), che da soli coprono il 25% dell’insieme.

Si diceva, però, che uno Stato come il Chiapas, pur registrando la maggior contrazione del Paese nell’ambito delle costruzioni, non rientra tra quelli in cui i posti di lavoro si sono ridotti di più. Anzi, secondo le cifre più recenti fornite dall’Inegi, gli Stati meridionali sono quelli col minor tasso di disoccupazione: il Chiapas ha solo il 3,9%, Oaxaca il 2,9%, Guerrero il 2,7% e lo Yucatán il 2,5%, fino a Campeche col suo 2,1% – dati che risultano ancora inferiori nelle rispettive pagine sul sito della Segreteria federale dell’Economia. Il rovescio della medaglia, però, lo fornisce il Consiglio Nazionale della Politica di Sviluppo Sociale (Coneval), i cui dati (relativi al 2012) indicano proprio Chiapas, Guerrero e Oaxaca come gli Stati con le percentuali di «popolazione in situazione di povertà» più alte fra le 32 entità federali. Si tratta di dati la cui analisi è molto complessa, in quanto ogni Stato ha una situazione economica a sé stante e non è possibile fare generalizzazioni: tuttavia, è chiaro che un fattore rilevante nel congiungere i due dati è il basso livello salariale dell’area. In questo caso non si tratta di una prerogativa del meridione, in quanto salari ancor più bassi si riscontrano nello Stato settentrionale di Sinaloa, ma è fuor di dubbio che i lavoratori del sud guadagnino decisamente meno dei loro corrispettivi settentrionali: ne sia un esempio il divario  tra i 7314,6 pesos (406,77 €) guadagnati mensilmente da un lavoratore medio di Oaxaca e i 9767,5 (543,18 €) ottenuti da uno di Nuevo León, che li pongono rispettivamente al di sotto e al di sopra della media nazionale di 8933,6 pesos (circa 500 €).

Quello della retribuzione è peraltro un dato che va associato ad un altro aspetto centrale dell’economia messicana, ed in particolare del meridione: l’estensione del mercato lavorativo ‘informale’, che nel maggio dell’anno scorso giungeva a rappresentare tassi percentuali rilevanti, dal 61,2% dello Stato di Tabasco all’80,1 di quello di Oaxaca. Con questi dati, il cerchio della nostra analisi si chiude, perché, secondo gli analisti, alla base del fenomeno si ritrova una scarsità di investimenti tale da non poter creare le infrastrutture necessarie a creare un settore lavorativo regolare. Eppure, come riportava all’epoca ‘Excelsior’, gli Stati meridionali hanno contratto nel tempo debiti rilevanti con le banche private e ricevuto sostegni federali per somme altrettanto significative. Secondo le statistiche della Segreteria delle Finanze e del Credito Pubblico, al quarto trimestre del 2012 Oaxaca, Chiapas e Guerrero avevano accumulato complessivamente un debito di più di 25 miliardi di pesos, equivalenti al 5,77% del passivo totale delle 32 entità federali, mentre dall’amministrazione federale avevano ricevuto quasi 13 miliardi di pesos, il 9,25% dell’insieme degli Stati.

Al momento, però, sembra che le uniche infrastrutture inaugurate dal Governo nel sud del Paese siano quelle che mantengono quest’ultimo al rango di enclave turistica, senza svilupparne le potenzialità per un’economia meno dipendente dai flussi esterni. Ne è un esempio la recente inaugurazione dell’aeroporto di Palenque, nel Chiapas: il 12 febbraio, Peña Nieto ha tagliato il nastro di quel che il Governatore Manuel Velasco ha definito una «porta nuova» per la conversione dell’area settentrionale dello Stato in un «polo di sviluppo» dello stesso e del sud-sudest messicano. Una porta nuova che, tuttavia, neanche Velasco considera sufficiente, sostenendo che «si deve dare inizio ad altre opere di infrastruttura che bisognava aver fatto da molti anni». Opere che, secondo Peña Nieto, devono comunque riguardare il turismo, inteso come attività foriera di impiego e sviluppo: per questo, sarebbe previsto nel breve periodo un investimento di 10 miliardi di pesos per la costruzione di una strada tra Palenque e San Cristobal de las Casas. Ma, se è plausibile che gli incentivi al turismo possano portare lavoro, non è detto che ciò avvenga in maniera virtuosa: lo Stato dello Yucatán, dopotutto, è tra le più gettonate mete turistiche messicane e rientra tra gli Stati col maggior tasso di lavoratori informali e coi minori introiti. E, d’altronde, a cercare ‘ocupación’ su Google in relazione a Oaxaca o allo stesso Chiapas, i primi risultati riguardano l’occupazione delle stanze d’albergo e non quella dei lavoratori locali. Insomma, servirebbe una svolta più ampia. Ma, finché non esistono gli allacciamenti necessari, sembra difficile poter cambiare direzione.

 

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