venerdì, Maggio 7

Bangkok: nessun grado di riconoscimento

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Bangkok – «Ma perché dobbiamo accettare le loro condizioni e riconoscerli?», ha riferito l’attuale Premier l’ex Generale Prayut Chan-Ocha e rivolgendosi ai giornalisti presenti ha domandato: «Ma chi realmente si interessa a loro?». Il Capo della delegazione Thai incaricato di condurre i colloqui con il fronte separatista Mara Patani, Aksara Kerdphol,  si era affrettato a dire che non era vero che i colloqui fossero falliti. Allo stesso tempo, Mara Patani  si era proposto come un gruppo-ombrello sotto la cui sigla potrebbero vedersi raccolti tutti gli elementi del fronte separatista del Sud della Thailandia, il Patani Malay nelle sue varie anime tutte unite dalla lotta contro il governo centrale di Bangkok. Lo stesso Aksara Kerdphol continua a dire che i colloqui tra le Autorità Thai e i gruppi minoritari di estrazione islamica continuano e che in fondo lo stato attuale è da intendersi come una pausa di riflessione constatato il fatto che si sono riscontrate alcune divergenze tra le parti. Senza avere uno status in termini di riconoscimento, egli ha affermato, non possono nemmeno avere un vero e proprio verbale dell’incontro e dei dialoghi ma è chiaro a tutti che questa è solo burocrazia fritta, vuota carta senza senso.
Al momento, le uniche cose reali sul terreno sono la affermazione del Premier per il quale tale riconoscimento non c’è e il blocco dei colloqui di pace tra le parti. Secondo gli osservatori di varia estrazione, la Giunta militare è in una situazione con poco spazio d’azione, la logica militare -infatti- è improntata piuttosto ad una specie di «Cartago delenda est», cioé sente più «vicina» una azione militare distruttiva e che tenda ad estirpare per sempre la componente minoritaria separatista islamica del Sud del Paese. Da questo punto di vista, un esempio vicino geograficamente, geopoliticamente e storicamente è quello dell’azione militare del Governo Centrale di Colombo nei confronti delle cosiddette ‘Tigri Tamil’ in Sri Lanka. Ebbene, in quel caso si sono create aspre separazioni di idee nel vertice militare circa i metodi da applicare verso le Tigri Tamil, tant’è vero che i due maggiori esponenti di spicco (entrambi ex generali che avevano combattuto fianco a fianco) sono successivamente scesi in campo nell’agone politico nazionale cercando di ‘spendere’ al meglio il vantaggio in termini di visibilità conquistata attraverso l’azione militare: l’uno s’è fatto passare per ‘salvatore della Patria’ e il popolo (anche con un po’ di voti, si afferma, truccati) è poi assurto al soglio presidenziale, l’altro, il Generale Sarath Fonseka  aveva additato i metodi sporchi e violenti attuati da Mahinda Rajapaksa e che avevano seminato distruzione e morte nelle zone remote dell’Isola/Stato con segni che probabilmente resteranno profondi nel tessuto sociale e nella storia locale, perché le Tigri Tamil erano comunque, volenti o nolenti, parte del popolo cingalese. E’ andata com’è andata: l’Esercito ha seminato morte, fiamme e distruzione indiscriminatamente, pur di raggiungere lo scopo di debellare una volta per tutte il fronte oppositore.

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