sabato, Maggio 8

Nepal, un mese dopo

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E’ passato più di un mese dal terribile terremoto di magnitudo 7.9 che ha colpito il Nepal il 25 aprile scorso, causando oltre 8700 morti e lasciando quasi tre milioni di persone in disperato bisogno di aiuto. Numerosi sono stati gli interventi internazionali e le organizzazioni non governative che hanno raggiunto il Paese, all’indomani della tragedia, per sostenere il governo nelle operazioni di ricerca e soccorso. Oltre 400 team di militari provenienti da Cina, India, Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada hanno servito le zone più colpite e presidiato il territorio per settimane, facendo ritorno nei rispettivi Paesi solo qualche giorno fa. Il governo nepalese ha ricevuto 306 milioni di dollari in finanziamenti internazionali, che, lentamente, superata la prima fase di emergenza alimentare e distribuzione di tende, sta cercando di investire in fondi di ricostruzione, indennizzi per le famiglie delle vittime, rifugi temporanei e progetti di riallocazione di alcuni insediamenti urbani in zone più sicure.

bambini corrono tra le rovine di Lele, nella valle di Kathmandu

bambini corrono tra le rovine di Lele, nella valle di Kathmandu

La distribuzione e gestione degli aiuti è stata resa estremamente difficile dalla struttura geografica del Paese, per la maggior parte montuosa, e dall’assenza di infrastrutture stradali capaci di garantire la comunicazione tra villaggi nelle zone più rurali del Paese. Per questo motivo, alcune aree rimangono tuttora scoperte: “Ogni giorno aspettiamo che qualcuno arrivi per aiutarci ma per il momento non si è ancora visto nessuno; non abbiamo dei rifugi in grado di ripararci dai monsoni, né abbastanza cibo per sfamare i 25 bambini che abitano qui” racconta Binod Tamang, un giovane abitante di Chalise Phata, nel distretto di Sindhupalchok, fortemente colpito dal terremoto.

Durbar Square, Patrimonio dell'Umanità UNESCO nel cuore di Kathmandu

Durbar Square, Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel cuore di Kathmandu

All’emergenza umanitaria che il Nepal si trova ad affrontare da un mese a questa parte, si aggiunge il forte colpo che l’economia e il turismo locali hanno ricevuto. All’indomani della tragedia, la maggior parte dei visitatori, trekkers, e team di alpinisti ha lasciato il Paese, i negozianti hanno abbassato le saracinesche per occuparsi della proprie case danneggiate o crollate, e le città si sono svuotate.

Il turismo è la colonna portante dell’economia nepalese. Secondo un report del World Travel and Tourism Council (WTTC) l’industria del turismo in Nepal ha generato, nel 2014, quasi 500,000 posti di lavoro rappresentando il 3,5% dell’occupazione totale. Il contributo diretto sul prodotto interno lordo del paese è stato di circa 83 miliardi di rupie (oltre 700 milioni di euro), e ci si aspetta che la cifra continui a crescere. Le attività di trekking e alpinismo attraggono circa il 30% dei visitatori, e rappresentano il motore dell’industria del turismo, seguite poi dalle visite di carattere religioso e culturale. Si tratta di un business lucrativo per il governo nepalese, che ogni anno si assicura tra i 3 e i 4 milioni di dollari dalla vendita di permessi per trekking e spedizioni. Le conseguenze di un calo nel numero di turisti non colpiranno solamente le tasche statali ma, anche, e soprattutto tutta una serie di medio-piccole attività che operano sul territorio: dagli hotel, le guesthouse, le agenzie di trekking, le organizzazioni di Sherpa (guide alpine nepalesi), ai taxisti, i ristoranti e i commercianti all’ingrosso di riso.

rovine nella città di Bhaktapur

rovine nella città di Bhaktapur

“Quello che è successo quest’anno ha spaventato davvero molte persone. Penso che pochi si avventureranno sulle cime nepalesi e soprattutto sull’Everest la prossima stagione, specialmente perché il periodo in cui si organizza e si prenotano questo genere di spedizioni è proprio questo”, dice la 92enne giornalista americana e fondatrice dell’Himalayan Database (la bibbia dell’alpinismo e di qualsiasi spedizione himalayana dagli anni 60) Elizabeth Hawley. “Sicuramente in futuro i turisti continueranno ad arrivare e scalare l’Everest, proprio ‘perché è lì’ come ha detto, saggiamente, George Mallory nel 1924”.

Molte tra le più popolari rotte turistiche per i trekking (Langtang, Manaslu, Ganesh, Himal, Rolwaling) sono state completamente distrutte dal terremoto, così come sei siti annoverati dall’UNESCO nella lista del Patrimonio dell’Umanità (Kathmandu Durbar Square, Patan Durbar Square, Bhaktapur Durbar Square, i templi di Swayambhu, ChanguNarayan e Bouddha). Ora che la stagione dei monsoni è iniziata, qualsiasi tentativo di ricostruzione è rimandato a fine settembre.

rovine nella città di Bhaktapur

rovine nella città di Bhaktapur

“Nel breve periodo il turismo sicuramente risentirà fortemente dell’accaduto ma le cose miglioreranno con il tempo. Intanto il governo ha creato una taskforce che si avvarrà di esperti internazionali per la stesura di progetti volti alla ripresa dell’industria del turismo” racconta Ashok Pokhrel, presidente della Nepal Association of Tour Operators.

I media giocheranno, nei mesi a venire, un ruolo fondamentale nel diffondere la giusta immagine di quella che è la realtà locale, determinando così la scelta di molti viaggiatori. «Ho visitato il Nepal subito dopo il terremoto e se devo essere sincero l’idea che mi ero fatto guardando i servizi alla tv era di un paese completamente raso al suolo. Per fortuna la realtà è diversa. Ci sono ancora molti luoghi che non sono stati danneggiati e che vale la pena visitare» racconta Andrew Jones, vice presidente della Pacific Asia Travel Association (PATA), in un intervista con il ‘Kathmandu Post’.

quel che resta del villaggio di Chalise Phata dopo il terremoto del 25 aprile

quel che resta del villaggio di Chalise Phata dopo il terremoto del 25 aprile

Il governo, dal canto suo, terminata la stagione delle piogge a fine settembre, dovrà essere in grado di attuare e rendere effettivi i piani di ricostruzione di cui ora sta solo gettando le basi. «Quello che è successo sta sicuramente mettendo a dura prova il paese, ma gli sta anche dando l’opportunità di ricostruirsi in modo diverso, migliore, con nuove infrastrutture più sostenibili e durature», aggiunge Jones.

Per il momento, la preoccupazione principale delle famiglie rimaste senza casa è quella di costruirsi un rifugio resistente in grado di riparare dalle forti piogge in arrivo. La speranza di tornare ad avere, un giorno, una casa vera e propria, e non un cumulo di lamiere, è ancora molto molto lontana.

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