domenica, Maggio 9

Nel nome del garantismo Soddisfatti o scarcerati, più o meno funziona così

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Sembra fermarsi il tempo del diritto, almeno a sapere di certe sentenze disumane, quali i cinque anni di carcere comminati a Oscar Pistorius, un po’ meno di Fabrizio Corona, che però sparava con lo zoom. A me il garantismo sulla pelle dei vip fa un po’ ridere, ed è una deriva bellamente italiana che costa poco o niente, e però frutta meriti e prebende postume in caso di mutazione del vento. Cinque anni all’assassino di una ragazza appaiono una vacanza premio che nulla ha a che fare con il diritto, con la logica giuridica o con i minimi principi di redenzione. È una vergogna per l’umanità e basta; inoltre è una sentenza che nemmeno rileva del post-femminismo da circo che spesso rianima alcune militanti del generismo sessista; al campione sud-africano sarebbe andata male soltanto se avesse fatto fuori una ragazza nera.

In Italia un certo garantismo autointitolato è diventato un’obiezione di colpevolezza. Chi oggi vi milita salottieramente ha spesso disertato le battaglie che molti anni orsono valsero la salvezza di migliaia di innocenti in tutto il mondo; già, perché intanto quelli si crogiolavano in quei gruppuscoli settari e alienanti da cui sproloquiavano teorie sociali sufficientemente irrealizzabili da non poter intaccare privilegi economici acquisiti e goduti. Ad Amnesty International, negli primi anni Ottanta, era infatti iscritto un pugno di volontari sbertucciato dai cazzari di cui sopra, che consideravano quegli attivisti dei diritti una specie liberaloide da sopportare con pazienza. Ricordo che per giovanile entusiasmo una volta polemizzai nel corso di una riunione circa la mancata pressione di AI per i casi più clamorosi, alla Andrej Sacharov o alla Horacio Verbitsky, per intenderci. Mi fu risposto che proprio quei nomi avevano meno bisogno di Amnesty, perché tutto il mondo già ne parlava. Ecco, la sentenza Pistorius si inscrive per certi versi in questa devianza. Probabile che, si fosse trattato di un comune cittadino, nessuna giudice accondiscendente avrebbe mai finto di credere alla panzana dell’omicidio colposo, sebbene questo sia un argomento assai frusto che contiene un risentimento populista e vendicativo nei confronti del potere.

Per chiarire, il nostro pangarantismo consta di un comportamento piuttosto bizzarro: esso prende innanzitutto esempio dai casi noti e se ne fotte, nella sostanza, dei poveri cristi. Ignoro da quale pregressa esperienza sia balenata l’idea che, in Italia, attraverso i primi si arrivi ai secondi… In Italia?!?! Nel sistema che scientificamente se ne fotte degli indifesi e si sbraccia per i potenti? Ma ecco che, l’attimo dopo che il mandarino incorre nelle maglie della giustizia (o delle indagini), i pangarantisti cominciano a interessarsi alacremente alla sua vicenda. Dopo la condanna definitiva di Silvio Berlusconi, il fantasioso giornalista Piero Sansonetti riuscì a scrivere uno dei pezzi più ridicoli della sua storia professionale. Il suo commento iniziava così… «Nel dopoguerra non era mai successa, in Europa, una cosa del genere: il capo  incontrastato di uno dei due principali schieramenti,che negli ultimi vent’anni si sono alternati al governo e che oggi governano in una grande coalizione, viene spedito in galera, o ai domiciliari che tecnicamente è la stessa cosa. Per cercare dei precedenti bisogna andare a frugare tra i regimi autoritari: la Spagna franchista, il Portogallo di Salazar, la Grecia dei Colonnelli, i paesi dell’Est comunista.» E di seguito: «E già: c’è un nuovo re, a 65 anni dal referendum che sconfisse Umberto, e questo nuovo monarca è il potere giudiziario. Il quale, al suo interno, ha visto l’ascesa e poi la completa vittoria della sua componente ‘religiosa’. Composta da quei magistrati che profondamente e in buona fede ritengono di avere avuto un mandato da Dio: punire Berlusconi. Di questa visione ‘sacra’ della giustizia terrena, nessuno in questi anni si è reso conto.»

Solo lui, al quale conviene dividere il paese tra pangarantisti e manettari, brutal genìa che vorrebbe forche in ogni piazza e teste sulle picche. Che poi questi mostri li conosciamo bene: sono coloro che auspicano la pena di morte, che inneggiano ai respingimenti marini a rischio massimo, che odiano l’avversario politico fino a godere della sua rovina, che sono schifosamente razzisti dentro, che insomma posseggono la cultura di un medio militante leghista. Gentaglia da combattere e da sconfiggere senza esitazione e che alimenta questa visione partigiana della società in cui ci starebbero i troppo cattivi e i troppo buoni. In mezzo anima viva, quando invece milioni di italiani la stanno pensando giusta e garante tra questi due eserciti (i pangarantisti contano meno soldati, e dico purtroppo perché comunque – pur non paragonando Salazar a Napolitano – li preferisco al razzista Salvini). I ragionevoli sono coloro che avversano la pena di morte in ogni caso e che, sulla base della serissima politica dei diritti dello stato norvegese, hanno plaudito all’apparente lieve condanna dello stragista Anders Breivik. I ragionevoli sono coloro che amerebbero considerare l’Italia tra le nazioni aventi una politica migratoria sensata, accettabile e condivisa, non questo casino generalizzato in cui si è smarrito qualsiasi senso di aggregazione. I ragionevoli sono coloro che non hanno fatto la ola alla notizia dei tre anni a Silvio Berlusconi ma che non hanno trovato il tempo di commuoversi per il destino cinico  e baro che nuovamente si accaniva contro un uomo candido, buono e rispettoso delle leggi. I ragionevoli sono coloro che, a sentire ‘romeno‘ pensano a Iaşi e a Cioran e a sentire ‘albanese‘ pensano a Berat e a Kadaré. I ragionevoli sono persone normali, che affrontano le questioni di principio e anzi ne fanno la base per l’esercizio di un garantismo vero, non da talk-show televisivo, per cui le questioni del sovraffollamento delle prigioni, della carcerazione preventiva, dei tempi della giustizia e della difesa degli indifesi diventino centrali, e il cittadino riconsiderato al centro dell’interesse generale. Tutto sommato la medesima azione che, con qualche sbaglio, ha in passato condotto Marco Pannella, il quale sì, prendeva a modello il caso celebre ma lo inchiodava al dovere della testimonianza… che è ben diverso dallo scrivere a cacchio «io sto con Cancellieri», come se un ministro della giustizia potesse tenere quel medesimo stile indecente da ella tenuto nel caso Ligresti.

Che in Italia vi sia bisogno di garantismo è chiaro come il sole, ma quelli a cui davvero servirebbe aiuto sono incredibilmente lasciati soli. E dal luogo in cui magari subiscono l’ingiustizia costoro osservano l’altro universo dei garantiti, di quelli che la ‘sfangano‘ sempre e comunque. In attesa di godersi malloppo e libertà.                                 

 

 

 

 

 

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