martedì, Maggio 11

Nel deserto fiorentino la Ferita e l’Abete gridano Il maxi albero di Penone in piazza della Signoria e il grande collage fotografico di JR sulla facciata di Palazzo Strozzi raccontano, con due opere cariche di significati, la funzione critica dell’arte nei momenti di smarrimento e dolore, come il presente. Dall’omaggio a Dante alla scarsa inaccessibilità ai luoghi di cultura

0

In queste grigie giornate di zona rossa nelle quali il centro di Firenze appare deserto, abbandonato a se stesso, muto come in un  interminabile Day after, che after non è affatto, non molti saranno coloro che si sono soffermati ad osservare lo spoglio albero installato al centro di piazza della Signoria (opera di Giuseppe Penone) o che avranno gettato uno sguardo meno distratto alla facciata di Palazzo Strozzi, coperta in buona parte dal collage fotografico di JRuno degli artisti contemporanei più celebri al mondo, chiamato a reinterpretare la facciata di uno dei simboli del Rinascimento attraverso una nuova installazione site specific dal titolo ‘La Ferita’.

Certo, le due opere nascono da propositi artistici diversi: l’abete eretto in piazza della Signoria è la più grande installazione mai collocata nello spazio pubblico del centro fiorentino, si innalza di oltre 22 metri e protende i suoi rami metallici verso il cielo, una vera e propria scultura col tronco e i rami realizzati in fusione di acciaio inossidabile, avvolta da un reticolo che conferisce all’installazione un senso ascendente. I 18 elementi che lo formano sono stati modellati in bronzo, con un procedimento di fusione da calchi di bambù.

L ’installazione intende anticipare una Mostra (gli alberi-in-versi, prevista dal 1 giugno al 12 settembre dell’anno in corso, dello stesso artista, che ha una certa consuetudine con gli spazi pubblici  fiorentini) . Di questa  gigantesca installazione ne sono state fornite diverse interpretazioni: chi la interpreta come metafora del Paradiso: cioè “l’albero che vive de la cima / e frutta sempre e mai non perde foglia” (vv. 29-30, Canto XVIII, Paradiso, Divina Commedia), come afferma Cacciaguida degli Elisei per descrivere all’incredulo Dante il luogo in cui si trova; chi la interpreta come l’incontro tra cultura ( la piazza ed il centro di Firenze) e natura, quella natura così cara allo stesso Penone,  nato tra i boschi, a Garessio, vicino Cuneo, dove ha sviluppato  la sua sensibilità verso l’’Arte povera’ e secondo il quale l’ “Abete sviluppa  proprio la continuità tra cultura e natura, tra il tempo della storia e quello della vita, tra passato e presente, perfino in un luogo così fortemente connotato come piazza Signoria a Firenze”. Altri, colgono in quest’opera un  significato particolare che abbraccia anche il presente e drammatico  periodo che viviamo.

Così il Sindaco Dario Nardella: “L’albero per sua natura volge lo sguardo verso il cielo, verso quelle stelle agognate da Dante, verso la salvezza. Quale migliore simbolo dunque, in questo anno drammatico, di una speranza di rinascita e di ripartenza dopo la pandemia? Firenze celebra il suo Poeta e il suo Capodanno con questa icona nella sua piazza principale, da alcuni anni teatro di arte pubblica contemporanea, come segnale di ripartenza a cominciare dalla cultura, dall’arte e dalla natura.” Sulla stessa  linea anche le riflessioni dell’assessore alla Cultura del Comune Tommaso Sacchi: “Nell’anno della rinascita dopo il Covid“ – afferma – “legare Dante a un simbolo naturale può essere un modo di ripensare nel profondo a un nuovo rapporto tra uomo e natura ma anche tra uomo e arte, poesia, cultura, tutti valori cardinali e fari di luce che ci guidano nella strada della ripartenza”. Il consigliere di amministrazione delle Gallerie degli Uffizi Valdo Spini rileva che “Dante scrivendo la Commedia in italiano è stato padre della patria. Oggi, nella pandemia, abbiamo bisogno di un approccio unitario: ‘Con miglior corso e con migliore stella’ (Paradiso, I, 40)”.

Riflessioni che partono da Dante ma si soffermano sul presente inteso come drammatico  snodo della storia, dal quale  bisogna assolutamente uscire nella maniera giusta. Altri ancora, e tra questi anche chi scrive, ravvisano in  questo scheletrico e scarno abete, un grido di disperazione (e di rivolta) per le drammatiche condizioni  cui  è sottoposta oggi la natura, quasi un simbolo dell’ambiente distrutto dall’attuale modello economico industriale e  produttivo, oggetto delle più grandi devastazioni ecologiche mai viste da essere umano, come la sistematica distruzione della biodiversità, la deforestazione, l’espulsione della fauna selvatica  (peraltro ridotta allo 0,01% della biomassa) dal proprio habitat, che sarebbe  all’origine di quel  salto di specie che avrebbe provocato l’attuale pandemia.

Qualcun altro, ha interpretato in maniera più leggera e simpatica (Rosanna Bari su ‘FirenzeToday’, quell’albero, visto come un “cavatappi; noi siamo portati a  vedervi  una sorta di rappresentazione simbolica dell’epoca geologica che stiamo vivendo definita ‘antropocene’, nella quale i mutamenti  prodotti  dalle attività degli  esseri umani (homo sapiens) hanno prodotto sugli equilibri del pianeta, introducendo  modifiche territoriali e climatiche strutturali, dalle quali se non ci sarà un cambio da subito, non ne usciremo vivi. All’Antropocene, Palazzo Strozzi ha dedicato l’ultima sua grande e coraggiosa mostra: quella dell’argentino Tomas  Saracino (su cui L’Indro è intervenuto più volte).   Ebbene, dallo stesso direttore Arturo Galansino,  viene lanciato oggi un altro messaggio diretto, attraverso il collage fotografico dell’artista francese JR dal titolo ‘La ferita’. Si tratta in questo caso afferma Galansinodi una suggestiva riflessione sull’accessibilità ai luoghi della cultura nell’epoca del Covid-19. Quella del collage fotografico è la tecnica caratteristica dello stile dell’artista , esploso nella dimensione dell’arte pubblica nelle città di tutto il mondo.

Come afferma lo stesso artista: Ho la più grande galleria d’arte immaginabile: i muri del mondo intero. La sua ricerca unisce originalità e appropriazione, sempre distinguendosi per una forte connotazione pubblica e di partecipazione che lo ha portato a creare opere di grande impatto visivo e coinvolgimento in luoghi e contesti sempre diversi, dalle favelas di Rio de Janeiro allagrande piazza della Piramide del Louvre, da Ellis Island a New York alla prigione di massima sicurezza di Tehachapi in California.

Galansino aggiunge che: “La nuova opera di JR rappresenta un segnale forte di riflessione sulle difficili condizioni di accesso alla cultura nell’epoca del Covid-19 ma allo stesso tempo un’occasione per un nuovo coinvolgimento del pubblico all’insegna di valori come libertà, immaginazione creativa e partecipazioneNell’attuale difficoltà di offrire occasioni di fruizione dell’arte in spazi tradizionali, la scelta di creare un’opera visibile a chiunque sulla facciata di Palazzo Strozzi diviene un invito a ritrovare un rapporto diretto con l’arte e una sollecitazione per nuove forme di condivisione e partecipazione”.

L’iniziativa è promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi e Andy Bianchedi in memoria di Hillary Merkus Recordati. Da  aggiungere  a quanto già scritto, che il 46 enne artista, ha preso parte ad importanti  progetti d’impegno civile nel suo Paese e nel mondo: Medio Oriente, Brasile, Kenya con Women Are Heroes (2008-2011) il cui documentario è stato presentato alla Settimana della Critica del Festival di Cannes.

Nel 2011 JR vince il Ted Prize, premio di ingente valore economico da destinare a progetti umanitari, che gliconsentono  di trasformare i messaggi personali in opere d’arte, come ha fatto al Teatro Verdi di Firenze con l’Orchestra Regionale della Toscana o nel  2014, in collaborazione con il New York City Ballet, quando usa il linguaggio della danza per raccontare la sua visione delle rivolte nel quartiere di Clichy-Montfermeil, realizzando Les Bosquets, un balletto e un cortometraggio con le musiche di Woodkid, Hans Zimmer e Pharrell William, presentato al Tribeca Film Festival.

Contemporaneamente JR lavora nell’ospedale abbandonato di Ellis Island, un luogo significativo e iconico nella storia dell’immigrazione, girando il cortometraggio ELLIS, con Robert De Niro.
Nel 2016 è invitato dal Louvre, di cui fa sparire la piramide grazie a una sorprendente anamorfosi. Lo stesso anno, durante le Olimpiadi di Rio, crea gigantesche installazioni scultoree in tutta la città, per celebrare la bellezza del gesto sportivo.
L’anno successivo dirige con Agnès Varda il documentario ‘Visages, Villages’ che al Festival di Cannes ottiene l’Œil d’Or per il miglior documentario. Altre sue opere sono  state realizzate al Watari-Um Museum di Tokyo e al Cincinnati Contemporary Arts Center, a Baden Baden ,a Hong Kong, San Francisco, Brooklyn. Nel 2019 JR e la regista Alice Rohrwacher hanno realizzato il progetto “Omelia Contadina”, presentata a Venezia e S.Gimignano.

 La Ferita resterà visibile fino al 22 agosto, mentre  L’Abete di Giuseppe Penone resterà esposto fino al 12 settembre, data di chiusura della sua Mostra alla Galleria degli Uffizi, ‘Alberi -in- versi’. Come vedere dunque  queste due opere, La Ferita e l’Abete? Usando  le parole di Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi: L’arte contemporanea in piazza della Signoria ha conosciuto dibattiti anche accesi, fin dai tempi del David di Michelangelo e dell’Ercole e Caco di Baccio Bandinelli: questo è un segno della vivacità dei fiorentini, che ora potranno meditare (e perché no, polemizzare) sui molti significati dell’installazione di Penone.” Così come sul collage fotografico di JR sulla facciata di Palazzo Strozzi, altro luogo simbolo di Firenze.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->