domenica, Agosto 1

Negev, fronte secondario della ‘questione palestinese’?

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Pochi stati conoscono fratture e frammentazioni etniche e culturali profonde quanto quelle di Israele. La questione palestinese a Gaza e in Cisgiordania è da decenni sotto i riflettori. Un fronte meno presente sulle pagine dei giornali è quello con cui Tel Aviv deve fare i conti nel sud del Paese, dove le popolazioni beduine non sembrano avere intenzione di essere ‘integrate’ nel sistema sociale e culturale israeliano. Si tratta del Negev, la regione meridionale semidesertica.

Per citare solo un esempio delle criticità che questa situazione fa emergere, poche settimane fa la Corte Suprema israeliana ha approvato l’ordine di demolizione del villaggio di Umm Hiran, descritto come «non riconosciuto […] fatto da scavi rudimentali e con dei piccoli e sporchi sentieri che fungono da strade». Ci sono stati, ovviamente, degli scontri che hanno coinvolto la Polizia e alcuni beduini (un abitante della zona avrebbe tentato di investire con la sua macchina dei poliziotti), portando a due morti. Casi come questo hanno portato la questione del Negev a essere discussa nel dibattito politico israeliano.

Il think tank Begin-Sadat Centre (BESA), in un suo articolo, riporta i rischi di perdere di fatto la regione del Negev, in preda all’illegalità, nel caso programmi di integrazione e dialogo tra lo Stato centrale e la popolazione beduina non vengano incoraggiati. Ariel Ben Solomon, l’autore del pezzo, afferma che «una cosa è imporre la legge e sistemare i beduini negli insediamenti riconosciuti, un’altra è alterare la loro cultura tribale e patriarcale per integrarli nella società israeliana», sottolineando che «la cultura nomade dei Beduini è sempre stata ribelle verso l’autorità e la sovranità statale, e Israele non fa eccezione».

Il problema, secondo l’articolo, è quindi sostanzialmente culturale. Il piano di Israele è quello di convincere i beduini a trasferirsi in città più grandi dove già gli ebrei vivono, con servizi funzionanti, trasporti, e rispetto della legge. Il progetto è descritto come «un ambizioso piano di ingegneria sociale». Amichai Yogev, direttore della NGO Regavim, afferma inoltre che i Beduini si starebbero giàmodernizzando’, «muovendosi dalle tende a piccole case», e che se lo Stato riuscisse a sistemare la popolazione beduina nelle città legali e riconosciute, «la situazione migliorerebbe molto, risultando in una più alta qualità della vita per gli stessi Beduini».

Il pericolo, comunque, è quello che la questione dei Beduini venga strumentalizzata da nazionalisti arabi radicali e da movimenti islamisti, come un nuovo fronte della loro lotta contro lo Stato israeliano, afferma Ben Solomon, anche se «tuttavia […] non dovrebbe essere difficile, per lo Stato, negoziare con i Beduini, generalmente pragmatici e non-ideologizzati. Tradizionalmente non si identificano né come islamisti, né come nazionalisti palestinesi». I più ottimisti prevedono una completa rilocazione entro i prossimi 8 anni: «lo Stato […] sta già raddoppiando il numero di ispettori», afferma Yair Maayan, capo dell’Autorità per l’insediamento e lo sviluppo dei Beduini nel Negev.

Impossibile però non scontrarsi con la realtà della situazione: evacuare uno a uno i villaggi potrebbe provocare una reazione difensiva, sia da parte dei Beduini stessi, sia da parte dei gruppi nazionalisti arabi che strumentalizzerebbero la politica di Israele come ‘fronte secondario’ della loro lotta. Inoltre i passati tentativi di integrazione di gruppi etnici e culturali diversi nella società israeliana si sono spesso conclusi in fallimento: basta guardare al caso dei palestinesi, che continuano a identificarsi come arabi, o come musulmani.

Per Yogev è essenziale che i Beduini «rifiutino l’aiuto degli Arabi del Nord», che «non hanno davvero a cuore il bene dei Beduini ma stanno dirottando il conflitto per scopi politici». In questo lungo e lento ‘scontro’, auspica Ben Solomon, Israele deve continuare con decisione per impedire che il Negev cada vittima della sua stessa mancanza di Stato e legge.

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