giovedì, Settembre 16

Nazionale: un disastro è un disastro Non è Mario Balotelli il problema, bensì: povertà di mezzi, faraonismo, pauperismo e fancazzismo nazionale

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Mario Balottelli

 

È diventata una forma di dipendenza intellettuale quella di abbracciare, a seguito di fatti politici, giudiziari o di cronaca, una causa persa. Lo si fa per una specie di morale garantista o per il vezzo di star dalla parte dei meno, degli originali. E così, Ignazio La Russa, Nichi Vendola e Concita De Gregorio si son ritrovati in un eterogeneo terzetto in difesa di Mario Balotelli.
Per dire le solite scemenze antirazziste contro chi, scemo e razzista, aveva profferito insulti sgangherati sulla pelle dell’atleta o sulla sua cittadinanza italiana. Un festival di luoghi comuni sulla ignobile aggressione subita dal povero ragazzo bresciano, reo soltanto di essere nero, eccetera eccetera.
Non è esattamente così e il colore non entra un bel nulla nella disputa.
D’altronde, star dalla parte dei peggiori è un po’ il loro lavoro; anche dei peggiori in campo, perché no? Non è Balotelli il capro espiatorio di un’impresa fallita, che si perda e si vinca in undici è stato ben sottolineato, nella circostanza meno sospetta, da Nicola Mirenzi. Il problema è che da anni si farnetica trattarsi di un campione. Non lo è ancora stato, non lo è. Non sarà una ‘pippa’ ma non è un campione. È un attaccante discreto che non risolve la vita a un allenatore e che spesso la complica allo spogliatoio.
E a questo giro, Cesare Prandelli se ne era portati due, di rompiballe. Con lui anche Antonio Cassano, noto vincente del circo italiano, esemplare di fatiscenza pedestre quant’altri mai, era stato aggregato alla guerra lampo brasiliana. Sotto sotto, la presunzione di saper amministrare le bizzarrie umane, e un’altra volta di controllare, come già agli Europei ’12, quel paio di caratteri di chi, in cuor suo, si ritenesse più figo, più indispensabile, di un’altra categoria. Gli altri, per quanto si smazzassero sul campo, dei gregari inservibili.
In Italia c’è sempre uno che vince, altro che vittima sola della sconfitta. C’è sempre un eroe da portare in spalla, per certuni lo fu Luciano Moggi… Volevate che il ‘trionfo’ contro l’Inghilterra non fosse celebrato sotto l’egida di Balotelli Mario, italianissimo e nostro? Boiate quelle e queste.
Sarebbe più proficuo saper leggere vittorie e sconfitte con la moderazione di chi il calcio lo mastichi almeno un po’. Con gli albioni partita mediocre, il gol di Balotelli quasi normale amministrazione. Le altre due partite altrettanti naufragi della più brutta Nazionale di ogni tempo. C’è chi ha evocato la Lippiana tomo due. Non scherziamo. La spedizione del 2010 non ebbe mai luogo, avrebbe chiosato Jean Baudrillard. Si trattò della riconoscente passerella per un gruppo che quattro anni prima aveva ottenuto un risultato inverosimile per i propri mezzi tecnici e che sarà sempiternamente riconoscente a due giocatori, in Germania mostruosi, perfetti: Luigi Buffon e Fabio Cannavaro. Il resto era stato un contorno di miracoli e di botte di natica.

Ma questo è un genere di sconfitta assai diverso, che traccia una parabola discendente al suo punto più basso, come per Cile 1962, dove arrivammo con una squadra senza nerbo né amalgama e uscimmo subito con il solito arbitro contro (ne troviamo sempre uno, per nostra fortuna). Il fatto è che venivamo da ben tre mondiali penosi.  Nel 1950 eliminati dalla Svezia al primo turno, nel 1954 dalla Svizzera (da cui ne buscammo 4!), nel 1958 non arrivammo neanche alla fase finale, perché ci sbattè fuori l’Irlanda del Nord. Sedici anni di buio, tra oriundi viziati e autoctoni a classe zero. Solo che allora si piangeva Superga, perché noi una Squadra la avevamo, il Grande Torino seppellito nel 1949.

Oggi non possiamo appigliarci a niente e se il calcio italiano è arrivato al capolinea, i motivi sono altri.

Uno è la povertà di mezzi, figlia della stolta politica dei presidenti inaugurata verso la metà degli anni Ottanta. Il faraonismo presenta spesso un’altra faccia che lo rivolterà come un guanto, ed è il pauperismo che ci strozza da almeno un quinquennio. Non c’è più un euro, si sono spesi tutto. L’ultimo guizzo fu proprio lo spontaneo acquisto di Balotelli da parte del sommo Presidente (valeva 50 mila voti). Il resto sono formazioni che vivono di scartine e senza un minimo progetto ambizioso (eccezioni fatte per Roma e Napoli).
E così, perdiamo sempre, semplicemente perché siamo più deboli degli altri.
La cosa grave, però, è che non curiamo come dovremmo il settore giovanile, per cui ancora registriamo squadre infarcite di stranieri inguardabili e di pochi locali a cercare e a meritare spazio, senza la prova dei fatti, del campo, della sfida. Il Napoli ha i soli Maggio e Insigne, uno che i Mondiali doveva seguirli da casa, siamo sinceri. L’ultima Champions l’abbiamo vinta con una squadra di lingua spagnola, che l’unico italiano lo vantava in panchina, il signor Marco Materazzi quasi pensionato. Ora, a dispetto delle giuste leggi sulla libera circolazione dei lavoratori in Europa, basterebbe una regoletta interna alla FIGC secondo cui in cinque stranieri giocano e tutti gli altri vanno in panca. Punto e basta. Altrimenti si aboliscano le squadre nazionali e non si stia a perdere tempo.
A ciò si aggiunga una breve considerazione di sociologia spicciola. In una società in cui il disimpegno e il fancazzismo assurgono ad attitudini scaltre e meritevoli, non si comprende perché un settore dove agiscono alcuni milionari dovrebbe fare eccezione. È la nostra cifra di competenza, fortemente pretesa da una classe politica ignorante e bisognosa di circondarsi di pari grado. Allo stesso modo, in nessun segmento del Paese si curano le scuole, i cantieri, i seminari o la formazione professionale. Nemmeno nel calcio, dove non albergano progetti né ambizioni sorrette da magisteri tecnici o tattici. Il nulla. E allora, perché non aspettarci che tale insipienza non renda dei risultati alla bassezza del livello voluto e creato da presidenti e da manager di disarmante pochezza? I giornalisti sportivi e i commentatori occasionali, prestati al calcio per un’esilarante boccata comune di aria fritta, straparlano di rifondazione del football italiano. Se fosse, questo sport sarebbe il primo a partire. Ma chi sa di calcio (e non alludiamo a De Gregorio, a La Russa e a Vendola) sa bene che il disastro è molto più generale. Perché è un disastro davvero.  

 

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