mercoledì, Settembre 22

Nautica, anno zero image

0

salone_nautico

Il filmato in bianco e nero è quello degli Anni ’60: vecchie 600 e 850 in coda verso le modernissime strutture della Fiera di Genova. Volti sorridenti, lontani nel tempo, e timidi saluti alla telecamera. Sullo sfondo, i profili imponenti ed eleganti delle leggendarie navi da crociera attraccate in Porto. E’ l’immagine del Salone Nautico, incastonata nella memoria di tutti, al di là dei cambiamenti e dei perenni mugugni per il traffico ingolfato e la Sopraelevata intasata.

Oggi, annusando la città, si ha la sensazione che quel connubio profondo, sia come smarrito e che il legame, tra Genova e la sua vetrina più scintillante, si sia allentato. Il magico idillio di un tempo sembra essersi trasformato in una glaciale e muta convivenza, avvelenata da timori e sospetti. La nautica non parla più il dialetto delle banchine; le case di produzione dei grandi yacht sono concentrate prevalentemente, in Lombardia, Veneto e Piemonte, dove il mare non c’è. E in Liguria ? Chi sono, oggi, i baluardi della secolare arte marinaresca? Esistono ancora presidi storici della nautica?

La risposta è sì, anche se il loro numero continua inesorabilmente a scendere. Potremmo definirli guardiani della tradizione, custodi di un mondo arcaico, dove artigianato, cuore, passione, perizia manuale e ingegno, sono la “polpa” di uno stile puro e originale. Nel nostro censimento, da Ameglia a Imperia, passando per Lavagna, Sanremo, Santa Margherita e Genova, ne abbiamo contato poco più di una decina, realtà imprenditoriali minute che guardano avanti e cercano di resistere alla tempesta più violenta di sempre. Dinastie vecchie e nuove, talvolta a conduzione familiare, che sul “fabbricar barche” hanno investito risorse, fatiche ed esistenze.

Ceriale, centro della Riviera delle Palme, è sede della Nauticart, cantiere fondato agli inizi degli Anni ‘70 da Domenico Ruocco, maestro d’ascia, specializzato nella costruzione di “gozzi”, le tipiche imbarcazioni liguri destinate alla pesca. Lo straordinario slogan di questa piccola azienda, svela con efficacia, lo spirito di un mondo: “la perfezione dell’imperfezione artigianale”. Geniale.

Nauticart, sempre presente al Salone Nautico, da due anni è costretta a disertare la manifestazione.

Il momento è tragicoconfida, schietto, Massimo Ruocco, titolare del cantiere. Il Nautico di Genova non è più conveniente. Ha perso il suo appeal internazionale e non consente un ritorno economico. Per noi 5/6mila euro di spesa e il rischio concreto di non vendere nulla”.

 

Qual è oggi la situazione del mercato ?

Disastrosa. Tutti i cantieri italiani specializzati nel “medio”, cioè nella produzione di barche dai 10 ai 20 metri sono in ginocchio o sull’orlo del fallimento. Non riescono più a vendere, perché in quel segmento si concentra la maggiore pressione fiscale. Per quel tipo di prodotto il mercato italiano è”bruciato”. Solo i cantieri più attrezzati riescono a piazzare qualche barca all’estero, ma sono piccoli numeri.

Un quadro confermato dai dati nazionali diffusi da Ucina, l’associazione di Confindustria che rappresenta i costruttori italiani della nautica: il tracollo per le piccole e medie imprese del settore è stato pari al 90%. Quasi una dichiarazione di morte.

 

E voi come state reagendo ?

Con sacrifici enormi. Negli ultimi due, tre anni il fatturato della nostra azienda si è dimezzato. Nel 2002, uno dei periodi migliori,  dal nostro stabilimento sono usciti 18 gozzi. Dal 2010 ad oggi ne abbiamo costruiti solo 2. Sembra incredibile, ma è così. Sopravviviamo, solo grazie al “refitting”, cioè l’arte del restauro, e al rimessaggio. In cantiere oggi lavoriamo in due. Nel 2008, prima della crisi, eravamo in cinque. E’ davvero dura.

 

I “gozzi” hanno mercato ?

Più del settore medio, senz’altro. Essendo imbarcazioni di piccole dimensioni mantengono ancora qualche richiesta.

 

Quanto costano ?

“Dai 15 ai 45mila euro. Tutte lavorate a mano, in legno e vetroresina. La manualità è la nostra anima”.

 

Siamo in trincea, ma quanto potremo resistere ?.  E’il refrain che viene pronunciato in tutti i piccoli cantieri della regione, quelli che un tempo rappresentavano le fondamenta, anche culturali, di un intero comparto.

Nella realtà in disfacimento della piccola industria nautica ligure, non mancano storie ancor più drammatiche. Come quella dei Cantieri Diano di Riva Trigoso spazzati via dalla crisi, proprio perché, tra l’altro, si erano specializzati nella costruzione di filanti e meravigliosi scafi fra i 20 e i 33 metri, un segmento, come abbiamo visto, “decotto” e fuori mercato. Dopo aver servito celebrità (tra i clienti Mike Bongiorno) e costruito autentici gioielli, che coniugavano tradizione, design e modernità funzionale, i Cantieri Diano sono scomparsi dall’orizzonte. Anche fisicamente. Dichiarati falliti alla fine del 2011, con 100 lavoratori sulla strada, i cantieri sono stati demoliti a colpi di ruspa nel 2013. Un pianto.

Questa, dunque, la condizione della piccola nautica ligure: una realtà di sopravvissuti, minacciati dall’estinzione. Casi pesanti come macigni, che giustificano, in parte, la caduta di interesse verso il Salone.

L’elenco dei fattori, che hanno innescato questo lento processo di straniamento e disaffezione, è lungo: indubbiamente la crisi, e il conseguente impoverimento della rassegna; l’incapacità di creare intorno alla manifestazione esperienze durevoli connaturate al territorio, e non limitate alle sole giornate dell’esposizione; le strategie sbagliate: al di là delle gravi contingenze, Genova, come in altri casi, non è riuscita a far evolvere il rapporto negli anni, a renderlo profittevole. E ancora: la sottovalutazione dei segnali negativi, che a partire dal 2008, hanno minato i mercati; la spesa folle di 43 milioni di euro per la costruzione del nuovo Padiglione B della Fiera, progettato dall’archistar Jean Nouvel, operazione che ha dissanguato le casse dell’Ente; e, non ultimo, il deterioramento dei rapporti tra i partners storici dell’evento, litigiosi anche nei periodi di “vacche grasse”, quando Genova era costretta a respingere sia i visitatori, per gli alberghi tutti esauriti, sia le aziende, per mancanza di spazi espositivi disponibili.

Partiamo proprio da quest’ultimo aspetto.

In passato, Fiera di Genova e Ucina, si sono cordialmente detestate. Ciclicamente, gli imprenditori del settore, reclamando più attenzioni, hanno minacciato di lasciare Genova (è ancora di pochi mesi fa la “provocazione”, lanciata da un noto marchio, di allestire l’evento all’Idroscalo di Milano).

Di fronte ad una crisi economica senza precedenti, l’alternativa era una sola: superare le endemiche incertezze e le conflittualità. Cambiare o morire.

“Sì è vero, Genova ha rischiato davvero di perdere la sua manifestazione regina” ammette Sara Armella, Presidente di Fiera di Genova.Ma oggi la stagione dei conflitti è superata. Ci fa piacere aver avviato una nuova collaborazione con Ucina, che giustamente ottiene il tanto richiesto coinvolgimento nell’organizzazione, ma quello che mi preme, è che questo Salone segna una fondamentale ripartenza. Ci siamo impegnati per venire incontro alle esigenze degli espositori, pagando anche prezzi dolorosi”.

Già, per la prima volta in 54 anni, l’evento è organizzato da una società privata, la Saloni Nautici Spa, costituita da Ucina e controllata dalla stessa associazione al 100%. Fiera di Genova (salvata recentemente dal fallimento, attraverso un’operazione di robusti tagli, costata lacrime e sangue) dovrebbe fare il suo ingresso nella nuova società al 50%. Un passaggio che tuttavia non si è ancora concretizzato.

 

Il fatto che Fiera di Genova non faccia ancora parte della nuova società non è un problema.” puntualizza Sara Armella “Dobbiamo ancora superare, una serie di passaggi esclusivamente normativi, complicati dal fatto che Fiera di Genova è un soggetto di proprietà pubblica (gli azionisti sono Comune, Regione, Provincia, Camera di Commercio e, in minima parte, Autorità Portuale n.d.r.) , ma il matrimonio certamente si farà. A tutti gli effetti, con Ucina, siamo già soci nei fatti”.

Presidente, dopo i contrasti del passato, come sono oggi i rapporti tra Fiera di Genova e industrie nautiche?

Oggi siamo due conviventi di fatto, che collaborano per rilanciare il Salone. Fiera di Genova ha dovuto superare traumatiche ristrutturazioni e brutali ridimensionamenti. Per salvarsi ha dimezzato gli organici, passando da 57 a 30 dipendenti. Oggi è un Ente indubbiamente più leggero, dinamico e meno burocratico, in linea con i dettami della spending review avviata dal commissario Cottarelli. Un Ente che deve sottoporsi ad una drastica cura dimagrante per riassestare i conti e risalire la china.

La Fiera è stata costretta a restringere l’area a disposizione del Salone Nautico, da oltre mezzo secolo, il suo fiore all’occhiello.

La trasformazione, in questa fase così drammatica, era inevitabile. Un rinnovamento che necessariamente deve coniugare il contenimento dei costi, le esigenze operative e l’offerta di spazi davvero funzionali. Posso dire, che tutte le richieste delle industrie nautiche sono state accolte.

 

Sulla destinazione delle aree si gioca il futuro dell’Ente fieristico e conseguentemente del Salone. Fiera di Genova restituirà al Comune il Palazzo dello Sport (il padiglione S, a forma circolare, utilizzato nella sua lunga storia anche per eventi sportivi e spettacoli musicali) e il padiglione C. In questo modo azzererà i debiti che ammontano a poco meno di 20 milioni di euro. Ancora aperta la questione degli spazi acquei, la cosiddetta Darsena. La società Saloni Nautici si è candidata a gestirli direttamente, chiedendo all’Autorità portuale di Genova la concessione per dieci anni. Ma le resistenze al progetto non mancano.  

Presidente Armella qual è la sua “visione” ?

Fare della Darsena un luogo permanente a disposizione delle aziende nautiche. E’uno spazio che merita di essere utilizzato tutto l’anno. Una sorta di naturale estensione del Salone. La mia speranza è che l’Autorità Portuale, titolare della decisione, agisca in tal senso.

 

In attesa che si definiscano i progetti, occorre confrontarsi con i problemi del presente. Anche perché, il distacco tra Genova e il Salone, è confermato da altri segnali. Il sostegno economico alla rassegna da parte degli Enti liguri, è colato a picco. Lo scorso anno la Regione Liguria destinò alla manifestazione 220mila euro, risorse, destinate soprattutto, alla campagna di comunicazione. Quest’anno solo 30mila euro, la cifra che più o meno, lo stesso Ente, stanzia di solito, per una grande sagra paesana.

La manifestazione più importante della Liguria naviga ancora in acque agitate, arranca, si batte, ma deve anche incassare clamorosi voltafaccia. Tra le defezioni più dolorose quella del colosso Azimut – Benetti, industria piemontese con 2mila dipendenti, che quest’anno non è presente a Genova con i suoi yacht. La famiglia Vitelli, proprietaria del marchio, dopo aver investito 300mila euro nel fallimentare Salone del 2013, ha deciso di puntare gli investimenti sull’esposizione di Cannes, dove dal 9 al 15 settembre, ha presentato quattro anteprime mondiali e una flotta di 22 unità.

Per il Nautico di Genova è un contraccolpo pesante, sia in termini di business che d’immagine. Per rendere l’idea, è come se la settimana della moda di Milano, perdesse di colpo le sfilate di Armani. Ma quella di Azimut non è purtroppo l’unica rinuncia, e si aggiunge a quelle di altri marchi storici della nautica italiana, come Cerri e Baglietto, oggi di proprietà dell’imprenditore Beniamino Gavio.

Ecco dunque svelato, un altro fattore destabilizzante, con cui la rassegna genovese si trova a fare i conti: l’agguerrita concorrenza. Il Salone di Genova non è più l’evento, unico al mondo, che alimentava i sogni di un’intera città. In Italia e in Europa le rassegne nautiche si sono moltiplicate, l’offerta si è parcellizzata. E allora, come fermare l’emorragia ?

Provvidenziale la decisione presa da Massimo Perotti, patron dei Cantieri Sanlorenzo e presidente, da pochi mesi, di Ucina. Dal 2015 il Salone Nautico di Genova non si svolgerà più in autunno, ma in primavera, nel mese di maggio, in modo da battere sul tempo le esposizioni concorrenti di Cannes e Montecarlo. Si tratta di un passo importante che negli ambienti delle imprese nautiche italiane è stato accolto con grande favore. Non era più accettabile arrivare ogni anno terzi, dopo le due rassegne della vicina Costa Azzurra. Dall’anno prossimo, finalmente, e salvo sorprese, sarà nuovamente Genova a presentare, per prima, le novità del settore.

La nautica italiana, insomma, sta cercando di rialzarsi, perfettamente consapevole che il nemico più temibile è la crisi. Per comprendere le dimensioni dello “tsunami” abbiamo analizzato l’andamento del Salone Nautico di Genova degli ultimi 10 anni. A scorrere i numeri, sembra un’ecatombe.

Prendiamo come primo riferimento il Salone Nautico del 2004. Che tempi ! Genova, ammantata dall’investitura di Capitale Europea della Cultura, accoglieva, in un crescendo rossiniano, la parata di mega yacht, Ministri e vip. “Il Nautico dei record”, titolavano i quotidiani. 1987 imbarcazioni esposte, 1547 espositori e la bellezza di 326mila visitatori. Un successo, confermato sostanzialmente, nelle 4 edizioni successive.

La Nautica italiana, insomma, regge le prime folate della crisi che iniziano a spirare dagli Stati Uniti. Il comparto è solido, vanta la migliore qualità del mondo e supera, senza apparente affanno, la contrazione del mercato interno. Cresce l’export. Emirati Arabi, Russia e Cina rappresentano l’Eldorado dove investire. Non mancano, tuttavia, gli effetti collaterali che gli operatori del settore e gli analisti più attenti, cominciano ad evidenziare: i piccoli cantieri, quelli ricchi di tradizione, che hanno nel mercato italiano il loro unico riferimento, iniziano a soffrire. Sono industrie di grande qualità, ma non sufficientemente attrezzate per competere sulla scena internazionale. “Non è il caso di allarmarsi”, ripetono nel 2008 e 2009 i politici, in visita alla rassegna. Così, i primi cedimenti strutturali del settore, avvolti dalla cortina fumogena dell’ottimismo ad ogni costo, passano quasi inosservati. Ed è un male, perché il mercato, di lì a poco, presenterà il conto. Le cifre parlano chiaro. Il comparto ha chiuso il 2013 con un fatturato di 2,4 miliardi di euro, retrocedendo ai livelli del 2000. Nel 2008, ultimo anno con il vento in poppa, era stato di 6,2 miliardi. Tradotto: dal 2007 al 2013 l’erosione del fatturato è stata pari al 65%. Ad aggravare il quadro, l’implosione del mercato interno. Mentre l’export della cantieristica italiana, volava al 93%, riuscire a vendere una barca in Italia diventava un’impresa impossibile: nel 2013 il valore del mercato interno della nautica da diporto è rimasto al di sotto dei 100 milioni di euro; briciole rispetto alle dimensioni del mercato complessivo, pari, oggi, a 1,3 miliardi di euro. Pesantissime le ripercussioni del disastro: dal 2011, oltre 11 mila posti di lavoro bruciati, senza considerare l’indotto, e il fronte interno del comparto ridotto in macerie. Per dare un’idea: prima della crisi UCINA rappresentava 450 imprese; oggi gli associati sono 300.

Edizione 2010, il Salone delle polemiche politiche. Tutti ricordano gli slogan “Anche i ricchi piangono” o “Chi possiede una barca è un evasore”. Costruttori e diportisti non la prendono bene. Si sentono tartassati da leggi penalizzanti e punitive, bersagliati dai pregiudizi. Per la prima volta nel Paese, si consuma una grave frattura tra una delle colonne portanti del Made in Italy e parte dell’opinione pubblica. Non è questione da poco. La Nautica è guardata con sospetto; un comparto d’elite, zeppo di inquinatori, trasgressori e furbetti, da rieducare a colpi di sanzioni e redditometro.

Sembra trascorso un secolo dagli euforici Anni ’80, quando gli italiani si riscoprono popolo di naviganti, grazie alla nuova moda del windsurf e alle imprese veliche di Azzurra e del Moro di Venezia, le barche tricolori che infiammano le regate dell’America’s Cup.  Successi sportivi entrati a far parte dell’immaginario collettivo, il più efficace spot pubblicitario di sempre, si disse all’epoca.

Sulla spinta di quelle prodezze, la Nautica italiana, uscita dal dorato isolamento, diventa, proprio allora, un fenomeno di costume. Termini come “spinnaker”, “gennaker” e “strambata” entrano a far parte del linguaggio comune. Si apre un mondo. In quegli anni la Fiera di Genova, è presa d’assalto da un fiume di visitatori che si stringono intorno agli scafi italiani, portati al Salone in trionfo.

Ricordi sbiaditi, scenari lontani. 25 anni dopo, quel Paese palpitante non esiste più. La luna di miele è svanita da un pezzo. Il clima è mutato per sempre, più incattivito e feroce. Passano le stagioni, la crisi inizia a mordere e nessuno, ormai, può sentirsi davvero al sicuro.

Per il Salone di Genova iniziano i tempi bui. I dati del 2012 e 2013 sono lo specchio del terrificante declino. 900 espositori e 176mila presenze il primo anno. Appena 750 espositori e 115mila visitatori il secondo, in un’edizione ridotta, aperta solo cinque giorni.

Quest’anno, il barometro del settore indica, purtroppo, ancora burrasca. L’industria nautica italiana è spaccata in due: da una parte, chi non conosce la crisi, i marchi internazionali del lusso, il comparto dei mega yacht, le cui previsioni di crescita, per i prossimi mesi, sono stimate tra il 5% e il 7%. Dall’altra, chi lotta per non soccombere, le piccole e medie aziende, costrette a misurarsi con l’estrema debolezza del mercato italiano e mediterraneo.

Anche per questi motivi, l’edizione 2014 del Salone Nautico ricalca lo stesso modello, definito “leggero”, dello scorso anno. Spazi espositivi ristretti (esclusi dalla rassegna il padiglione C e il palasport), un migliaio di barche (assai esigua la presenza degli yacht super lusso), quasi tutte esposte in mare, 760 espositori (circa un terzo rispetto alle presenze pre – crisi), ma nonostante le importanti defezioni, in lievissima crescita rispetto a quanto si è visto nei padiglioni vuoti degli anni scorsi. 180mila metri quadrati di esposizione e cancelli aperti un giorno in più, sei anziché cinque.

Si punta soprattutto sulla vela con un 22% in più di scafi in rassegna, rispetto al 2013. Si tratta di un segmento che tiene conto anche dei costi più bassi di queste imbarcazioni e del loro rivolgersi ad un pubblico di veri appassionati. Questo insomma il nuovo orientamento: non più il gigantesco Salone “generalista” dei tempi d’oro, ma un’esposizione concentrata, rivolta ad un pubblico qualificato.

Rimane, profondo, il rimpianto per le occasioni perdute.

Quello che è mancato in questi anni, come in molti altri ambiti della Liguria, è stato l’elemento di ricerca e sperimentazione, la capacità e il coraggio di sfruttare un evento unico come il Nautico, attraverso l’integrazione duratura con altri segmenti, ricchi di potenzialità. Emblematico il caso della Subacquea, una realtà, che pur vantando numeri importanti, è stata sistematicamente trascurata.

Nonostante il richiamo esercitato da habitat particolarmente attrattivi, come il Parco Marino di Portofino, un paradiso sommerso con i fondali più spettacolari del Mediterraneo, o il relitto della Haven, al largo di Arenzano, nessuno ha mai pensato di incentivare e “mettere a sistema” uno sport che si può praticare tutto l’anno e che attira un genere di clientela con buone capacità di spesa. I dati economici sono lo specchio di un settore in salute: le 5 aziende che dominano il mercato italiano ed europeo della Subacquea, sono tutte realtà genovesi con un fatturato complessivo che, per dimensioni, è il secondo al mondo.

“E’così, siamo una realtà che genera risorse, eppure con il Salone Nautico i rapporti sono interrotti da tempo” conferma Gianni Risso, decano della Fotografia subacquea italiana e ideatore nel 1972 dell’operazione “Fondali Puliti”. In altri paesi europei si sono accorti, da tempo, delle enormi potenzialità del turismo Subacqueo. Qui da noi, invece, è come se non esistessimo. L’accoglienza al Salone è sempre stata molto fredda. La sistemazione logistica del nostro comparto, in molti casi, pessima. Sempre nelle retrovie, praticamente invisibili”.

Risso, qualche esempio ?

La Russia ad esempio sta investendo moltissimo sul turismo subacqueo. Non a caso  gli appassionati russi sono  primi al mondo come numero di immersioni effettuate nel Mar Rosso. In Liguria, sul relitto della Haven, registriamo una presenza in costante aumento di turisti subacquei dell’Est europeo. Non parliamo, poi degli appuntamenti espositivi, più importanti: Il Salone di Mosca, il Boat di Dusseldorf, il Dema Show organizzato negli Stati Uniti. Esposizioni nautiche che hanno una grande considerazione del pianeta Diving e della cultura subacquea.

E qui in Italia, invece ?

Siamo a malapena sopportati.  Eppure nel 2013, nella sola Liguria, abbiamo registrato 50mila presenze per un totale 100mila immersioni. Calcolando che ogni immersione ha un costo di 38 euro, il giro d’affari diventa notevole. Se poi consideriamo la spesa per soggiorni, parcheggi ed attrezzature, arriviamo ragionevolmente ad  una ricaduta annuale complessiva, che supera ampiamente i 6 milioni di euro. Stiamo parlando di un movimento, che solo in Liguria, si regge sull’attività di 50 diving, la metà dei quali operativi a Genova e nel Tigullio. Tutti risultati ottenuti senza promozione e senza aiuti.

I rapporti col Nautico ?

Oggi non ci sono rapporti. Eppure nelle prime edizioni, dal ’71 al ‘90 siamo stati parte integrante del Nautico grazie all’allestimento in contemporanea del Salone Internazionale delle Attrezzature Subacquee. Le strade si dividono nel ’92 quando  nasce Eudishow, un Salone dedicato esclusivamente al nostro settore. Viene ospitato a Genova dal 2004 al 2006, ma è Bologna la città, che di fatto, si è appropriata della manifestazione.

Incomunicabilità, mancanze, lacune. Quali sono gli errori commessi ?

Errori di valutazione anche da parte nostra. Ad esempio nel 2007 è stata costituita Confisub, aderente a Confindustria, ma i risultati operativi, finora, non sono esaltanti. Non siamo riusciti a creare un organo di rappresentanza solido. Tornando alla sostanza, l’integrazione intelligente con il Salone poteva essere una mossa vincente. Evidentemente Ucina, ha altre priorità. Nelle esposizioni all’estero la collaborazione operativa tra nautica e turismo subacqueo, funziona e rende moltissimo sul piano del marketing. In Italia si procede ancora a compartimenti stagni. Un vero peccato, secondo noi è  un’occasione perduta.

 

Anche sulla gastronomia, nonostante eventi come Slowfish siano già attivi sul territorio, non si sono mai concretizzate iniziative, in stretta connessione con il Salone, anche al di fuori del canonico periodo autunnale. Dall’esposizione non è mai nata una filiera in grado di generare cultura, opportunità di crescita, processi virtuosi, contaminazioni e ricadute economiche a lungo termine. Il Nautico è sempre calato su Genova come una meravigliosa astronave, ha esibito le sue luci, e ogni volta, è sempre ripartito, circondato da silenzi e colpevoli diffidenze. Si è dormito sugli allori, vivendo e gestendo l’evento come un fatto immutabile e intramontabile, estraneo al cambiamento dei tempi, delle mode, e come si è visto, delle contrazioni economiche. Il Salone Nautico rischia di essere, già da tempo, una scommessa persa da Genova e dalla Liguria, una risorsa che potrebbe andar via, senza che nessuno, negli anni, abbia cercato di cogliere e potenziare i flussi dinamici di ricchezza, che in prospettiva, la rassegna avrebbe potuto generare. Come nella canzone di Luigi Tenco “Un giorno dopo l’altro”…”Qualcuno anche questa sera torna deluso a casa, piano piano. Un giorno dopo l’altro la vita se ne va e la speranza ormai è un’abitudine”. Un’abitudine che a Genova, prima o poi, si dovrà cambiare.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->