lunedì, Ottobre 25

NATO – Ucraina: falchi, colombe e sciacalli field_506ffb1d3dbe2

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«La Nato ha bisogno di Politica», così Matteo Renzi nella conferenza stampa dopo la firma dell’accordo per il cessate il fuoco tra Kiev e i ribelli separatisti.  Questa battuta, in mezzo ad altre poco felici del Premier italiano  -in particolare i toni soft sullo scempio dell’aggressione alla Libia, in palese violazione del diritto internazionale-   esprime, forse meglio di ogni altra cosa, il senso di quel che è accaduto nella drammatica maratona iniziata a Newsport e terminata a Minsk poche ore fa. 

Come già scritto alla vigilia del vertice, tutto  era iniziato con una lugubre profezia del Segretario Generale dell’Alleanza, Anders Fogh Rasmussen, su un vertice che secondo lui avrebbe «cambiato la storia»: una possibile guerra con la Russia, insomma, un’entrata a gamba tesa nel conflitto tra Kiev e ribelli separatisti sostenuti da Mosca, con migliaia di soldati NATO da far entrare in territorio ucraino. Questo lo scenario evocabile dalle parole dell’ex Primo Ministro danese: Nato e Russia divise dallo stesso confine, culmine di una politica di accerchiamento iniziata subito dopo la disgregazione dell’Unione sovietica, sotto la spinta della parte più oltranzista del blocco euroamericano.

Rasmussen sembrava intenzionato a dare la spinta finale, a rischio di una guerra di vastissime proporzioni e dagli effetti disastrosi. Il tutto grazie a un evidente tracimamento della sfera tecnico-militare su quella politica, avvenuta con il percepibile consenso dell’unico vero falco del G5, il Premier inglese David Cameron, a cui si deve  l’idea, poi messa in cantiere dal Segretario generale, di una forza di intervento rapida in caso di emergenza nello scacchiere eurorientale, cui Londra garantirà ben 3500 soldati sui 4000 previsti. Cameron, è bene ricordarlo, è un filo sionista dichiarato, i suoi Servizi hanno preso parte anche alla ‘guerra civile’ siriana, ed operarono assieme a quelli di Nicolas Sarkozy fin dai primi giorni della rivolta bengasina del febbraio 2011, per distruggere la Jamahirya libica con gli effetti che sia i libici sia gli italiani e gli europei oggi conoscono.

Questo, dunque, l’avvio.  Ma di lì, dalle parole e dai progetti paralleli della Nato militare e del Premier inglese  -ci sono anche 15 milioni della NATO a sostegno dell’Ucraina: ma ha detto subito la Mogherini, ci vorrà tempo prima che arrivino- è iniziata a poco a poco una rivalsa della politica, che da una parte attiene sempre a un’organizzazione militare minacciosa per la pace mondiale, e dall’altra, però, ha prodotto, nel caso specifico, un effetto positivo: niente guerra, e per ora, persino niente sanzioni.

In questo percorso non è difficile individuare le colombe che hanno favorito la controtendenza: i Paesi europei innanzitutto, non solo Renzi e Angela Merkel  -da cui l’evidente oggettiva doppiezza della sua figura, rigorista in economia, ma moderata in politica estera- ma anche François Hollande.
Il Presidente francese merita più di una menzione:  già temuto all’inizio del suo mandato come la versione ‘socialista’ di Sarkozy, ‘di sinistra’ in politica interna, e oltranzista come il suo precedessore in quella estera, si sta manifestando, in realtà, forse anche per l’ ‘effetto Renzi’ sull’area della socialdemocrazia europea, come un interlocutore utile in caso di aggressività dei falchi.  Ha detto a chiare lettere a Petro Poroshenko che non è possibile una soluzione militare in Ucraina; ha irritato Barack Obama per  aver solo bloccato e non embargato completamente la consegna di due navi da guerra alla Russia; e ha proposto un vertice a Parigi con Poroshenko e Vladimir Putin, forse ormai reso superfluo dall’accordo raggiunto a Minsk

E Obama? I titoli di alcuni giornali di oggi  lo vedono  -a causa del suo tandem con Cameron-  come un falco contrapposto alla linea UE: ma la realtà sembra essere diversa, sia perché al vertice pre-summit con Poroshenko (altra anomalia che fa capire come il vertice programmato secondo le attese iniziali, sia stato sconvolto dalla cauta ma determinata controffensiva dei moderati) Obama aveva al suo fianco, su qualche sedia più in là, esterna al tavolo tondo, il suo Segretario di Stato John Kerry, colui che avrebbe voljuto scatenare l’intervento di Washington in Siria un anno fa; sia perché l’invio unilaterale di soli 200 parà americani in Ucraina potrebbe essere stato un modo di bruciare il tentativo di Cameron di aiutare Kiev con migliaia di soldati NATO; sia perché, nei fatti, il terreno di divergenze di Obama con l’Unione europea, alla fine, non ha riguardato più l’alternativa tra opzione bellicista e sanzioni, ma tra sanzioni e sanzioni, più o meno dure, più o meno immediate. E tranne cambiamenti delle prossime ore, le sanzioni, come ha detto Renzi nella sua conferenza stampa,  avranno tempi burocratici comunque lunghi.

La valutazione, dunque, è, rispetto alle premesse positiva. Ma questo non vuol dire affatto che ha vinto la pace o una politica di distensione: le contraddizioni sul tappeto sono pesanti e profonde sia sullo scacchiere eurorientale  -dove la russofobia è forte in molti ex Paesi ex socialisti, a nord la Lituania, a sud la Romania che aveva dato l’ok all’uso delle proprie basi in caso di necessità-   sia in Medio Oriente. In Palestina resta l’incognita del dopo incontro tra papa Francesco e Shimon Peres, e nello scacchiere siro-iracheno emerge chiaramente  -al di là dell’ISIS e delle sue versioni alquanto posticce, in rete e video-  uno sfondo strutturale della crisi, che è quello della marginalizzazione della componente sunnita in Iraq, come effetto della guerra del 2003, e della politica di tabula rasa del Governatore Paul Bremer nella prima fase d’occupazione, del vecchio partito Baath di Saddam. Forse è in questo contesto che va letto l’annuncio di una prossima liberazione dell’ex Ministro degli Esteri di Bagdad Tarek Aziz dallo stato di prigionia in cui vive da ben 11 anni. Un crimine quell’arresto, dentro un focolaio di crimini di cui fanno le spese tra l’altro  -dimenticati dai mass media-  migliaia di cristiani come Tarek Aziz in un area una volta pacifica e dove regimi musulmani ‘laici’, come quello di Saddam Hussein erano riusciti a garantire una compartecipazione di tutte le minoranze al Governo del Paese.
Resta da attendere l’esito del dibattito sulle sanzioni in Parlamento: anche qui non sembra andare male, se Lega, 5 Stelle, FI e persino Pierferdinando Casini, si impegneranno per dire no a quale che sia tipo di sanzioni, ed anzi ad abrogare quelle già operative, con effetto zero sulla Russia  -come ammesso oggi da ‘La Repubblica‘-  e con molto danno per l’Italia soprattutto gli agricoltori del nostro Paese in commercio con la Russia.

 

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