martedì, Maggio 11

Nato, scudo anti-Russia L'Alleanza si rafforza nei Paesi baltici. Ma no alla presenza in Ucraina

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La questione ucraina si incaglia in seno Nato, con i distinguo delle potenze Ue verso Washington ma, alla fine, la decisione dei 28 Paesi del blocco atlantico è di rinforzare il comando militare Saceur nei Paesi baltici, a scopo di autodifesa, «sospendendo ogni cooperazione pratica, civile e militare, con la Russia». Usa, Regno Unito, Germania, Francia, Polonia, Danimarca e Portogallo avrebbero già dato disponibilità di mezzi, «per tutto il tempo necessario» e «tanto il Mar Baltico quanto sul Mar Nero».
Sull’entrare in Ucraina ancora c’è cautela. Se gli Stati Uniti vedono di buon occhio un presidio dell’Alleanza atlantica nel Paese, Francia e Germania – cuore dell’Europa – frenano, per «evitare provocazioni e non dare a Mosca pretesti per un’ulteriore escalation». L’incontro ministeriale della Nato a Bruxelles ha innescato frizioni tra potenze dell’Organizzazione di difesa, non appena, dal Parlamento di Kiev è arrivato il via libera alle esercitazioni militari interne con i Paesi dell’Alleanza e dell’Unione europea (Ue): 2.500 militari ucraini e altrettanti stranieri sono autorizzati a partecipare nelle manovre, in agenda da maggio a novembre, che farebbero da contraltare alle prove di forza delle decine di migliaia di soldati russi, ammassati dal Cremlino lungo la frontiera orientale ucraina.

La Nato si è dichiarata «pronta a ulteriori passi necessari, per bloccare qualsiasi minnacia contro Paesi alleati». «La difesa comincia con la deterrenza. Le azioni della Russia sono inaccettabili», ha detto il Segretario generale uscente Anders Fogh Rasmussen all’apertura dei lavori.
Nei Paesi baltici, già dopo la crisi con Mosca l’Alleanza atlantica ha rafforzato le operazioni di «polizia dell’aria», con il pattugliamento di aerei radar nei cieli polacchi e rumeni, e «aumentato la presenza navale». Nello specifico, gli «ulteriori passi includono un aumento delle esercitazioni e un appropriato dispiegamento di forze in base agli sviluppi della situazione», ha precisato Rasmussen. Va sa sé che, inoltre, il «rapporto con la Russia debba essere rivisto in maniera più profonda». Oltre, cioè, la già decisa sospensione del regime di cooperazione.
Come, però, se le principali potenze europee sono contrarie a prove di forza? La Nato si è rifiutata di confermare il ritiro delle truppe al confine, annunciato da Mosca,non è quello che abbiamo visto»), mentre la cancelliera tedesca Angela Merkel ha puntualizzato di «non avere ragione di dubitare delle dichiarazioni del Presidente russo Vladimir Putin».
Come l’Italia, la Germania è cauta nell’esasperare i rapporti con Mosca, complice la dipendenza dal gas russo. La Polonia, viceversa, sta dalla parte degli Usa e di Kiev e reclama «due brigate pesanti» della Nato sul territorio: «Una presenza permanente che garantisca alla Polonia la stessa sicurezza garantita agli altri alleati».

Orfano degli sconti sul gas russo – una spesa di circa il «50% in più per la popolazione», stimano le autorità ucraine, per il rialzo della tariffa di Gazprom a 385 dollari ogni 1.000 metri cubi – il nuovo Parlamento di Kiev ha approvato una risoluzione che obbliga il Minstero dell’Interno e i Servizi di sicurezza a disarmare i gruppi armati illegali come i paramilitari di estrema destra di Pravi Sektor, manovalanza centrale, con i suoi fucili d’assalto e il suo addestramento bellico, per trasformare le rivolte di Piazza dell’Indipendenza in rivoluzione. «L’aggravarsi della situazione criminale e numerosi casi di utilizzo di armi non autorizzato», quasi la sparatoria della notte precedente, hanno spinto il partito Patria di Yulia Tymoshenko a proporre la mozione nell’Assemblea dei deputati.
Deliberato il provvedimento, le forze dell’ordine ucraine hanno immediatamente proceduto a sequestrare «diverse armi» nell’hotel Dnipro di Kiev, quartier generale dei Pravi Sektor.

Oltre che sul nodo della Difesa, in Europa i riflettori sono stati puntati sull‘incontro a Downing Street tra il Premier italiano Matteo Renzi e il padrone di casa David Cameron.
Come nel summit Ue di Bruxelles, i due giovani leader hanno dichiarato intesa e sintonia. «Sostengo l’impegno di Matteo per le sue misure ambiziose su crescita e riforma del lavoro», ha dichiarato il Premier britannico, convinto come il Rottamatore che «ci debbano essere riforme anche a Bruxelles» e persino «ansioso» di collaborare con Renzi in futuro. «We want a better Europe not more Europe», («vogliamo un’Europa migliore, non più Europa») gli ha fatto eco l’ex Sindaco di Firenze.
Nel concreto, i Renzi e Cameron hanno espresso unanime condanna al comportamento della Russia in Ucraina e invitato il Cremlino a venire a patti con l’Occidente: «Qualsiasi soluzione non può prescindere dalla presenza dell’Ucraina al tavolo». Tra l‘Italia e la Gran Bretagna, sul versante dell’Europa unita, c’è poi «un’alleanza non ideologica, non confusa, nel processo di riforma dell’Ue, che è assolutamente importante essere noi a cominciare», ha aggiunto Renzi, «è impossibile lottare contro la burocrazia e le idee di Bruxelles se il sistema italiano per primo è vecchio».

Dal palcoscenico di Londra, il Rottamatore ha inoltre rilanciato il mantra della «riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione», all’indomani dell’approvazione del pacchetto nel Consiglio del Ministri e ora di fronte alla prova del fuoco del Parlamento. «Non si può andare a parlare in Europa, se prima cambiamo noi. Questa è la sfida del secondo semestre 2014», ha ribadito, convinto anche che, se si procede in fretta, «nei prossimi mesi il tasso sulla disoccupazione in Italia tornerà sotto la doppia cifra». Renzi ha cittato i «2.100 articoli articoli che si occupano del mondo lavoro in Italia. Noi abbiamo in testa un codice del lavoro di 50-60 articoli, scritto anche in inglese per gli investitori, che dia regole e tempi certi. I n questi anni abbiamo perso troppa strada. È tempo di rimettersi a correre».

Sul fronte diplomatico, la giornata ha anche segnato una ripresa delle trattative israelo-palestinesi, mediate dagli Usa.
Dopo i due incontri serrato con il Premier israeliano Benyamin Netanyahu, per sbloccare l’impasse sul rilascio dei detenuti palestinesi, il Segretario di stato americano John Kerry ha lasciato per poche ore Israele, per volare alla riunione della Nato a Bruxelles. Per domani 2 aprile, tuttavia, è di nuovo in agenda un colloquio di Kerry con il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen, che sui prigionieri ha lanciato un ultimatum a Israele. Per superare lo scoglio, gli Stati Uniti potrebbero liberare la spia israeliana Jonathan Pollard, ma la Casa Bianca ha fatto sapere che a riguardo finora «non ci sono aggiornamenti». «Israele deve fermare gli insediamenti e l’Anp deve riconoscere Israele, rendendo utili gli sforzi di Kerry per cogliere quella che forse è l’ultima possibilità per risolvere il conflitto ragionevolmente», ha commentato, da Roma, il Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini.

Nella vicina Siria prosegue la guerra dimenticata, con le oltre 150 mila vittime (tra le quali 51.212 civili e 8 mila bambini) denunciate dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo dei ribelli.
Nell’Egitto, dove sono riesplosi nuovi scontri tra gli studenti del Cairo supporter dell’ex Presidente Mohammed Morsi e la Polizia, non si raffreddano le tensioni. Ma è soprattutto in Afghanistan che l’attenzione è massima per le presidenziali del 5 aprile, destabilizzate dagli attentati quotidiani: nella Provincia meridionale di Ghazni un kamikaze si è fatto saltare aria per errore, uccidendo questa volta non le vittime predestinate, ma almeno 16 militanti talebani impegnati nei preparativi.
Nella Turchia reduce dalla vittoria del partito Akp del Premier Recep Tayyip Erdogan, si è già votato per le amministrative, importante barometro per le presidenziali dell’agosto prossimo.
L’opposizione guidata dai laici del Chp ha sollevato sospetti di brogli ai seggi di Ankara e chiesto anche il riconteggio delle schede a Istanbul. Nel corpo a corpo tra manifestanti e polizia sono esplosi ancora scontri. E violente proteste sono in corso, Oltreoceano, giorno e notte, anche in Venezuela, contro il Presidente Nicolas Maduro.

 

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