lunedì, Aprile 12

NATO-Russia: amici più di prima, anzi no field_506ffb1d3dbe2

0

nato

Uno strano vertice quello in Galles. Doveva essere il momento per celebrare la fine della missione in Afghanistan. Si doveva parlare dell’Ucraina senza incorrere nel rischio di una nuova guerra fredda. Si poteva addirittura stendere una nuova agenda mondiale. E invece le cose sono andate diversamente: “un clamoroso passo indietro”. E’ questa la sintesi di molti osservatori internazionali. In effetti, vengono i brividi a rileggere oggi le parole del primo segretario generale della NATO Lord Ismay. Quando si trattò di chiarire gli obiettivi dell’Alleanza, il generale inglese non usò mezzi termini: «to keep the Americans in, the Russians out, and the Germans down». Vengono i brividi, perché questa citazione degli anni Cinquanta si confonde facilmente con lo spirito che sta animando in questi giorni i 28 Paesi dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. 

Sessantacinque anni fa era facile puntare il dito su una mappa ed individuare il pericolo. Quando il 4 aprile del 1949 dodici nazioni siglarono a Washington il Patto Atlantico, lo fecero con un obiettivo: fronteggiare l’Unione Sovietica. La politica estera internazionale prese, così, la conformazione di due blocchi: da un lato la NATO, dall’altro il patto di Varsavia, l’Alleanza militare voluta da Nikita Kruscev. La guerra fredda aveva ufficialmente inizio.  

Non si trattò di un vero e proprio conflitto sul campo, ma fino al 1991, anno di dissoluzione dell’Unione Sovietica, fu certamente il periodo più lungo e vulnerabile del sistema delle relazioni internazionali: Occidente e Russia misero a punto i loro dispositivi militari in modo così meticoloso e credibile da far tremare l’intera umanità. Ecco perché quando il muro di Berlino venne abbattuto a festeggiare non furono solo i tedeschi, ma i popoli di tutto il mondo. Come ha recentemente affermato il Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, «dopo quel giorno la guerra in Europa fu davvero difficile da immaginare».  

Dopo dure rivalità e provocazioni alla fine degli anni Ottanta la parola “appeasement” entra nel vocabolario della diplomazia internazionale. Anche se il passaggio reale verso la distensione avverrà molto più lentamente. Il primo a gettare il sasso nello stagno fu l’allora Segretario Generale dell’Alleanza, il tedesco Manfred Worner: nel 1988 si diffonde l’aspettativa di un cambio del quadro di sicurezza mondiale  e il quotidiano britannico ‘Guardian’ lo cita per far sapere che «i sovietici sono vicini ad accettare la dottrina di stabilità della NATO». Solo due anni dopo è il Presidente americano George H. W. Bush a riprendere questo concetto per rimarcare il nuovo spirito di cooperazione con la Russia. Il 12 giugno del 1991 Eltsin vince con il 57% dei voti popolari le elezioni presidenziali. Il clima cambia. Lo si capisce dalle prime dichiarazioni del Presidente: «you can build a throne with bayonets, but you can’t sit on it for long» (ndr: Si può creare un trono con le baionette, ma non ci si può stare seduti a lungo). 

Nel dicembre dello stesso anno Bush e Eltsin tengono la loro prima riunione a Camp David. Nella dichiarazione congiunta si legge che “i due Paesi non sono più considerati come potenziali avversari”. Il 17 giungo del 1992, a Washington, una seconda dichiarazione aggiunge che «la trasformazione della difesa è la sfida chiave dell’era post guerra fredda, una sfida essenziale per la costruzione di una pace democratica». 

La storia della NATO passa soprattutto attraverso questo processo di “defrosting” delle relazioni Usa-Russia. Per anni l’Alleanza ha visto alzare barricate e crollare muri. Ha perso alleati di peso come la Francia di De Gaulle, ma anche incoraggiato e favorito l’ingresso di Stati un tempo considerati “ostili”. Sono gli anni in cui la NATO sente il bisogno di dimostrare un nuovo dinamismo: nel Consiglio Atlantico di Londra (luglio 1990), si rivolge ai vecchi avversari della guerra fredda, i Paesi dell’Est, tendendo una mano amica. Vengono lanciati i programmi con Bielorussia, Kazakistan, Ucraina, tutti i paesi della ex Jugoslavia e la stessa Russia. L’obiettivo è quello di aumentare la stabilità internazionale e rafforzare i legami tra gli Stati partner e l’Alleanza.  

Nel frattempo si inizia anche a lavorare sulla “politica della porta aperta”: nel 1999 fanno il primo ingresso Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria. Cinque anni dopo è la volta di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. Infine Albania e Croazia entrano nel 2009, completando il sesto allargamento. Nel 1999 viene lanciato il Membership Action Plan (MAP), una roadmap più strutturata per l’adesione che oggi vede pendenti le richieste di Bosnia Erzegovina, Macedonia e Montenegro. Giorgia e Ucraina restano capitoli più complessi, e per questo vengono trattati a parte.  

L’abbattimento dell’URSS non era negli scopi dell’Alleanza. Ma è grazie alla fine dell’Unione Sovietica che la NATO diviene simbolo e strumento di mantenimento dell’equilibrio internazionale. Nessun rancore. Il Segretario di Stato Albright nell’autunno 1997 così si pronuncia: «dobbiamo guardare all’allargamento ad est per ciò che è, un risultato di vecchie percezioni errate circa la NATO e di vecchi modi di pensare riguardo ai sui ex-satelliti dell’Europa Centrale. Dobbiamo incoraggiare le più moderne aspirazioni della Russia». Anche ad Est l’entusiasmo è tangibile: in una conferenza stampa del 3 ottobre 2001, il Presidente russo Putin addirittura definisce “una procedura appropriata” l’utilizzo dell’articolo 5 nella lotta contro il terrorismo. Siamo alla fase “amici più di prima”.

Intanto, le crisi corrono più veloci delle strategie. L’occasione per la NATO di dimostrare le proprie potenzialità sui fronti caldi nel sud del mondo arriva nel 1999 con i Balcani: l’Alleanza vede il suo primo impiego militare durante la guerra del Kosovo. Solo due anni dopo, l’11 settembre del 2001, arrivano le scioccanti immagini delle Twin Towers di Manhattan: per la prima volta nella sua storia viene invocato l’articolo 5 del Trattato. La reazione è immediata: vengono dispiegate truppe in Afghanistan. Nel 2003 parte la missione di addestramento in Iraq. L’anno 2011 tocca alla Libia. 

Siamo già ad un mutamento di strategia: il “nuovo nemico” deve essere combattuto sia dentro l’area NATO, protetta dall’articolo 5, sia al di fuori di essa, attraverso le operazioni out-of-area. L’uso delle armi biologiche e delle nuove tecnologie missilistiche permettono a Stati piccoli e deboli, o a gruppi, di disporre di una grande potenza offensiva. 

Ma le cose, anche qui, non vanno come sperato. La missione in Afghanistan porta certamente il successo della cattura di Osama Bin Laden, ma l’area è difficile da stabilizzare. I caduti in guerra e gli ingenti costi per sopportare la missione fanno il resto. Si inizia a parlare di ritiro e di nuovo ruolo “più politico” dell’Alleanza.  

Un auspicio che si infrange contro la recente prova di forza tra Mosca e Kiev. Questa volta è diverso: rispetto agli anni della guerra fredda, e per quanto possa sembrare assurdo, lo scenario è addirittura più insidioso. Due i fattori di preoccupazione: il primo deriva dalla recente crisi economica che ha visto quasi il dimezzamento delle spese per la difesa nei singoli bilanci nazionali. Basti pensare che gli Stati Uniti provvedono al 75 per cento delle spese della NATO e che dal 2008 le spese militari sono precipitate del 21,5 per cento in Italia, del 9,1 nella Gran Bretagna di Cameron, in Francia e Germania del 4,3, mentre in Russia il budget riservato alla Difesa è aumentato del 31,2 per cento.   

Eppure, sugli “avventati tagli” il nostro Paese fa orecchie da mercante. A nulla è valsa la lettera che qualche giorno fa il premier Cameron ha inviato al nostro presidente del Consiglio con una secca richiesta: “servono più soldi per la NATO”. Chi l’avrebbe mai immaginato per un Paese fondatore come il nostro che è sempre stato leale alleato nelle operazioni militari. Questi dati saranno aggiornati? Solo fino a qualche mese fa Roma occupava il quinto posto come contributore al budget della NATO dopo Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia, con una capacità di proiezione delle forze in grado di dispiegare sino a più di 6 mila uomini e donne in operazioni di gestione delle crisi all’estero, dei quali più di 4 mila sono stati impiegati in Afghanistan. Numeri che fanno dell’Italia il secondo Paese contributore a questa missione di mantenimento della pace.  

Il disimpegno di Roma e Berlino – è qui risiede il secondo motivo di preoccupazione – diventa ancor più incomprensibile se si pensa che l’instabilità internazionale infuria soprattutto a sud del mondo: grandi crisi e minacce terroristiche arrivano tutte dal Maghreb post primavere arabe, dalla nuova destabilizzazione libica, dal conflitto siriano, dal fondamentalismo in Iraq, dal Sahel. Sono crisi distanti chilometri tra loro, ma interconnesse dal filo del terrorismo internazionale che potrebbero in un attimo arrivare sulle frontiere dell’Europa.  Il caso Foley conferma questo timore. 

La fotografia palese di come sono ulteriormente cambiate le priorità dell’Alleanza è la scelta degli ultimi Segretari Generali. Dal 6 ottobre 1999, giorno in cui ha lasciato l’incarico di Segretario Generale lo spagnolo Javier Solana, al vertice dell’Alleanza si sono succeduti solo esponenti dei Paesi nordici: il britannico Lord Robertson (199-2003), l’olandese de Hoop Scheffer (2004-2009), il danese Rasmussen (2009-2014) ed, infine, il neo eletto Jens Stoltenberg, norvegese, che subentrerà il prossimo primo ottobre.  

Quo vadis NATO? Qualcuno ha parlato di follia, come l’ex premio Nobel Lech Walesa che qualche giorno fa ha lanciato un accorato appello per smorzare i toni da seconda guerra fredda: «la Russia dispone di armi nucleari e pure la Nato. Ci si deve quindi distruggere a vicenda? Smettete di fare i pazzi!».  In effetti i fronti caldi del mondo sono stati messi in lista d’attesa, mentre le vecchie minacce sembrano essere tornate più pesanti di un tempo.

L’incontro in Galles poteva e doveva diventare il punto di partenza di discussioni sulla revisione e su un adeguamento del concetto strategico della NATO alle sfide attuali. E invece è rimasto poco chiaro quale ruolo dovrebbe svolgere la NATO oggi. L’America è IN: è a tutti gli effetti il Paese che contribuisce maggiormente al bilancio dell’Alleanza e molto spesso – visti i silenzi di Bruxelles – è lì che la cucina della geopolitica transatlantica prende forma. La Russia è OUT: nel senso che con l’annessione della Crimea è stata ridotta la dipendenza dell’Unione Europea dal gas russo. La Germania è DOWN: la crisi dell’Eurozona ha aperto insidie all’interno delle economie dei 28. Sono stagnazioni frutto di una politica del rigore voluta innanzitutto da Berlino e che molte capitali europee – in primis Francia e Italia – hanno iniziato a combattere. Eh si, vengono davvero i brividi a vedere come si è tornati indietro di 60 anni. Nel 2014 Lord Ismay potrebbe avere ancora ragione.      

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->