mercoledì, Agosto 4

Nato: la ‘fedeltà’ atlantica secondo Draghi Al vertice NATO di ieri, Mario Draghi mette in chiaro: l’appoggio alla vecchia alleanza, non è la solita vecchia e trita 'fedeltà' atlantica, la fedeltà servile. È una fedeltà che tratta, negozia, pretende. E prende posizione

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Tornando alla questione G7 e alle sue implicazioni, ribadisco quanto detto ieri, la situazione attuale è molto fluida. Forse, un po’ troppo.
Al vertice NATO di ieri, Mario Draghi non ha avuto peli sulla lingua. Anzi, meglio: ha detto cose che non era necessario dire. E quando, in politica estera in particolare, un uomo politico di rilievo internazionale dice delle cose, quelle vanno ascoltate con cura e attenzione.

Non per fare dispiacere a Marco Travaglio o a Danilo Toninelli, ma basta guardare altri cosa e come lo dicono. Per esempio Giuseppe Conte, verboso, involuto, più che leader come si fa chiamare, ‘aspirante leader’, ma specialmente noto come ‘Giuseppi’, messo al confronto con Draghi fa -diciamocelo- un po’ ridere. E quando dice, ghignando, che ora cambierà il linguaggio e la parola ‘onorevole’ non sarà più una brutta parola, mentre Giggino sussurra che gli stellini diventeranno il partito della classe media, il sorriso diventa risata! Così come ridacchiare, detto fra di noi, fa Enrico Letta, il ‘dotto Letta’, che si domanda se debba o meno presentarsi alle elezioni perché ‘un leader eletto è ben altro da uno non eletto’. Sarà, ma è anche vero che se non lo eleggono, non ha uno stipendio -non lo dico io, lo ha detto lui!
Per costoro purtroppo -e lo dico sinceramente il ‘purtroppo’-, ‘leader’ è una professione, un mestiere, una qualifica auto-attribuita. Leader, secondo costoro, significa ‘capo’, o più familiarmente, ‘capataz’, ‘capitano’ come si fa chiamare modestamente Matteo Salvini, alle prese con la prenotazione del vaccino in coincidenza con un processo … -ma tu guarda, ‘sti leader, sempre alle prese con processi mentre devono fare altre cose!
Leader, in politica, e in lingua italiana si tradurrebbe meravigliosamente in altro modo: ‘punto di riferimento’, ‘esempio’, ‘nocchiero’, quello cioè che segna la rotta.

E l’attuale punto di riferimento italiano, il nostro Draghi -che ogni minuto che passa si rivela sempre più un leader mondiale (sì, mondiale, altro che Joe Biden!)- va a Bruxelles mica a parlare a vanvera, ci va per dire una cosa di una (apparente) anti-diplomaticità che se non fosse platealmente apparente, sarebbe da schiaffi o da interruzione delle relazioni diplomatiche. Perché Draghi dice, davanti a Biden, a Angela Merkel (il cui North Stream, Draghi ha difeso ‘contro’ Biden), davanti all’immagine di quell’Erdogan che ha chiamato ‘dittatore’, che questa riunione è la continuazione del G7. Anzi, dice di più, perché aggiunge che lo scopo è l’affermazione della UE come elemento fondamentale della NATO, e cioè della alleanza tradizionale tra USA e Europa … solo che oggi lo dice lui, non Merkel o Macron.
Per essere precisi, testualmente dice: «
Questo summit è la continuazione del G7 di ieri». E prosegue con l’anti-diplomaticità: «Fa parte del processo di riaffermazione e di ricostruzione delle alleanze fondamentali degli Stati Uniti che erano statecome direindebolite dalla precedente amministrazione. Pensate che la prima visita del Presidente Biden è in Europa. Provate a ricordarvi dove fu la prima visita del Presidente Trump». La prima visita di Trump all’estero fu in Arabia Saudita. «Quindi siamo qui per la riaffermazione di queste alleanze, ma anche per la riaffermazione dell’importanza dell’Unione europea in tutto ciò. Un’Unione europea più forte significa una Nato più forte».

Ho detto che una affermazione del genere è una bomba. Quella affermazione, normalmente, costituirebbe un illecito internazionale anche piuttosto grave, una interferenza inammissibile non solo nella politica interna, ma nella vita democratica (o presunta) di un altro Paese.
Se domani, faccio per dire, Vladimir Putin dicesse che il Governo Conte faceva schifo (è quello che ha detto Draghi di Trump e nemmeno sorvolando sugli accenti), ove noi avessimo un Ministro degli Esteri, questo chiamerebbe l’ambasciatore russo per una protesta durissima e probabilmente richiamerebbe il nostro ambasciatore ad Mosca.
Ma qui, ecco il punto, Draghi dice una cosa di una pesantezza straordinaria, subito dopo avere avuto colloqui diretti con Biden e in vista di altri colloqui con il medesimo, tutti con il massimo possibile sorriso sulle labbra.
Però, cerchiamo di non essere troppo ingenui. Draghi non dice una cosa del genere per fare un favore a Biden. Biden non è mica Conte che cerca di farsi coprire le spalle da Trump per accreditarsi come uomo attendibile. Biden non ha bisogno del ‘sostegno’ italiano per la sua autorevolezza interna. Certo, quello europeo, magari, potrebbe fargli comodo.
Ma Draghi non è l’Europa. L’Europa è il signor Charles Michel, quello che lascia in piedi la signora Ursula van der Leyen, o nemmeno quest’ultima, che si lascia trattare come un cagnolino da salotto. L’Europa, noi siamo abituati a pensare, è Merkel, Macron. Ma dove sono? È un segnale sottile, sussurrato, lasciato capire, ma detto chiaro.
Qualcosa è cambiato, ma qualcosa di molto più grande di quanto non si creda. Perché l’appoggio alla vecchia alleanza, non è la solita vecchia e tritafedeltàatlantica sempre e imperitura, la fedeltà servile dei vari Francesco Cossiga e del recente Giuseppe Conte. È una fedeltà che tratta, negozia, pretende. E prende posizione.

Basta strizzatine d’occhi all’Arabia Saudita, basta nemici giurati per principio (si riprendono i negoziati con l’Iran, pare!), basta anche giri e giretti di valzer in classe turistica con la Cina. Anzi, dice Draghi: franchezza e lealtà con la Cina. Come dire, basta prenderci per fessi: negoziamo ad armi pari.
Lo dicevo l’altro giorno, a Xi cominciano a fischiare le orecchie.
La Cina è un bestione difficile da combattere, ma ha i piedi di argilla. Tutti si domandano, quanto tempo potrà durare quella crescita a doppia cifra che impone sacrifici pesanti? La storia insegna che per un po’ si può continuare, ma poi, proprio perché un po’ alla volta la ricchezza aumenta e si redistribuisce almeno in parte, la gente comincia a non volersi più sacrificare tanto. E tenere tranquilli e buoni un miliardo e mezzo di persone, non è un gioco da ragazzi.
Ma non mettiamo il carro davanti ai buoi.
Perché certo, un rischio, e un rischio grave, questa situazione ce l’ha.
Chi non ricorda quando si parlava di Paesi a sovranità limitata. Tra essi vi erano i Paesi europei, un po’, e l’Italia molto, moltissimo.
Questo, credo, è il passaggio cruciale di Draghi, che, lo ripeto ancora, non è il piacione Conte. Draghi lo sa benissimo quanto forte sia quel pericolo, anche da parte di ‘amici’ come gli americani -che in realtà non sono mai stati amici di nessuno.
E già una volta, a muso duro, ha opposto il suo ‘NO’, l’euro non si smonta.
Se l’Europa, come dice Draghi, è il pivot della stessa NATO, non lo è, né può esserlo, gratis. E il prezzo chiesto a Biden, potrebbe essere proprio questo: amici, alleati, consorti, ma indipendenti. Attenzione (lo dico per i Salvini, Meloni e Giggini vari): non Italia indipendente, ma Europa. Qui può servire leggere l’intervento ufficiale di Draghi in sede di summit, dove, tra il resto, definisce che significa ‘autonomia strategica dell’UE’.

Bisogna essere realisti e saggi. L’Italia non potrà mai essere (ammesso che mai lo sia stata) indipendente in senso pieno. Però può essere il perno che tiene insieme una Europa indipendente. L’ho scritto qui molte volte e lo ripeto ancora. Il nostro futuro e non solo il nostro, e non è ‘in’ Europa e nemmeno ‘dalla’ Europa, è l’Europa. E senza l’Italia l’Europa non c’è, così come senza Europa l’Italia non c’è.
Certo, il filo su cui corre Draghi è sottilissimo, ci vuole equilibrio forte e ci vuole il bilanciere di una economia e una amministrazione e una istruzione forti e progressisti.
Vi confesso che è questo che mi dà i brividi alla schiena.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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