sabato, Ottobre 23

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Nel corso degli ultimi due anni, la politica estera turca ha attirato la crescente attenzione sia dei media locali che stranieri, ponendo al centro del dibattito l’adesione di Ankara alla NATO. Gli analisti turchi sono divisi sulla questione. Alcuni continuano a considerare l’Organizzazione come un ostacolo alle decisioni indipendenti del Governo turco e alla sua capacità di ‘manovra’ sullo scacchiere internazionale, invitando i vertici governativi a sbarazzarsene sostenendo, inoltre, che la Nato sembra non essere uno strumento efficace per la tutela degli stessi interessi della Turchia in Medio Oriente. Altri, invece, affermano che l’adesione alla NATO è stata ed è ancora una pietra miliare, che pone la Turchia nel cuore dell’Occidente da più di 62 anni ed esortano a conservarla alla luce proprio del caos che in cui si trova attualmente la regione. Tutto ciò anche in considerazione delle crescenti ambizioni russe di restaurare antiche velleità di gloria proprie dell’Unione Sovietica, fatto reso evidente dalla crisi ucraina. Un fatto che, in passato, ha spinto il Paese a entrare nella coalizione atlantica, all’epoca dell’ex Primo Ministro Adnan Menderes, proprio per tutelarsi dal potenziale predominio dell’Unione Sovietica sullo scacchiere della Guerra Fredda.

I problemi tra la NATO e Ankara sono emersi chiaramente in seguito alla rivoluzione siriana, accompagnata da un’inazione internazionale nei confronti di una guerra civile che ha generato un caos tale da far emergere l’organizzazione dello Stato islamico (Daish), che controllava vaste superfici del territorio siriano e iracheno. Sono emerse opinioni contrastanti in merito all’approccio strategico dell’alleanza atlantica contro Daish: mentre agli Stati Uniti e agli altri Stati membri della Nato interessava solo colpire l’organizzazione, la Turchia mirava a porre al cuore di questa strategia la caduta del regime siriano, considerato la causa principale dell’intero caos, cosa che ha ritardato l’adesione della Turchia all’alleanza contro Daish. Ciò ha scatenato le reazioni violente da parte di personalità occidentali, tra cui Jonathan Schanzer, vicepresidente della Foundation for Defense of Democracies, con sede a Washington, dove ha pubblicato il suo ultimo articolo, su ‘Politico Magazine’, dal titolo “È il momento di espellere la Turchia dalla NATO?” in cui ha dichiarato che la performance della Turchia, guidata dal Partito per la giustizia e lo sviluppo, inerente alla politica estera, la priva delle ragioni per rimanere nell’alleanza, e afferma: «In realtà la Turchia non è più membro della NATO né un partner nella lotta allo Stato islamico».

Le stesse considerazioni sono espresse dal noto scrittore turco Fatih Altayli nel suo pezzo “La Turchia verrà espulsa dalla Nato?”, in cui sostiene che il suo Paese, impegnandosi nelle crisi della regione, si allontana velocemente dall’Occidente: è giunto, infatti, a un altro punto critico nella crisi della città siriana di Kobane (‘Ayn al-Arab, occhio degli arabi). Lo stesso Altayli sottolinea che il dibattito, piuttosto che riguardare la questione se la Turchia dovrebbe consentire alle forze Peshmerga della regione di entrare nella città, intervento che potrebbe migliorare o meno l’opinione occidentale sul suo conto, deve  riguardare le ragioni del risentimento occidentale nei confronti della Turchia.

Tuttavia, per gli scrittori e gli intellettuali vicini al potere la questione è diversa: non si tratta di risentimento occidentale contro Ankara, ma il dibattito riguarda un ridisegno della politica estera turca in conformità con il suo status quale potenza mondiale indipendente e forte. Yigit Bulut, consigliere economico di Erdogan, in un articolo intitolato “La dottrina del 2023 e i contributi richiesti”, delinea uno scenario ambizioso dell’ordine mondiale, prevedendo la prominenza di due nuovi centri di potere mondiale nel prossimo decennio, aggiungendo agli Stati Uniti, Cina e Turchia, e chiede di prendere come esempio nella politica mondiale il modello russo con la guida di Putin. In un’altro pezzo intitolato “Programmano un intervento della Nato in Turchia?”, Bulut sostiene l’esistenza di “poteri sporchi” dentro e fuori la Turchia, gli stessi utilizzati in passato dai militari golpisti, i quali sostengono che non potranno far cadere il governo guidato dal Partito per la giustizia e lo sviluppo attraverso le elezioni: mirano, infatti, a un intervento internazionale in Turchia che faccia cadere il governo sotto l’egida della Nato.

Dal canto suo, Tamer Korkmaz, sul quotidiano turco ‘Yeni Safak’, si chiede «cosa ha offerto la Nato alla Turchia dal suo ingresso nel 1952…» affermando che «per Turchia la NATO intende colpi di stato militari, tutela delle autorità da parte dei militari, crisi economiche, polarizzazione sociale, crisi, conflitti e lotte intestine, provocazione, instabilità, repressione e tortura, sangue, lacrime e morte, omicidi illegali e terrorismo organizzato».

Continua, intanto, a crescere il dibattito nei palazzi del potere ad Ankara in merito alle recenti politiche della Nato: numerosi responsabili politici turchi ritengono che la Nato continui a trascurare le minacce affrontate dalla Turchia per curare gli interessi degli Stati Uniti e dei principali Paesi occidentali suoi alleati tradizionali;  ciò è apparso chiaro nella strategia della coalizione in materia di lotta contro Daish, di cui la Turchia doveva essere parte secondo le richieste dell’alleanza, nonostante la strategia non soddisfacesse le preoccupazioni turche né prendesse in considerazione le probabili minacce per il governo turco.

 Mentre la coalizione mira esclusivamente a colpire Daish in qualsiasi modo, la Turchia, erede dell’impero ottomano, nutre aspri sentimenti contro ciò che considera campagne di liquidazione nei confronti di musulmani sunniti, ancora in corso dal 2011 sia in Siria che in Iraq, guidate dall’Iran e dagli alleati di quest’ultimo nei due Paesi: Ankara ritiene indispensabile porre il regime siriano con a capo Assad tra gli obiettivi della lista, essendo la causa principale e diretta degli eventi nella regione, come richiede dopo aver fornito sostegno militare delle Unità di protezione popolare del partito dell’Unione Democratica, considerato un’ala dei lavoratori del Kurdistan, che continua a combattere una guerra contro Ankara dagli anni ’80 del secolo scorso, causando la morte di più di quarantamila cittadini turchi e distruggendo gran parte del Paese, mentre Washington ha preso l’iniziativa di abbattere gli aiuti militari delle Unità di protezione popolare senza previo accordo con la Turchia, cosa che ha suscitato rabbia tra i responsabili di decisioni di Ankara, guidati dal Presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Allo stesso modo, il popolo turco, a differenza degli altri membri della Nato, si è allontanato sempre più dall’alleanza, soprattutto dopo la guerra in Afghanistan. La narrazione convenzionale, secondo cui la Nato è indispensabile per la Turchia in quanto garante principale della sicurezza in Europa e nell’Atlantico, ha iniziato a perdere attrattiva nella maggioranza dei turchi. I risultati del sondaggio – annunciato dal German Marshall Fund, con sede a Washington, pubblicato il 10 settembre – non sono stati sorprendenti: il sondaggio rivela che il 45% dei turchi sostiene i rapporti indipendenti sia con la Cina che con il Medio Oriente, senza alleanze e che la maggior parte appoggia “una politica estera indipendente”, fatto che dovrebbe preoccupare la Nato, in quanto dimostra l’opposizione del popolo turco alla ricerca di alleanze internazionali e di cooperazione con l’Occidente.

Si ricorda che la Nato, a metà del secolo scorso e anche in seguito, si è concentrata nel porre la Turchia al centro dell’Occidente in quanto, dall’ingresso nell’alleanza nel 1952, aumentarono i contributi turchi durante la guerra della Corea, nella prima ondata di espansione che ha seguito la costituzione dell’alleanza nel 1949 quale alleanza di protezione formata da 12 membri.  In seguito, durante la Guerra fredda, la Turchia è diventata uno dei principali attori della Nato contro l’Unione Sovietica.

L’adesione della Turchia alla Nato ha un impatto significativo non solo sul riposizionamento di Ankara nel mondo occidentale, ma anche sulle politiche interne: numerosi ricercatori turchi affermano che questa adesione rafforza la fiducia dell’esercito turco, pilastro fondamentale della Guerra fredda contro l’Unione Sovietica e che a sua volta ha incoraggiato i generali a uscire dalle caserme per diventare attori influenti nella politica.

La turbolenza che caratterizza i rapporti tra Turchia e NATO non è altro che il riposizionamento della nuova Turchia, che si è liberata di tutti i suoi debiti verso la Banca Mondiale e l’Occidente in generale, per la prima volta dall’epoca ottomana, e che ora gode di una migliore economia, bisognosa a sua volta di creare le condizioni esterne per aprire nuovi mercati, volano principale per collocare la Turchia tra i Paesi industrializzati, sogno della leadership della giustizia e dello sviluppo.

 

Traduzione a cura di Patrizia Stellato

 

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