domenica, Ottobre 17

NATO e Russia tornano a parlarsi field_506ffbaa4a8d4

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La notizia c’è, o se si preferisce c’è stata, anche se non è di quelle sensazionali. Mercoledì scorso si è riunito a Bruxelles il Consiglio NATO – Russia (CNR), formato dagli ambasciatori che rappresentano, presso il quartier generale dell’Alleanza atlantica, i Paesi membri dello schieramento capeggiato dagli Stati Uniti e la principale erede dell’Unione Sovietica. E’ un organo creato nel 2002, a coronamento di un processo di avvicinamento, tra due parti già duramente contrapposte per lunghi decenni, iniziato all’indomani della fine della ‘guerra fredda’ e del successivo crollo dell’URSS.

Il compito assegnatogli era quello di fungere da sede di sistematica consultazione in materia di sicurezza e di promuovere ogni possibile cooperazione bilaterale in vari settori, militari e civili. Si mirava, in sostanza, a controbilanciare la permanenza in vita di un’alleanza nata per difendere il mondo occidentale da una superpotenza percepita come minacciosamente ostile (e sicuramente tale quanto meno ideologicamente) e che però era scomparsa dalla scena.

La nuova Russia aveva ripudiato il comunismo e rinunciato all’egemonia su numerosi Paesi già suoi ‘satelliti’ dell’Europa orientale, consentendo in particolare la riunificazione della Germania rimasta divisa tra Est e Ovest dopo la sconfitta del Terzo Reich nella seconda guerra mondiale. Gelosa del proprio rango, essa non si sentiva d’altronde di suggellare la pacificazione con l’Occidente mediante l’adesione al suo blocco politico-militare, che pure le era stata prospettata se non proprio offerta formalmente. Solo Silvio Berlusconi si vantò (e sostiene tuttora, quando capita) di essere riuscito ad ottenerla in uno dei momenti cruciali dell’avvicinamento.
Il surrogato ha comunque funzionato, in qualche misura, ma per poco tempo, finendo col subire le conseguenze del multiforme rafforzamento della Russia sotto la guida di Vladimir Putin e delle turbolenze in altre Repubbliche ex sovietiche. Una prima sospensione temporanea delle riunioni formali del Consiglio NATO-Russia e di alcuni tipi di cooperazione si verificò nel 2008-2009 a causa del breve conflitto tra Georgia e Russia per l’Ossezia meridionale, che vide Mosca eccedere nella controffensiva nei confronti di Tbilisi dal punto di vista atlantico.

L’attività del CNR aveva resistito in precedenza alla ‘rivoluzione arancione’ in Ucraina, gradita dall’Occidente ma assai meno da Mosca, ma rimase poi vittima della seconda esplosione rivoluzionaria a Kiev, quella del 2014, che abbattè il Presidente Viktor Janukovic, prevalentemente filorusso, scatenando le brusche reazioni del Cremlino. A loro volta, l’annessione della Crimea e l’appoggio di Mosca alla ribellione del Donbass al nuovo Governo di Kiev provocarono, oltre alla dura condanna atlantica di tutto ciò e all’intimazione a recedere, la sospensione da parte dell’alleanza di ogni forma di cooperazione gestita dal Consiglio.
Con il successivo divampare e protrarsi nel Donbass di un conflitto neanche tanto ‘a bassa intensità’ come è stato spesso definito, il CNR ha perciò cessato di riunirsi a partire dal giugno 2014 e la sua disattivazione è quindi durata quasi due anni, fino appunto alla riunione del 20 aprile scorso. La quale, volendo, può dunque considerarsi di per sé un evento di innegabile rilievo, in quanto rottura del ghiaccio tra due nemici quanto meno potenziali e segnale, se non altro, di una loro comune volontà di riaprire il dialogo e rianimare, così, le immancabili aspettative del caso.

Diciamo subito che chi si aspettava ottimisticamente ulteriori segnali positivi almeno a livello verbale deve essere rimasto alquanto deluso. La riunione è durata solo alcune ore, non è stato fissato un secondo appuntamento anche se si dà per scontato che il dialogo proseguirà e, soprattutto, entrambe le parti sono sembrate ingaggiare una singolare gara a chi sarebbe stato più drastico nel negare il compimento di qualsiasi passo avanti verso una qualsiasi intesa ovvero il superamento del contrasto tra posizioni finora inconciliabili.

Jens Stoltenberg, Segretario Generale della NATO, ha parlato di «divergenze profonde e persistenti» rimaste immutate e di conferma da parte degli alleati atlantici che «non si potrà riprendere alcuna concreta cooperazione finchè la Russia non tornerà a rispettare il diritto internazionale», limitandosi a promettere che «i canali di comunicazione saranno mantenuti aperti». Non un gran che, per la verità, a quest’ultimo proposito, tenuto conto che per tutto il corso delle recenti crisi non solo si sono abboccati innumerevoli volte i Ministri degli Esteri più importanti, John Kerry per gli USA e Sergej Lavrov per la Russia, ma non sono mancati, nei momenti più critici, neppure i colloqui telefonici tra Putin e Barack Obama.

E’ altresì vero, però, che in sedi come quella del CNR ci si può muovere in modo costruttivo dietro impulsi provenienti da più alti e anche massimi livelli, per quanto sul versante atlantico non basti di regola un là americano per indicare la direzione di marcia. Alcuni Paesi europei ex comunisti, ad esempio, sono normalmente più restii degli stessi USA, oltre che dei loro soci nella UE, ad ammorbidire la linea nei confronti di Mosca.

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