domenica, Novembre 28

Natale in divisa, ovvero militari sempre field_506ffbaa4a8d4

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Fare il militare è quasi sempre sinonimo di posto fisso, una generalizzazione comune, ma che necessità di alcune precisazioni. Il posto fisso lo hanno solo gli Ufficiali, i sottoufficiali e i volontari in servizio permanente. Gli altri, i cosiddetti volontari in ferma per uno o quattro anni, sono precari nel senso più comune del termine. Passare in servizio permanente è oggi una condizione molto ostica, i posti sono sempre meno a causa della spending review che ha colpito il dicastero della Difesa, e molti ragazzi sono tornati a essere disoccupati a 35 anni.

Lo stipendio è fisso ma il luogo di lavoro è talmente volubile da rasentare l’impossibile. I trasferimenti a cui questi uomini e donne sono chiamati hanno delle dure ripercussioni anche per le loro famiglie.

Lucrezia ha 30 anni e da due è sposata con Luca, un matrimonio felice fino a quando il lavoro di Lucrezia la porta dalla parte opposta della penisola. Luca è ingegnere meccanico in un’azienda, ha il posto fisso e un buono stipendio; Lucrezia è militare (una scelta ancora più dura per una donna) e ora deve cambiare città per ragioni di servizio. Luca non può seguirla, non subito almeno, ha delle responsabilità a cui deve far fronte. Si separanolei al Sud e lui al Nord. La relazione tiene, ma è difficile ritrovarsi sempre in albergo, senza potersi regalare momenti di quotidianità che dovrebbero vivere tutte le coppie. A oggi sono tre anni che vivono separati; forse il prossimo anno Lucrezia potrebbe avere il trasferimento vicino a casa.

Nicole è una ragazza che invece di rimanere distante per anni dal suo fidanzato storico, lascia tutto nella sua Roma e si trasferisce a Grottaglie, un paesino vicino Taranto. La differenza è abissale, per Nicole è un cambiamento al limite del sopportabile. Non sa a chi rivolgersi, non ha amiche né parenti, il fidanzato è quasi sempre in caserma o impegnato in addestramento. Ha bisogno di un lavoro, ma da queste parti scarseggia, dunque rimane a casa quasi tutto il giorno, pregando che arrivi presto il ritorno del suo compagno. Nicole è una fidanzata senza diritti, per lo Stato lei e il suo fidanzato sono poco più che amici: non esiste nessun documento che, in caso di necessità, la identifichi come compagna, vive in una condizione che le fa vivere uno stato di ansia tutte le volte che lui è in missione.

Gli psicologi militari esistono e potrebbero aiutare Nicole e le donne come lei a superare la solitudine e le insicurezze, ma sono figure prettamente dedicate ai prestati servizio e non alle famiglie. Mamme, moglie, fidanzate e figli di militari trovano un valido compagno di sventure nei social network, che contribuiscono a mettere in contatto famiglie in diverse città con cui scambiarsi consigli e con cui coltivare amicizie utili a superare i momenti più bui. Una rete informale di conoscenze, anche non legate alla caserma o all’istituzione militare, sarebbe già un aiuto enorme per coloro che hanno una persona cara in missione.

Il personale militare impiegato all’estero ha severe restrizioni comunicative derivanti dalla sicurezza: alle famiglie spesso è richiesto lo stesso grado di riservatezza dei militari in missione. Soprattutto ora, in questo clima di terrorismo informatico, sui social e su internet non si possono scambiare informazioni che contengono dati sensibili. Per questo si rende sempre più necessario l’intervento dello Stato e dei vertici militari, affinché stabiliscano un modo sicuro ed efficace per mettere in contatto le famiglie dei prestanti servizio.

Alle diverse conferenze che si tengono su questo tema a livello NATO, l’Italia ha sempre fatto presenza, ma nulla di più. Un’opinione pubblica assolutamente indifferente, e, nella maggior parte dei casi, accusatrice, certo non aiuta ad affrontare questo tema delicatissimo. Pare che esitano priorità di serie A e di serie B, come se una famiglia in difficoltà possa essere aiutata in base al lavoro che esercita uno dei componenti. Eppure è quello che succede.

A Natale, l’assenza di una mamma o di un papà, impiegati in missione o fuori casa, è una grossa pena per i più piccoli e motivo di risentimento per i più grandi. Le iniziative dedicate ai più piccoli sono rarissime, per non dire nulle. I bambini e gli adolescenti soffrono maggiormente per questa condizione di allontanamento perché non comprendono quello che è il ruolo del genitore: l’unica cosa che comprendono è l’assenza.

Simone ha 15 anni e suo padre si trova all’estero da tre mesi. È abituato a sentire la mancanza del papà per le feste, non è il primo Natale che passa con la mamma in attesa di una chiamata su Skype. Simone è triste, ma ormai è grande e capisce che il lavoro del suo papà è troppo importante, lo vuole sostenere, e così aiuta nelle faccende di casa e si comporta bene a scuola. Quando era piccolo, però, non è stato affatto facile capire perché il suo papà, che era anche il suo eroe, volesse stare con gli altri bambini invece che con lui. Non importava quanto la mamma lo riempisse d’amore e di regali, lui ricorda soprattutto le sedie vuote alle recite a scuola e i regali non scartati a marzo.

Non servono grandi investimenti per rimediare a queste mancanzebasterebbero maggior collaborazione e apertura da parte delle istituzioni competenti, che nonostante la buona volontà di alcuni stanno facendo ancora troppo poco. Criticare i vertici delle Forze Armate o del Governo certamente non è utile a nessuno, ci dicono tutti, ma soprattutto non è funzionale allo scopo di migliorare la vita di queste famiglie.

Non servono soldi, ma figure professionali capaci e volenterose, che sappiano come supportare e mettere in relazione queste famiglie come in una grande rete.

 

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