sabato, Maggio 15

Natale 1914, i cannoni tacciono field_506ffbaa4a8d4

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La vita di tutti i giorni è fatta di separazioni e unioni, catarsi e contrasti, problemi e soluzioni. Il mondo stesso, nella sua evoluzione, è diventato un luogo controverso e, in molti casi, inospitale: per chi sogna una realtà migliore, per chi crede in un mondo nuovo, per tutti quelli che non vedono nella praticità e nell’assoluta priorità del profitto e del potere (di qualunque genere esso sia) la loro unica ragione di esistenza. Già, perché oggi chi ‘va avanti’ è considerato solo chi sgomita di più, chi scalcia di più, in molti casi calpestando e dando in pasto ai leoni il proprio prossimo. Tutti gli altri sono, nella migliore delle ipotesi, considerati alla stregua di derelitti della società, che non hanno saputo realizzare se stessi nella vita. Se stessi: come se per realizzarci bastasse solo il denaro o il potere. Ma questa è un’altra storia.

La storia di cui voglio parlarvi qui brevemente, è uno di quei racconti, invece, che hanno tutto: il male, ma anche tanto, tanto bene ed è fatta da persone reali, persone che oggi, mi piace pensare, da qualche parte, esistano ancora. E sullo sfondo, la magia di una festa, del calore e della potenza di un’idea che da secoli unisce popoli e famiglie in tutto il mondo.

Il 1914 è stato un anno difficile per gran parte di un’Europa che si lanciava in quell’anno nel conflitto bellico più sanguinoso e violento della Storia, che avrebbe cambiato gli equilibri e le sorti del continente per sempre, trasformandolo gradualmente da centro del mondo civilizzato, in cenere e lapilli di quell’eruzione devastante che fu la Grande Guerra.

Le parti in conflitto presero le mosse poco dopo l’inizio dell’estate di quell’anno, (il 28 luglio per l’esattezza) con la dichiarazione di guerra dell’Impero austro-ungarico al Regno di Serbia in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo, proprio mentre era in viaggio in tutti i Balcani per sostenere un riassetto della regione in base alla quale l’Austria-Ungheria sarebbe stata riorganizzata riunendo le terre slave dell’Impero Austro-Ungarico sotto una terza corona, cose che non piacque ai sostenitori di velleità pan-serbe per la regione balcanica.

Se i cannoni spararono per tutta l’estate, tra la Germania, la Francia, l’Austria e i Balcani, con l’arrivo dell’inverno, qualcosa cambiò, non nelle corti centrali, ma nelle trincee.

Già nella settimana prima di Natale, alcuni membri delle truppe tedesche e britanniche schierate sui lati opposti del fronte iniziarono a intonare inni e canzoni natalizie dalle rispettive trincee, e occasionalmente singoli individui attraversarono le linee per portare doni ai soldati schierati dall’altro lato. Per la prima volta questi uomini erano lontani da casa, si sentivano impauriti e soli, specie in un periodo come quello natalizio, dove l’unica cosa che si ha in mente è la voglia di casa.

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Il momento davvero speciale fu la sera della vigilia di Natale e del giorno stesso di Natale, quando un gran numero di soldati provenienti da unità tedesche e britanniche (nonché, in misura minore, da unità francesi) lasciarono spontaneamente le trincee per incontrarsi nella terra di nessuno’. Lì iniziarono a fraternizzare, a scambiarsi cibo e souvenir, oltre a celebrare comuni cerimonie religiose e di sepoltura dei caduti. Addirittura i soldati dei due schieramenti intrattennero rapporti amichevoli tra di loro al punto di organizzare improvvisate partite di calcio tra le trincee.

Come dicevo, la potenza di un’idea, quella del Natale, che riscalda i cuori e ci porta a essere tutti ‘più buoni’, anche quando gli eventi e la storia ci chiedono, invece, di praticare il male, di uccidere il nostro prossimo, di diventare (in quel caso) agenti di morte, quando invece dovemmo essere portatori di vita (un concetto che richiama un po’ quello che Jacob Marley confida al suo collega Ebenizer Scrooge, nell’immortale classico di Charles Dickens -‘Canto di Natale‘).

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A dispetto di quanto chiunque possa mai pensare di una guerra e di cosa accada in trincea, quella notte di Natale di 100 anni fa, 100mila soldati britannici, tedeschi e francesi furono coinvolti in un certo numero di tregue spontanee e assolutamente non autorizzate dai rispettivi Stati Maggiori, lungo i rispettivi settori di fronte nelle Fiandre. Tra alberi di Natale decorati, candele illuminate, canti, brindisi, scambi di auguri (e commilitoni che potevano, finalmente, piangere la morte dei loro compagni), si consumava la notte di trincea probabilmente più strana e più magica che si sia mai vista, e documentata.

Bruce Bairnsfather, noto umorista e cartoonist britannico, all’epoca capitano di un’unità di mitraglieri del Royal Warwickshire Regiment, testimone degli avvenimenti, scrisse: «Non dimenticherò quello strano e unico giorno di Natale per niente al mondo. Notai un ufficiale tedesco, una specie di tenente credo, ed essendo io un po’ collezionista gli dissi che avevo perso la testa per alcuni dei suoi bottoni [della divisa]. Presi la mia tronchesina e, con pochi abili colpi, tagliai un paio dei suoi bottoni e me li misi in tasca. Poi gli diedi due dei miei bottoni in cambio».

Un esempio di fraternità nell’ostilità, di calore umano in un luogo che nulla aveva da offrire allo spirito di quegli uomini, se non la disumanità e la disperazione della guerra. Un esempio della magia del Natale e di quanto la voglia di vivere e della vita sia più forte di tutto.

Ad un secolo di distanza, questi uomini d’altri tempi ci portano ancora a scuola, insegnandoci cosa sia davvero il Natale, e suggerendoci in modo profondo quale debba essere davvero il suo spirito più autentico: quello dell’amore per chi ci sta accanto, del rispetto per la vita e della voglia di viverla insieme agli altri, uniti soprattutto a chi è diverso, anche con chi ci fa paura, ma solo perché non capiamo fino in fondo.

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Questi uomini, senza saperlo, hanno dato inizio a un sogno, in parte oggi realizzato: quello di un’Europa unita e non solo sulla carta o nei trattati, ma il sogno di una vera Europa dei popoli, in cui tutti siamo nelle nostre coscienze prima europei, e poi italiani o tedeschi. Un progetto in cui hanno creduto altrettanto grandi uomini della Storia, da Jean Monnet a René Pleven, passando da Robert Shuman, fino ad Alcide de Gasperi e Carlo Sforza. Un sogno che ancora oggi rimane in parte incompiuto.

L’augurio più grande che si possa fare per questo Natale è, quindi, che le coscienze e le gesta di questi grandi uomini che un secolo fa misero da parte le loro divergenze e opposizioni in un contesto come quello bellico, per condividere insieme il sogno di fraternità e di unione tra i popoli europei possa ispirare chi oggi ha il potere di proseguire nel processo d’integrazione europeo. Per regalarci la vera Europa dei popoli, unita non solo nella carta dei trattati, ma nei cuori, nelle menti e nelle idee di un unico popolo: quello europeo.

Buon Natale, a tutti noi.

 

foto di copertina:

tratta dal film “Joyeux Noel” (2004), regia di Christian Carion, Premio Oscar nel 2006 come miglior film straniero.

 

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