sabato, Luglio 24

Nasce un nuovo museo a Firenze Con Valentina Gensini parliamo dell’importanza del Museo del Novecento in questa città

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203756 0020 3630239 Firenze, visita del nuovo museo del Novecento nell'ex palazzo delle Leopldine in piazza Santa Maria Novella 2014-06-21 © Niccolo' Cambi/Massimo Sestini

Il Museo del Novecento di Firenze è stato inaugurato il 24 giugno scorso e vi sono stati circa cinquemila visitatori, secondo i conti di Palazzo Vecchio che nel primo giorno di apertura ha voluto offrire l’accesso gratuitamente a tutti, fiorentini e turisti. Questa istituzione artistica è sita nel complesso delle Leopoldine in piazza Santa Maria Novella, vicino alla nota Basilica, e raccoglie 300 opere allestite in quindici ambienti su tre livelli.

Dopo 50 anni di attesa Firenze ha dunque il suo museo di ‘arti contemporanee’, che non raccoglie solo creazioni artistiche, ma anche altre legate alla musica (basti pensare alla sala dedicata al festival del Maggio Fiorentino) o alla moda, nata a Firenze negli anni Cinquanta. La collezione è esposta a ritrosodagli anni Novanta fino ai primi decenni del secolo scorsotranne la sezione cinema, che riprende la solita sequenza cronologica a crescere negli anni. Un intero secolo d’arte, dalle moderne istallazioni sperimentali sul concetto di forma alla Biennale di Venezia del 1988, passando per Lucio Fontana con i suoi ‘Tagli’, fino ad arrivare a De Pisis. Si cerca di ricostruire il passato grazie alle amplissime collezioni private di Della Ragione e Magnelli, passando per il Miac Ragghianti, la raccolta messa su dallo storico dell’arte dopo l’appello da lui rivolto di restituire alla città fiorentina, ferita dall’alluvione negli anni sessantala sua anima, per arrivare alla primissima collezione civica, nata dall’accordo tra lo stato monarchico italiano e il Comune di Firenze.

Tutto il museo è ricco di apparati multimediali al passo con i tempi, che integrano le opere con apporti di altre arti e in questo dialogo, che non ne offusca il significato né le nasconde, si riesce meglio a comprendere il periodo e il contesto di appartenenza delle stesse. È possibile anche attraverso dei tablet, presenti nelle panche su tutto il percorso espositivo, visionare filmatiinterviste televisive degli anni Sessanta e Settanta, o la scansione di libri in relazione alle opere che si osservano.

L’edificio del Museo ha un’importanza storica per Firenze: intorno al Duecento era uno Spedale, nel Quattrocento la struttura fu restaurata da Michelozzo, nel 1780 Pietro Leopoldo di Lorena ne fece una scuola per fanciulle povere e infine negli anni Settanta e Ottanta del Novecento divenne scuola comunale. Oggi grazie al sostegno ultradecennale dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze per quanto riguarda i restauri e la partnership del Gioco del Lotto per la comunicazione si è costituito il museo attuale.

Sabato 28 e domenica 29 giugno il museo sarà ancora aperto gratuitamente dalle ore 10-22 a tutti con laboratori speciali organizzati per bambini e attività per adulti.

Abbiamo intervistato Valentina Gensinicuratrice scientifica di questo museo.

Qual è l’importanza del Museo del Novecento per la città di Firenze?

Con il Museo del Novecento finalmente si dà l’opportunità a tutti di vedere Firenze non solo come città che guarda esclusivamente al Rinascimento, ma che sa anche rivolgersi al Novecento e al contemporaneo. E ciò fa prendere coscienza soprattutto di quanto la nostra città e l’Italia siano state al centro del dibattito internazionale sull’arte anche nel Novecento, in particolar modo negli ultimi 30-40 anni.

Quali artisti sono presenti nelle 15 sale su tre livelli del museo?

Sono presenti artisti molto diversi tra loro, ordinati in un percorso à rebours, a ritroso, che quindi dagli anni Novanta arriva fino agli anni Dieci del Novecento. Negli anni Novanta abbiamo le grandi installazioni di Paolo Masi, Marco Bagnoli, Remo Salvadori, Maurizio Nannucci e degli artisti radicali della poesia visiva; le opere d’arte di artisti musicisti come Bussotti, Chiari, Cardini che sono stati collegati al grande movimento internazionale di Fluxus. Procedendo verso la prima metà del secolo incontriamo Alberto Magnelli, grazie ad un importantissimo lascito di sue opere realizzate tra il 1914 e il 1968, ossia dal periodo collegato all’Avanguardia Internazionale fino all’Astrattismo negli anni Sessanta. Abbiamo tutto il Miac di Ragghianti con uno splendido ‘Taglio’ di Fontana e un ‘Plurimo’ di Vedova e i grandi artisti della metà del secolo, da Morandi a Guttuso, Sironi, Carrà, Cagli, Mirko Basaldella con il quale arriviamo agli anni Sessanta e infine De Chirico, Casorati e De Pisis, appunto i grandi maestri italiani della prima metà del secolo.

Il primo giorno di apertura sono stati 5 mila i visitatori del nuovo museo. Vi aspettavate una simile affluenza di pubblico?

Sinceramente ha superato ogni migliore aspettativa, anche se ci aspettavamo interesse perché molte persone attendevano, con grande curiosità, questo museo, che era promesso da 50 anni e la città aveva veramente desiderio e fame di vedere queste opere del Novecento. Cinquemila visitatori è stato un grande risultato per Firenze.

Nel vostro museo sono previsti spazi multimediali. A cosa servono e come dialogano con le opere presenti nel museo?

In realtà più che di spazi, il museo è costellato di dispositivi multimediali. Il multimediale non ha ambienti dedicati, né deve prendere lo spazio delle opere o sovrastarle: dunque nel nostro museo quasi non lo si vede, piuttosto lo si cerca o lo si incontra avvicinandosi a certe opere. Quando siamo in prossimità del bellissimo ‘Plurimo’ di Vedova, si ascolta da un dispositivo sonoro messo a soffitto la musica in omaggio a questo artista composta da Luigi Nono per l’amico pittore. Questo tipo di relazioni si ripetono all’interno del museo più volte: oltre all’esempio di Vedova e Nono, un altro caso è quello che riscontriamo avvicinandoci ad Antonio Donghi, pittore della metà degli anni Venti: un dispositivo sonoro riproduce le composizioni composte dal maestro Alfredo Casella in quegli anni, coeve alle opere dell’artista. Casella era infatti un grande collezionista di opere del Novecento, e tra i quadri da lui raccolti abbiamo proprio Donghi, artista raffinato che egli sentiva affine alla propria musica.

L’idea è dunque che il multimediale stimoli il visitatore a ricostruire il contesto di appartenenza e di produzione dell’opera, rendendolo quasi un ricercatore, pronto ad una grande avventura intellettuale. Nei tablet presenti nelle panche distribuite lungo il percorso si possono visionare i video d’epoca, interviste televisive degli anni Settanta e Sessanta a Carlo Ludovico Ragghianti, grande studioso a cui dobbiamo quasi tutto il patrimonio del Comune di Firenze, libri scansionati come per esempio ‘Il Sentimento del tempo’, ossia le liriche di Ungaretti edite a Firenze nel 1933 per i Tipi di Vallecchi. Leggendo poesie, ascoltando trasmissioni radiofoniche coeve ai quadri che stiamo guardando nel museo e visionando prodotti televisivi o video di altro genere, il visitatore è introdotto in un clima culturale relativo alla produzione delle opere.

Le opere sono organizzate cronologicamente a ritroso nel tempo. Come mai questa scelta?

Questa scelta deriva da molte ragioni. La prima è che, come dice Aristotele nella Poetica, «il piacere viene dal riconoscimento» e se il riconoscimento deve avvenire per tutti i visitatori – non solo per quelli colti – sarà più facile entrare in relazione con le opere più vicine al nostro tempo. L’idea quindi di partire dagli anni Novanta introduce la visita museale in un tempo a noi vicino cronologicamente, in un passato prossimo che tutti i visitatori hanno conosciuto e ci immette in un dispositivo temporale che è il museo, che ci avviluppa fino ad arrivare all’inizio del secolo scorso, tanto che giungiamo alle sale delle Avanguardie negli anni Dieci del Novecento solo a fine percorso. L’ultima sala, dedicata al cinema, è l’unica a seguire un percorso cronologico regolare: inizia con l’idea del cinema nel Novecento ripartendo dagli anni Dieci fino ad arrivare a  quelli Novanta. In qualche modo il dispositivo temporale del museo si svolge, dopo essersi riavvolto in precedenza e ci restituisce al mondo contemporaneo.

Il Museo non ospita solo opere artistiche, ma anche la moda con angoli visuali con le sfilate di Palazzo Pitti nel 1952 e una sezione musicale dedicata al Maggio Fiorentino dalla nascita all’‘età dell’oro’. Questo rientra in un programma di valorizzazione delle attività legate alla memoria storica delle manifestazioni legate alla città di Firenze o c’è un’altra ragione?

La ragione è che Carlo Ludovico Ragghianti aveva concepito il futuro Museo Internazionale di Arte Contemporanea (Miac), da lui chiamato proprio in questo modo, come un luogo straordinariamente all’avanguardia, raccogliendo tutte queste opere già negli anni Sessanta. Egli immaginava che nel museo sarebbero state messe non solo le opere d’arte, ma anche installazioni, musica, moda e design. Nel nostro percorso a ritroso si è cercato di usare un taglio fortemente interdisciplinare e mettere in risalto le varie arti del Novecento, non solo quelle visive, ma anche l’architettura, la moda, la musica, il cinema e il teatro. In questo racconto si è data inoltre forte evidenza ad alcune eccellenze del territorio: la moda italiana nasce a Firenze nel 1951-52 e non si poteva non ricordarlo in un museo che guarda al secolo scorso; il Maggio Fiorentino ha cambiato l’idea del festival musicale fino ad allora di tipo tradizionale: è una manifestazione nuova, che, ispirata ai ‘Ballets Russes’ di Djaghilev, crea un’ibridazione importante tra il fattore visivo, affidato per la prima volta a grandi artisti, e l’elemento teatrale del balletto. Le arti visive sono fortemente connaturate al teatro, e questo è una grande novità del Maggio, che grazie a questa attenzione alle Avanguardie nel suo primo ventennio fece proposte eccezionali. La saletta del Maggio riproduce dei video dell’Istituto Luce, con le immagini delle prime edizioni del festival, un audio selezionato dalla Fondazione del Maggio ripropone le prime nazionali e internazionali programmate nel primo ventennio e nella sala si espongono bozzetti degli artisti che abbiamo in collezione, come per esempio De Chirico, e Severini, ma anche Savinio e Gino Carlo Sensani, straordinario collaboratore del teatro.

Ritornando alle opere d’arte, quali collezioni fanno parte di questo museo?

Le collezioni più importanti sono la collezione Miac Ragghianti, quella che appunto Carlo Ludovico Ragghianti raccolse a partire dagli anni successivi all’alluvione di Firenze, dal 1966 al 1967, esposta già in una prima mostra ‘Gli artisti per Firenze’ a Palazzo Vecchio nel gennaio- febbraio 1967, in cui alcuni artisti avevano donato le loro opere a Firenze per risarcirla dei danni ingenti subiti. La raccolta è storicamente importante e testimonia la fervida produzione degli anni ’50-’60 del secolo scorso. Ci sono poi collezioni di singoli artisti: Cagli, Mirko, Magnelli, Rosai. Vi è inoltre la raccolta del genovese Alberto Della Ragione, donata alla città di Firenze nel 1970 e all’epoca musealizzata a Palazzo Bombicci in Piazza della Signoria, che oggi ritrova una degna collocazione nelle sale al secondo piano del museo. Alle 200 opere selezionate tra le 1500 delle collezioni del Comune di Firenze, se ne aggiungono 100 in comodato tra cui le grandi installazioni, le opere d’arte visiva, le opere degli artisti radicali, quelle legate al mondo musicale, a Fluxus, o a tre grandi occasioni di produzione del Novecento che sono: Zona, Schema ed art/tapes/22.

In questo museo è presente anche la sezione fiorentina della Biennale di Venezia. Ce ne parla meglio?

Il museo si apre con la sezione fiorentina della Biennale di Venezia. Era il 1988, la Transavanguardia imperava come retorica assolutamente prioritaria nelle forme espressive e tre giovani poco più che ventenni, Carlo Guaita, Daniela De Lorenzo e Antonio Catelani, si presentano, invitati da Caradente, curatore della Biennale, portando dei lavori assolutamente minimali. In questo caso vogliamo testimoniare quel momento fondamentale in cui a Firenze i giovani scultori della città recano un contributo che rivedeva completamente il linguaggio allora di moda, osando un’apertura neominimale e neoconcettuale che andrà poi per la maggiore, perché ancora oggi quel tipo di linguaggio rappresenta una linea artistica molto forte, mentre allora costituiva una voce decisamente fuori dal coro.

Il museo è stato aperto gratuitamente a tutti il 24 giugno scorso e questa occasione sarà ripetuta anche il 28 e 29 giugno. Crede che questo possa aiutare la popolazione ad avvicinarsi di più alla realtà museale, soprattutto quella contemporanea, del Museo del Novecento di Firenze?

Sì, la speranza è proprio questa: che i cittadini vedano e sentano il museo come qualcosa che appartiene loro, in quanto civico, mentre per noi è importante che la gente non entri a visitarlo solo una volta, ma che venga a spenderci del tempo. Ci saranno non solo dei giorni di apertura gratuita, con laboratori per bambini e musica, come occasione per festeggiare con i cittadini questo nuovo museo, ma è stata creata una card annuale dal costo di solo 10 euro (contro gli 8,50 dell’ingresso intero) che consente di tornare per l’intero anno. L’idea è che la popolazione di Firenze, o i visitatori che frequentano Firenze periodicamente, possano tornare e passare del tempo in questo luogo, perché gli apparati multimediali sono talmente ricchi che offrono decine e decine di ore di materiale da vedere. Questo fa sì che ogni visitatore abbia una visita personalizzata: infatti accanto alle opere che sono visibili a tutti, si aggiungono materiali e approfondimenti selezionati dal visitatore stesso. L’invito è a tornare per continuare l’operazione di ricerca, che vede il visitatore non più come spettatore passivo, ma come persona capace di disegnare ogni volta la propria visita museale.

L’edificio del Museo del Novecento di Firenze ha una sua importanza storica all’interno della città e ha mutato nei secoli più volte la sua destinazione d’uso. Ce ne parla meglio?

L’edificio nasce come uno spazio per pellegrini relativo alla chiesa di San Paolino che sta su via del Palazzuolo, dalla parte opposta rispetto alla piazza di santa Maria Novella. Solo nella seconda metà del Quattrocento, quando Leon Battista Alberti progettava e realizzava la facciata notissima della Basilica, contemporaneamente gli Spedalinghi, responsabili di questo settore, chiesero a Michelozzo di fare un intero restauro. Egli disegnò questa successione di archi così simile alla lezione brunelleschiana della Santissima Annunziata, e all’interno creò questo meraviglioso chiostro che sta ancora al centro della nostra struttura, e che la renderà uno dei primi ospedali per convalescenti, dove le persone che erano state operate o avevano passato un periodo in ospedale stavano dai tre ai sette giorni per rimettersi in sesto prima di uscire, perché la medicina aveva studiato e verificato che se esse venivano immediatamente dimesse, avevano altissime probabilità di riammalarsi a breve con ricadute ancora più gravi.

Negli anni il complesso sarà trasformato da Pietro Leopoldo in scuola per fanciulle povere, con giovani insegnanti laiche molto qualificate, affiancati dalle suore oblate, insegnavano la cultura alle ragazze non di buona famiglia. In seguito negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, diventerà una scuola comunale.

Cosa è stato fatto e come dovrebbe cambiare il sistema museale italiano per essere più redditizio nei vari campi?

Da studi americani risulta che i musei non sono mai redditizi, perché non arrivano neanche a coprire con la vendita dei biglietti il 50% del costo del museo stesso. Il museo ha un’importante ruolo di conservazione che implica dei costi molto alti e non si può pensare che di per sé sia una realtà redditizia. Lo diventa se se ne comprende e valuta prima di tutto l’indotto, che il museo genera, e che è di guadagno per il territorio: un quartiere con un museo può assolutamente essere ripotenziato e rivalorizzato. Il museo ha quindi un ruolo di rifunzionalizzazione, riqualificazione e di recupero urbanistico; è un luogo di emancipazione, dove possono essere educate intere generazioni, non solo al bello e all’arte, ma anche ai valori civili, all’interculturalità e al valore della cittadinanza. Il museo ha un potenziale incredibile di redditività culturale, se lo si vuole solamente monetizzare bisogna avere la preparazione e l’accortezza di andare a misurare l’indotto che i musei riescono a procurare, come Salvatore Settis dice da anni. L’indotto non è all’interno del museo e non si lega alla bigliettazione, ma è quello legato al turismo e alla riqualificazione urbanistica che da esso deriva, e soprattutto all’accrescimento dell’apporto connesso alla cultura su un intero tessuto urbano; infatti veramente il museo può essere luogo di educazione, nel senso di ‘educere’, portare fuori dall’ignoranza le coscienze e forse rendere gli uomini ancor più cittadini. In questo senso, se risponde alle proprie prerogative, il museo può e deve essere in grado di coinvolgere partners istituzionali e privati per finanziare le proprie attività. Noi abbiamo avuto il determinante contributo di Ente Cassa di Risparmio di Firenze per i restauri e la partnership del Gioco del Lotto per la comunicazione.

 

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