domenica, Maggio 16

Nasce il Salvini-Di Maio, sesso senza amore Il Governo verde-giallo, o 'SalviMaio', pronto all'ingresso nella 'stanza dei bottoni', da vedere se i bottoni li trovano

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SalviniDi Maio. E’ sesso, senza amore. Così, nell’entourage leghista un bello spirito sintetizza quello che si annuncia come l’ormai imminente Governo verde-giallo, oSalviMaio‘ che dir si voglia. Un Governo centauro: e decida il lettore se la parte ‘umana’ e quella ‘animale’ sia incarnata dalla Lega o dal Movimento 5 Stelle. Fatto è che l’accordo (o il ‘contratto’ come amano chiamarlo) alla fine è stato partorito. Con orgoglio si sottolinea che dopo aver raggiunto l’intesa sulle cose da fare (o più propriamente: che si promette di fare), dal cilindro è spuntato anche il nome dell’esecutore‘. Matteo Salvini promette:  «Non saremo né io né Di Maio», ma la scelta fatta «soddisfa entrambi».

Non manca ora che il via libera dal Quirinale. Salvini annuncia la chiusura dell’accordo sul nome del Presidente del Consiglio e sulla squadra dei Ministri: «E’ un bel nome, così come sono bei nomi i Ministri che proporremo per il Governo».

Non c’era da dubitare sull’intesa. Sia Di Maio che Salvini hannofamedi Governo, disposti a vendere l’anima pur di piantare le loro bandierine nei ‘palazzidel potere (di quello che si crede sia il potere). Sia l’uno che l’altro tra non molto si accorgeranno di quello che nei primi anni Sessanta constatò Pietro Nenni, quando parlò distanza dei bottoni‘. L’anziano leader socialista quando venne varato il primo centro-sinistra, ovvero l’accordo tra Democrazia Cristiana e Partito Socialista, coniò un’espressione aforistica e icastica, la ‘stanza dei bottoni’, appunto: per riferirsi al luogo dove si esercitava il potere politico. Era un buon giornalista Nenni, e l’espressione ha fatto scuola; solo che lo stesso Nenni, entrato nelle stanze delPalazzoammise poi che aveva invano cercato ‘i bottoni‘, quelle stanze, infatti, erano vuote, il potere vero e concreto, reale, era allora, come ora, altrove.

Facile prevedere che si assisterà, in un tempo non lontano, a vere e proprie mutazioni. Nel Movimento 5 Stelle, in particolare. Di Maio, sostenuto dal gran patron Davide Casaleggio, entrerà inevitabilmente in rotta di coalizione con il fondatore del Movimento, Beppe Grillo, e i fedelissimi, Roberto Fico innanzitutto, e a ruota Alessandro Di Battista. Sono ben noti i pessimi rapporti tra Grillo e Di Maio. Altrettanto nota la rottura verticale tra Grillo e Casaleggio, che attraverso la piattaforma Rousseau controlla in modo ferreo la ‘cassaforte’ del M5S; Grillo ormai è tagliato fuori da tutto questoapparato‘. Marginale come marginale da molto tempo il fondatore della Lega Umberto Bossi, totalmente scalzato da Salvini. Per ora tutte le carte giocabili, all’interno del movimento pentastellare, le ha Di Maio. Con quale esito e guadagno, non lo sa e non lo può sapere nessuno.
Si prenda l’economia, le aliquote della promessa Flat tax, 15 per cento e 20 per cento; ma quali le soglie di reddito in base alle quali scatta l’una o l’altra? Altro annuncio: taglio delle pensioni superiori a 5.000 euro; sarà un percorso disseminato di mine, visto che c’è una corposa, robusta, potente burocrazia che ne verrebbe penalizzata in modo dolorosissimo. Vogliamo parlare di potere reale? Ebbene, sono ben 230 lenominein lista d’attesa nei vari enti e partecipate dello Stato. Tutte da contrattare con logoranti tira-e-molla, qualcosa da far impallidire i ‘bilancini’ del famoso manuale Cencelli.

Poi c’è Berlusconi, tornato in pista, con la famosa sentenza che lo ‘riabilita’. Vogliamo scommettere che non era solo una boutade quella di Fedele Confalonieri, che settimane fa, in una intervista aveva indicato in Matteo Renzi l’erede di Berlusconi? Del resto, se due terzi degli italiani, secondo i sondaggi demoscopici non sono per nulla scandalizzati dal Governo SalviMaio, perché ci si dovrebbe indignare da un possibile BerluRenzi o RenzUsconi che dir si voglia?
Ad ogni modo, l’obiettivo primario di Di Maio e di Salvini era quello di scongiurare elezioni anticipate gestite da un Esecutivo Gentiloni o di emanazione del Presidente Sergio Mattarella. Ottenuto questo risultato, uno scenario plausibile potrebbe essere questo: i due movimenti si accaparrano Ministeri ‘forti’, che possano consolidare potere reale e consenso. Poi a primavera si fa ricorso anticipato alle urne, il M5S puntando sulla dissoluzione del Partito Democratico; la Lega con l’obiettivo di fare strike con il centro-destra. Poi si vedrà.

E il PD? E’ il grande assente. Come il Demetrio di Pietro Metastasio: «…È la fede degli amanti come l’araba fenice: che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa».
Si prenda l’’Assemblea che doveva decidere se e come scegliere il Segretario del Partito. Una spaccatura, poi un compromesso che semplicemente rinvia la questione; così Maurizio Martina restareggente‘, la sua relazione è approvata all’unanimità, Renzi rimane congelato e la decisione del futuro assetto del partito è rinviata al Congresso. Una situazione ben fotografata dall’intervento appassionato di Pina Cocci, delegata romana di Tor Bella Monaca: «Io ora me ne vado. Consegno la delega al Presidente. Ma noi dovremo fare un congresso e se stiamo messi così come stiamo messi oggi, nun me chiamate».
Sedie vuote, delegati arrabbiati, fischi, proteste, base sfiduciata. I numeri lo dimostrano: dei 1.021 aventi diritto, si presentano in 829 presenti registrati e con facoltà di voto. Alla fine si riducono in 302: 527 delegati si perdono lungo le 5 ore di assemblea. 205 non votano neppure alla prima votazione, quella in apertura di riunione, sullo slittamento dell’ordine del giorno. Cinque ore dopo, alla seconda votazione, quella sulla relazione di Martina, mancano all’appello altri 322 delegati. La relazione viene votata da 302 delegati. I numeri non sono tutto, ma dicono tanto.

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