sabato, Ottobre 23

Nasa fuori nella manovra del governo italiano «Abbiamo detto ai cittadini per anni che le spese per gli armamenti andavano ridotte e cominciamo a ridurle»

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In un’intervista al settimanale cattolico Famiglia Cristiana, Giuseppe Conte ha dichiarato: «Questo governo non ha speso un solo euro per l’acquisto di nuovi F-35» e in altra sede Luigi Di Maio ha affermato: «Abbiamo detto ai cittadini per anni che le spese per gli armamenti andavano ridotte e cominciamo a ridurle», aggiungendo poi che «Tutto quello che è stato fatto fino a ora è frutto delle decisioni di chi ci ha preceduto. Noi oggi stiamo valutando gli impatti occupazionali ed economici della riduzione del programma». La prima domanda, sicuramente ingenua che ci poniamo è come si possano coniugare ambedue gli argomenti ma vedremo presto con quali fortunati ragionamenti gli gnomi di Palazzo Chigi risolveranno la complessa equazione impostata. E non crediamo, no, che vi siano stati screzi tra Di Maio e il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, come invece riporta qualcuno mal informato. Ci verrebbe da comprendere certo l’entità dei tagli e quali regioni produttive colpiranno. Ma tempo al tempo. Perché quello che abbiamo letto da qualche autorevole parte che gli F-35 tagliati verrebbero rimpiazzati o meno con aerei made in Italy o sempre europei quali gli M-346FA o ulteriori Typhoon.

A Bruxelles sono pronti a ribadire all’Italia il rispetto delle regole del Patto di stabilità perché, come ha detto il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker in un’intervista pubblicata sul quotidiano francese Le Monde, «L’Italia non rispetta la parola data». A questo, nei soliloqui che consente la rete, proteggendo l’autoratore da interlocuzioni professionali replica il già menzionato ministro Di Maio secondo cui: «Ormai mancano all’appello solo la Nasa e qualche altro ente di qualche altro pianeta e poi abbiamo completato il parterre di istituzioni che promuovevano quelli che hanno fatto la legge Fornero, il Jobs act, i soldi alle banche, la macelleria sociale degli ultimi anni e bocciano noi».

Noi pensiamo che l’ente spaziale americano abbia altro da pensare che agli affari di una ‘espressione geografica’ irredentista che ha perso il senso della realtà. Quanto agli altri pianeti, ci piace ricordare un aforisma di Bill Watterson, autore della striscia a fumetti Calvin & Hobbes: «Il segno più certo dell’esistenza di una vita intelligente da qualche parte dell’universo è il fatto che nessuno ha mai provato a contattarci».

La storia, per chi è abituato a studiarla, ha insegnato molte cose. La società statunitense nel secondo dopoguerra si compattò intorno al pericolo comunista e ne nacque il maccartismo. Era il consenso di blocco su un tema sentito comune; poco importa se approfondito o valutato nei suoi contenuti. Ora, non si tratta di andare a scomodare la follia della caccia alle streghe che ogni secolo ha conosciuto in forme svariate, quanto per tentare di comprendere i rischi che un metodo del consenso possa portare in un processo decisionale che ha come obiettivo quello di pervenire a una decisione che integri anche le obiezioni della minoranza nelle decisioni finali. Usiamo, lo diciamo noi per primi, parole in libertà in un mondo di sovranismo immaginario che sta scardinando ogni ideologia, esattamente come accadeva nel periodo prebellico, con tutte le conseguenze di morte e distruzione che hanno portato gli afflati nazionalisti e le spinte alla protezione della razza. Probabilmente il processo di globalizzazione che si è avviato già nel lontano XVI secolo quando hanno inizio a formarsi circuiti di mercato su scala planetaria oggi da solo imporrebbe un’integrazione sempre più stretta che invece di esser vista come un rischio, costituirebbe una superiorità economica e tecnologica di pregio inestimabile. Si tratta, ammettiamolo pure, di processi complessi che sono passati dalla liberalizzazione delle attività economiche e delle differenze salariali in Cina alla morte di Mao Tse-tung nel 1976, alle politiche di maggior trasparenza avviate alla fine degli anni Ottanta nell’Unione Sovietica di Michail Gorbacëv, per arrivare poi alle dottrine neoliberiste costruite nel Regno Unito di Margaret Thatcher e negli Stati Uniti di Ronald Reagan con privatizzazioni, riduzione dei deficit statali, libertà di commercio e di investimento e abolizione delle barriere protezionistiche. Non è per velleità letteraria che siamo andati a scomodare questi nomi, appartenuti per la maggior parte a persone che riposano ormai in eterno e che non siamo convinti abbiano fatto tutti molto bene.

E veniamo al tema che sta lacerando gli animi in queste ottobrate roventi che se portano a un radicale risparmio energetico ancora per qualche settimana, sappiamo stanno causando danni ingenti al patrimonio ambientale che né il sovranismo vetero federalista, né il qualunquismo da saltimbanco televisivo tengono in conto, felici ambedue di accusare il passato di quello che non si sa fare nel presente. Orbene, leggiamo nelle varie interviste di un governo più impegnato a esternare che a governare di previsioni di crescita «troppo ottimistiche» e con «forti rischi al ribasso» per la congiuntura debole e le «turbolenze finanziarie». E senza entrare in dettagli, riteniamo opportuno soffermarci sull’importanza che riveste il potenziale difensivo e di sicurezza di una nazione, il quale dipende non solo dalle capacità operative delle sue forze armate ma, in misura significativa, anche dal livello tecnologico, dalle capacità produttive, dalla credibilità e dall’autonomia della sua industria per la difesa. Entrare in questi dettagli non ci costa fatica e non ci espone all’etichetta di essere guerrafondai, consci che l’art. 11 della Costituzione tutela il nostro Paese da qualunque ambizione militaristica. Tuttavia sappiamo bene che ripudiare la guerra non impedisce la volontà di potersi difendere da qualsiasi aggressione, specie in un momento in cui l’esecutivo italiano si sente minacciato sia in Europa che da altre etnie senza però considerare che la sola forza dialettica potrebbe bastare ben poco in una fase di ostilità da potenze straniere. E poiché la rinunzia al caccia di quinta generazione F-35 avrebbe motivazioni anche di ritorsione al fatto che più sapientemente una casa americana si è saputa alleare con una svedese per vincere la gara degli aerei addestratori al Pentagono, si perderebbe assai presto anche l’amicizia con l’America.

E veniamo finalmente al punto perché ci sono molte inquietidini nelle dichiarazioni anche nella compagine di governo, a cui ricordiamo che se la politica degli armamenti riguarda la sicurezza nazionale, la crescita industriale, lo sviluppo economico e il sostegno alle esportazioni, vi sono anche delle performance nelle relazioni internazionali a cui venir meno potrebbe creare gravi situazioni di isolamento, a meno che non si abbia voglia di tornare a una sana autarchia che almeno avrebbe il vantaggio di vederci tutti più magri e più liberi da molte attività. Ma, peccando questa volta di presunzione, riteniamo che lassù, in qualche palazzo di potere le idee siano un po’ più chiare. Tanto è che è stato detto che riguardo all’alleggerimento delle commesse militari (altro non si può fare, né licenziare i soldati né tagliare le pensioni), non sarebbe certo la prima volta: Matteo Renzi tra il 2014 e il 2015 tagliò i fondi per la Funzione Difesa da 14,6 miliardi a 13,2. Un bell’esempio. Il governo Renzi ha saputo fare anche altre cose buone, ma questo lo lasciamo al ricordo dei lettori che sicuramente non avranno dimenticato certi magheggi nelle funzioni pubbliche.

E possiamo giungere finalmente alla conclusione, se qualcuno ha resistito a leggerci fin qui. Siamo convinti che c’è un po’ di disordine in chi dà certe notizie e nei loro uffici stampa che non riescono a filtrare i contenuti. L’aereo F-35 di Lockheed Martin è un caccia multiruolo utilizzabile per missioni di superiorità aerea. Ne esistono tre versioni: una variante a decollo e atterraggio convenzionale, una variante a decollo corto e atterraggio verticale, per poter operare da portaerei di dimensioni ridotte della classe della nostra Cavour (senza gli F-35B sarebbe una nave inutile) e una variante per l’uso su portaerei convenzionali. Oltre agli Stati Uniti, il principale cliente e finanziatore, hanno contribuito al programma il Regno Unito, l’Italia, Norvegia, Canada, Olanda, Turchia, Australia e Danimarca. L‘Italia è partner di livello 2 e nello stabilimento di Cameri, nel novarese i circa 700 dipendenti del sito per lo più giovani realizzano ali e parte della fusoliera, compiendo un salto qualitativo nella tecnologia aeronautica italiana che non ha precedenti.

Poco lontano, a Venegono in provincia di Varese, fortezza storica di una componente di governo sorgono i capannoni da cui esce l’addestratore M-346. Definirlo un gioiello non è eufemismo. Sin dal giugno 2007, nel corso del secondo governo Prodi, si decise di acquistare gli esemplari di M-346 per l’Aeronautica Militare e ci sono stati ordini in diverse parti del mondo tra cui Israele e la Polonia perché sebbene questo aereo nasca come addestratore, non sarà escluso il suo impiego come cacciabombardiere leggero, come è accaduto per l’MB-339. Paragonare però le prestazioni del 346 a quelle dello Joint Strike Fighter-F35 fa perdere di credibilità chiunque lo affermi.

Quest’aereo così avanzato come il Lockheed Martin serve all’Italia? Per quanto speriamo non si verifichi mai un attacco al nostro Paese, riteniamo che nel rispetto di tutti gli accordi internazionali e di quell’alleanza a cui doppiamo aderire da quando abbiamo perso la Seconda Guerra Mondiale, sembra sia indispensabile. Ma poi sarà al Governo la risposta, sperando che una posizione oltransista non esponga l’Italia all’espugnazione da forze più deboli.

E poiché con gli Stati Uniti c’è un accordo molto preciso, toccherà a qualche membro dell’esecutivo andare a spiegare al presidente Donald Trump quale sia la forza politica che rappresenta, grazie al voto dei cittadini. Magari, a questo governante per recarsi a Washington si potrà proporre di imbarcarsi su un P 68 Victor; è un magnifico bimotore italiano costruito nei vecchi stabilimenti napoletani della Partenavia e progettato da Luigi Pascale, uno dei più grandi ideatori di velivoli. Meglio dell’americanissimo Boeing 777, anch’esso bimotore realizzato da quella casa che ha battuto l’addestratore italiano. Tanto gli aerei sono tutti uguali.

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