sabato, Maggio 15

Narendra Modi, le conseguenze della marea Politica economica ed estera della super-maggioranza conservatrice che verrà

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282 seggi. Tra le centinaia di analisi percentuali e numeriche della travolgente vittoria di Narendra Modi e della sua National Democratic Alliance (NDA) alle elezioni politiche indiane, questo è il numero su cui si appunta il carattere potenzialmente epocale della svolta consumatasi a New Delhi lo scorso 16 maggio. Da solo, anche senza contare i voti degli altri quattro partiti alleati nella NDA, il Bharatiya Janata Party ha conquistato dieci seggi in più del minimo necessario per raggiungere la maggioranza assoluta nel Lok Sabah, la Camera Alta del Parlamento. Erano 30 anni che un partito politico indiano non riusciva a riportare un risultato simile, da quando il Congress Party, egemone per quasi mezzo secolo ed oggi grande sconfitto, non stravinse le elezioni del 1984 sull’onda emozionale generata dall’assassinio di Indira Gandhi. Oggi è la destra nazional-conservatrice, per la prima volta nella storia indiana, a poter governare da sola senza necessità di mediazioni e accordi con i partiti più piccoli.

Narendra Modi è stato perfettamente esaudito dall’elettorato della più grande democrazia del mondo. Nei suoi centinaia di comizi ed interventi pubblici, e nelle sue note comunicative attraverso i social network (è stata la campagna elettorale più informatizzata della storia indiana), aveva presentato all’India un cambiamento epocale nella politica e nell’economia del Paese, avvertendo però che solo un mandato molto forte da parte degli elettori gli avrebbe permesso di realizzarlo. Richiesta esaudita nel migliore dei modi, e che obbliga il nuovo esecutivo a muoversi velocemente verso una rupture con il passato, una “rottamazione” in salsa indiana. Specialmente sul terreno socio-economico.

È stata proprio l’economia il baricentro della vittoria del BJP, e non solo sul tema in sé, ma anche di riflesso. L’enfasi sul rilancio produttivo ed occupazionale del Paese è stata infatti deliberatamente utilizzata da Modi anche per eclissare i dubbi dell’elettorato sui suoi trascorsi di militante della destra ultra-nazionalista, nonché il marchio di infamia del massacro di quasi 2000 musulmani consumatosi nel Gujarat nel 2002 all’inizio del suo mandato di Governatore, e che lo vide accusato di non aver ostacolato i pogrom. Accusa che gli è valsa per anni il divieto di espatrio negli Usa e in diversi paesi europei.

Tutta la campagna elettorale è stata impostata verso il rilancio e la modernizzazione del Paese, con un sapiente mix di slogan liberisti e “sviluppisti” più tipici della politica asiatica. Sul primo fronte, fraseggi quali “minimum Government, maximum governance”, oppure “no way for Government to rule business here” sono parsi a molti una declinazione indiana degli slogan tatcheriani degli anni ’80. Ma soprattutto, l’ex Governatore dello Stato del Gujarat ha esaltato l’intenzione di espandere a dismisura le infrastrutture e l’innovazione tecnologica nel gigantesco Paese asiatico.

Nonostante la potenza degli slogan, il come tutto questo avverrà rimane però fumoso. Nel programma del BJP ci sono enormi obiettivi, ma non c’è una precisa road-map per realizzarli, per esempio programmi di liberalizzazioni o estese riforme strutturali. Al di là dei leitmotiv, quello del leader del BJP è essenzialmente un appello a liberarsi dell’opprimente ed inefficiente apparato burocratico indiano ed alle mille regolamentazioni pubbliche che lo sostengono. Una necessità dal vasto consenso, in India e all’estero, ma che non basterebbe da sola a rivitalizzare un Paese così complesso.

Il biglietto da visita ricorrente di Modi in materia economica è stato quasi sempre l’esempio dello Stato da egli governato. Negli 11 anni di premierato del Gujarat, l’ex Governatore ha realizzato un modello di economia locale paradiso per gli investitori esteri e le grandi imprese indiane. Terreni espropriati e venduti a bassissimi costi, ampie infrastrutture, basse tasse e licenziamenti facili. Un neo-liberismo in salsa indiana apparentemente di successo, che ha fatto del Gujarat il centro del 16% della produzione industriale nazionale, pur avendo solo 6% della popolazione.

Un modello che ha attirato il plauso dei più grandi imprenditori del Paese e di istituzioni finanziarie internazionali come la Goldman Sachs, ma il cui successo è largamente contestato anche da economisti europei ed americani sia nel merito che nel metodo di valutazione. Incentivi fiscali e svendita dei terreni hanno lasciato alle casse locali ben poco da investire in servizi pubblici, sanità ed educazione, settori nei quali il Gujarat è molto indietro tra i vari Stati indiani. Lo sviluppo industriale forzato e gli espropri hanno lasciato vaste fasce della popolazione ai margini dal benessere cittadino, in baraccopoli e villaggi agricoli nei quali malnutrizione e malattie mietono vittime come o di più che in altri aree dell’India anche molto meno virtuose sul fronte della crescita del PIL.

Il programma politico di Modi non specifica se e come questo modello possa essere esteso al resto del Paese, e più di un osservatore ha fatto notare come i vantaggi competitivi dello Stato siano per lo più naturali, come il basso costo dei terreni – per lo più disabitati –, la vasta linea costiera ed i porti naturali. La miglior performance del Gujarat in materia di crescita è infatti ben antecedente al periodo nel quale Modi lo ha governato. Anche le promesse di grandi infrastrutture e rivoluzioni high-tech, per quanto necessarie, non specificano come verranno realizzate, pur elencando obiettivi ambiziosi come la «ricostruzione viaria, ferroviaria ed informatizzata di 100 centri urbani».

Rimasta a sua volta fumosa durante buona parte della campagna elettorale, la politica estera di Narendra Modi è divenuta più chiara negli ultimi due mesi. L’aggiornamento del manifesto del BJP in materia e le dichiarazioni pubbliche dello stesso Modi ne tracciano un contorno sostanzialmente definito e piuttosto di rottura con la tradizione di non allineamento del Congress. Al contrario, il BJP punta a ribaltare questo approccio nel suo inverso, una politica aperta al confronto ma se necessario assertiva a 360 gradi. Il Paese non dovrà divenire «parte di giochi guidati da altre grandi potenze mondiali, ma porsi essa stessa come un soggetto di importanza regionale e globale per la tutela dei propri interessi».

Il Manifesto di Modi chiarisce che l’India sarà disposta a difendere i propri interessi con un approccio molto più duro, qualora le condizioni lo richiedessero. Una istanza che sembra chiarire fin da subito un cambio di registro innanzitutto nei confronti del Pakistan e degli attacchi terroristici provenienti dal suo territorio. Se Islamabad è il primo target in assertività, la seconda è senza dubbio la Cina, con le sue molteplici rivendicazioni territoriali. Con Pechino il rapporto dei conservatori indiani è però ben più ambiguo. Modi stesso è infatti un frequentatore abituale delle regioni costiere cinesi, dove ha promosso campagne per attrarre investitori di Pechino nel Gujarat. Egli ha spesso indicato nel successo di aree quali il Guangdong e Shanghai un modello al quale ispirarsi per le proprie iniziative di Governatore, ed esaltato la necessità di accordi commerciali tra i due Paesi.

Di riflesso, è anche più ambiguo il rapporto che andrà sviluppandosi con gli Stati Uniti. L’ostracismo della presidenza Usa nei confronti di Modi per i massacri del 2002 è ancora formalmente in vigore. Ma la telefonata di Obama per le congratulazioni post-elettorali e l’invito informale a recarsi negli Usa rende già praticamente estinto il boicottaggio occidentale nei suoi confronti. Se il confronto strategico con la Cina, in particolar modo nell’Oceano Indiano, dovesse farsi più serrato, Washington avrà buon gioco nel posizionarsi con Delhi nella disfida, forte della cooperazione militare navale che già caratterizza i due Paesi. Viceversa, l’enfasi del manifesto su una politica assertiva e non soggetta a condizionamenti, blocca sul nascere ogni ipotesi di adesione indiana ad una sfera di influenza regionale statunitense o di chiunque altro. Sulle spinose diatribe commerciali, come quelle sui brevetti farmaceutici, la posizione di Delhi potrebbe ora farsi ancora più intransigente che in passato, e diventa ora improbabile una rapida adesione indiana alla Trans-Pacific Partnership promossa da Obama nella regione.

Il manifesto del BJP non punta del resto solo ai rapporti con le grandi potenze, ma anche a rafforzare legami con attori più piccoli ma molto importanti su scala regionale. Sul “cortile di casa” regionale, inclusivo di Nepal, Bangladesh e Sri Lanka, il manifesto è addirittura sciovinista: «l’India sarà sempre la casa di riferimento degli indù di tutto il mondo». Un approccio “israeliano” su base etno-confessionale che mette in guardia le leadership politiche limitrofe sulle discriminazioni anti-induiste, come quelle consumatesi per l’appunto di recente in Bangladesh.

Tra i punti principali del Manifesto di politica estera c’è la creazione di una “rete di alleati” sui quali contare a livello regionale nell’ambito della cosiddetta “look East policy”, dei quali però non viene specificata l’identità. Il primo pensiero corre al Giappone di Shinzo Abe, protagonista di una vera e propria escalation positiva nell’ultimo quinquennio tesa ad approfondire legami strategici ed economici, ma anche diplomatici e militari in grado di controbilanciare l’ascesa cinese. Il neo-Premier indiano ed il Primo Ministro nipponico intrattengono già da anni ottimi rapporti politici e personali, guidati dalla comune enfasi sul ritorno delle rispettive nazioni ad una grandeur politica e militare, condita dalla difesa in chiave conservatrice di tradizioni e cultura nazionale. Oltre agli storici rapporti con la Russia, il Premierato di Modi potrebbe rilanciare in grande stile la cooperazione con Israele, interamente sviluppatasi durante il primo governo conservatore del 1999-2004, ed incentrata sulla comune ostilità al fondamentalismo islamico.

Quello che Modi ha in serbo per il gigante indiano è certamente un cambiamento di vasta portata sia sul fronte interno che delle relazioni internazionali. Gli obiettivi sono tanti, spesso superiori ai mezzi che sembrano a disposizione per raggiungerli. Nonostante la grande legittimazione del voto, però, nessuna delle sfide poste dalla sua vittoria alle elezioni risulta esente da rischi anche di notevole portata. Dall’adozione di un capitalismo selvaggio, propulsore di sopraffazioni e disparità estreme, con a sua guardia una Stato autoritario e discriminatorio verso le minoranze, fino ad una escalation sciovinista nei confronti del vicino Pakistan o della Cina che sfoci in provocazioni tra potenze nucleari. Questi gli spettri che aleggiano sul prossimo quinquennio indiano. E che spetta ora a Delhi smentire o confermare.

 

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