giovedì, Settembre 16

Narcotraffico, Pérez Molina cambia strategia field_506ffb1d3dbe2

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Narcotraffico guatemala

Giunto ormai a metà del proprio mandato, il Presidente guatemalteco Otto Pérez Molina tenta una nuova strada per risolvere uno dei problemi endemici del suo Paese, vale a dire il narcotraffico. È infatti sin dai primi mesi della sua presidenza che Pérez Molina propone nuove modalità per annientare il traffico di stupefacenti. «Un problema di salute pubblica» lo aveva definito davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel settembre del 2012: poteva ben dirlo, dato che, all’assunzione dell’incarico, trovava un Paese in cui il 40% degli omicidi era legato al mondo della droga. Ma anche  un rompicapo tutt’altro che facile da affrontare, visto che, per la sua natura necessariamente transnazionale, necessita di strategie condivise ed opportunamente coordinate dai Governi interessati. Strategie che, spesso, falliscono ancor prima di essere sperimentate a causa della differente considerazione di ciascun Paese per un problema che, tuttavia, accomuna l’intera regione latinoamericana, ed in particolare l’America Centrale.

Infatti, proprio la proposta lanciata dal Presidente del Guatemala nel 2012 si scontrò contrò la diversa opinione degli altri governanti centroamericani. Eppure, il tempo sembra aver dato ragione al primo, perché la sua idea era quella oggi adottata dall’Uruguay e da alcuni Stati statunitensi: la legalizzazione del commercio delle droghe. Ironicamente, all’epoca (appena due anni fa), la strategia da cui Pérez Molina cercava di sottrarsi era quella della repressione militare, sollecitata e sostenuta finanziariamente dalla stessa Washington. Il rifiuto da parte dei Governi di El Salvador, Honduras e Nicaragua, comunque, annichilì presto la proposta del Guatemala: «depenalizzare la droga sarebbe come dire ‘siamo sconfitti’», ebbe ad argomentare il Presidente nicaraguense Daniel Ortega, «vorrebbe dire legalizzare il crimine, perché promuovere il consumo di droghe, facilitare il consumo di droghe, è un atto criminale». Pérez Molina si trovò così nella necessità di persistere nella vecchia strategia: tra l’agosto e l’ottobre dello stesso anno venne implementato il ‘Plan Martillo’, che prevedeva una collaborazione tra forze armate locali e statunitensi e che portò al sequestro di dieci carichi di droga e all’arresto di quattordici persone.

L’idea di legalizzare gli stupefacenti, però, non è venuta meno, tanto che Pérez Molina ha appoggiato il proposito del Presidente uruguayano all’apertura della nuova sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU. Ma, nel contempo, questa volta si è mosso anche su altri fronti. Ad esempio, lanciando a Messico e Stati Uniti la proposta di allineare le politiche di sicurezza frontaliera: sempre dal palco del Palazzo di Vetro ha sostenuto che «il Guatemala desidera un’alleanza tripartita per la prosperità con Messico e Stati Uniti, che serva da punto d’appoggio per un solido vincolo coi Paesi del Sistema di Integrazione Centroamericana». La proposta, dettata dalla «chiarezza che la guerra contro le droghe non ha dato i frutti sperati» non poteva che trovare d’accordo il Messico di Enrique Peña Nieto, che sta ancora subendo il retaggio dell’infelice decisione del precedente Mandatario Felipe Calderón di militarizzare la lotta al narcotraffico, ma l’impulso guatemalteco a cercare nuove strategie ha ricevuto anche il sostegno di un altro Paese estremamente coinvolto come la Colombia.

Nel contempo, però, la strategia militare è rimasta attuale, dato che a novembre è stata lanciata l’Operazione Imperio, che ha visto impiegati in particolare 558 soldati dell’esercito e 280 agenti della Polizia Nazionale Civile. Un dispiegamento di forze che, secondo le fonti governative, ha permesso di «disarticolare» la struttura logistica del narcotrafficante Mario Ponce Rodríguez, attualmente detenuto negli Stati Uniti. Che, d’altronde, l’impiego delle forze armate fosse rimasto tra le carte in mano al Governo guatemalteco l’ha successivamente dimostrato il recente acquisto di tre radar dalla spagnola Indra Sistemas S.A. per il Sistema di Protezione e Vigilanza della Biosfera del Guatemala, giustificato appunto in funzione di lotta al crimine organizzato.

Ma ora Otto Pérez Molina sembra voler puntare su una strategia intermedia: quella che va a colpire le finanze del narcotraffico. Non va infatti dimenticato che, insieme al flusso di stupefacenti, il narcotraffico muove ingenti quantità di denaro illecito, in attesa di essere riciclati nelle economie dei Paesi attraversati. Proprio Messico e Stati Uniti, si ricorderà, hanno firmato in ottobre un accordo volto a combattere il riciclaggio di denaro, ma anche il Guatemala è interessato dal fenomeno, con 1 miliardo e 354 milioni di dollari ‘ripuliti’ ogni anno. Come nel caso del NAFTA, i rischi aumentano con l’apertura delle frontiere per progetti di integrazione regionale, come sta facendo il Guatemala nell’ambito del CA-4, l’accordo siglato con El Salvador, Honduras e Nicaragua nel 2006 per permettere il libero transito di persone e beni e che, ovviamente, viene sfruttato anche dai narcotrafficanti. Si rende perciò necessario un ente che supervisioni questi specifici movimenti finanziari, proprio come le agenzie entrate in contatto nel caso dell’accordo tra Messico e Stati Uniti.

Questa è stata infatti la decisione del Governo guatemalteco, approvata in via definitiva a dicembre: costituire un gruppo specializzato di analisi finanziaria per identificare i prestanome ed i bracci operativi del narcotraffico. In questo modo, come rivelato dal Capo della Sottodirezione di Analisi di Informazione Antinarcotici Elmer Sosa, si reputa possibile giungere ai patrimoni dei narcotrafficanti e, così, «indebolirli finanziariamente». In realtà, tale possibilità era già prevista, o quantomeno sostenibile, dal 2010, quando fu approvata la Legge 55-2010Estinzione del Dominio»), la quale permette ora di aggiungere ai sequestri di droghe ed armi quelli di immobili, veicoli, denaro e animali (ad esempio, cavalli purosangue e galli da combattimento). La nuova strategia guatemalteca, però, deve essere ancora perfezionata, come affermano esperti consultati dal quotidiano ‘Siglo 21’: nello specifico, il problema del narcotraffico è divenuto così radicato da essere diventato un attore politico illegittimo ma attivo. «C’è sempre un capo protetto dall’arrivo di un nuovo Governo, e c’è sempre un capo uscente, in genere morto o estradato all’inizio di un nuovo Governo», spiega il criminologo David Martínez-Amador.

In effetti, proprio lo Stato sembra essere uno dei maggiori ostacoli a regolamentare ulteriormente l’economia ed a reintrodurre i beni sequestrati nel suo alveo. Come già informava lo studio ‘Siguiendo la ruta del dinero en Centroamérica, pubblicato nel 2012 dall’associazione ‘laRed’, in Guatemala esiste ad esempio una certa resistenza a modificare le norme attuali sul segreto bancario, che ne fa uno dei Paesi «non cooperanti in materia di informazione tributaria» nonostante circoli da tempo un progetto di legge che godrebbe financo dell’appoggio dell’OCSE. Si tratta di un ritardo che non è ancora stato recuperato e che si aggiunge alla mancanza di regolamenti ad hoc per esercizi non strettamente finanziari, tra cui i casinò. Per contro, il cittadino che volesse acquistare i beni sequestrati ai narcotrafficanti è spesso inibito, oltre che dal timore delle ritorsioni di questi ultimi, dalla necessità di fornire la propria autorizzazione ad essere indagati dai funzionari statali: per questa ragione, questo genere di aste viene spesso disertato.

La lotta del Guatemala al narcotraffico, insomma, è appena agli inizi. Certo, va dato atto a Pérez Molina di aver sfruttato la prima metà del suo mandato per porre le basi di un’azione molteplice volta ad un fenomeno decisamente proteiforme: l’aver compreso che non è solo il controllo del territorio a conferire forza ai trafficanti, ma anche e soprattutto il potere economico, è un’intuizione che ricorda la svolta dei giudici italiani nel contrasto alla mafia, negli anni Ottanta. Tuttavia, sarà difficile che un Paese come il Guatemala possa procedere in solitaria: innanzitutto perché è esso stesso piagato da problemi di trasparenza e connivenza coi cartelli; in secondo luogo, perché un fenomeno transnazionale si può combattere solo in accordo con altri Paesi. Nel secondo caso, il fallimento della militarizzazione del conflitto sembra aprire ad un cambio di mentalità. Più ardua, paradossalmente, sembra la risoluzione del primo problema: la politica guatemalteca.

 

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