lunedì, Aprile 12

Narco, se lo Stato nasconde la mano field_506ffb1d3dbe2

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 Messico narco

È un «momento complesso» per le istituzioni messicane nello Stato del Michoacán: ad affermarlo non è un semplice analista, ma l’ex Presidente Felipe Calderón, che da quello Stato proviene e che in quello Stato, nel 2006, lanciò la sua sventurata guerra contro il narcotraffico. Attualmente a Davos per il Forum Economico Mondiale, Calderón è dell’idea che le autorità messicane riusciranno ad aver successo nell’imporre sicurezza soprattutto se avrà luogo un rafforzamento istituzionale. Eppure, la situazione attuale nello Stato del Messico centrale sembra suggerire una dinamica opposta. Come già segnalato pochi mesi fa, proprio l’insuccesso delle istituzioni statali nel garantire ai propri cittadini un livello di tranquillità accettabile ha portato questi ultimi ad imbracciare essi stessi le armi ed a costituire proprie forze dell’ordine, le cosiddette ‘polizie comunitarie’.

Pleonastico dire che l’interposizione di queste organizzazioni tra Stato e narcotraffico ha creato non pochi imbarazzi formali al primo, che talvolta sono sfociati nel’ipotesi di collegamenti tra i cittadini armati e i cartelli stessi. Tuttavia, dopo gli eventi degli ultimi mesi, un’ipotesi ancor più sconcertante sta attraversando l’opinione pubblica messicana: a favorire la militarizzazione privata sarebbero le autorità stesse. Sospetto privo di fondamento, secondo il Presidente Enrique Peña Nieto, ma che rende comunque necessario interrogarsi sull’operato in materia del Governo del PRI (Partido Rivolucionario Institucional). Con l’ascesa alla Presidenza del Partido Acción Nacional (PAN), il giornalista Diego Enrique Osorno aveva infatti inquadrato la nuova gestione del conflitto come un passaggio dalla tradizionale ‘narcopolitica’ (connivenza coi cartelli) ad una più spregiudicata ‘necropolitica’ (lucro sul conflitto ai cartelli): ad un anno dal suo reinsediamento, è ora il caso di fare il punto su quale sia la nuova strategia del Governo federale priista.

Nonostante le smentite dell’Esecutivo, in Messico si inizia in effetti già a parlare di una ‘seconda guerra del Michoacán’. Si rende perciò necessario scorrere la cronaca delle ultime settimane, per capire se quanto accaduto finora possa rispondere ad un piano prestabilito. Nella prima metà del mese, si era osservata un’ulteriore avanzata delle polizie comunitarie verso Apatzingán, la città a sud-ovest della capitale Morelia considerata sede del cartello dei Cavalieri Templari. Nel giro di un mese, tale avvicinamento era passato per il ‘recupero’ di villaggi e città della regione nota come Tierra Caliente, quali Churumuco, Zicuirán e Nueva Italia procedendo da est, Parácuaro e Tancítaro a nord-ovest: una sorta di tenaglia volta a circondare il centro del potere del cartello. Il controllo da parte dei ‘comunitarios’ era però durato poco, perché già il 14 gennaio l’esercito interveniva per imporre loro di consegnare le armi e ritornare ai rispettivi paesi. L’operazione, non priva di difficoltà, aveva comunque permesso alla Polizia Federale ed all’esercito di assumere il controllo di comunità come Nueva Italia e Uruapán, oltre alla stessa Apatzingán.

Risultato che, però, non soddisfaceva l’opposizione politica. Anticipando il suo compagno di partito, il dirigente panista Gustavo Madero segnalava già il «momento critico, profondo, di grande debolezza istituzionale» rappresentato non solo dallo Stato del Michoacán, ma dall’estendersi del fenomeno delle polizie comunitarie anche ad altri dieci Stati. Il progressista Movimiento Regeneración Nacional (Morena), invece, tracciava un quadro più ampio, sostenendo che la situazione affondasse le sue radici in trent’anni di politiche neoliberiste e che la militarizzazione «non funzionò nel sessennio di Calderón e non funzionerà nella presente amministrazione, perché la base del problema è l’economia sociale». Eppure, al momento questa sembra essere l’unica strada che il Governo Federale sembra voler percorrere: una volta di più, il Governo federale sembra dimentico di ogni possibile via politica. Il Governatore priista dello Stato, Fausto Vallejo Figueroa, sembra essere sempre più una ‘figura ornamentale’, come l’ha definito il senatore panista Salvador Vega Casillas dopo la decisione di commissariare l’ente amministrativo e di istituire, nei prossimi mesi, una ‘Forza Civile’ come quella già operante nel Nuevo León. Si tratterà di un corpo qualificato, tra i cui organizzatori figurerà il Segretario Esecutivo del Sistema Nazionale di Sicurezza Pubblica, Monte Alejandro Rubido García, specialista in controspionaggio e formatosi, tra l’altro, presso il Mossad ed il britannico M-16.

Quel che sembra profilarsi da parte del Governo è perciò un’azione meno appariscente della guerra lanciata otto anni orsono. D’altronde, come ci ricorda il Professor George W. Grayson del College of William & Mary di Williamsburg, «il Capo del Governo menziona raramente, se mai lo menziona, il crimine organizzato». Nel suo intervento indirizzato al Foreign Policy Research Institute di Filadelfia, che abbiamo potuto consultare in anteprima, l’esperto segnala che «il Presidente Enrique Peña Nieto ha tentato di ignorare il bagno di sangue che sta avendo luogo nel suo Paese, specialmente nella produttiva Tierra Caliente, nella parte occidentale dello Stato del Michoacán. Preferisce declamare la propria agenda riformista». Tuttavia, aggiunge, dopo i fatti di inizio gennaio, «Il Capo del Governo, attento alla propria immagine, è stato obbligato a nominare un Governatore de facto per reprimere i tumulti… L’imminente visita del Presidente Barack Obama nel suo Paese rende ancor più importante dimostrare che il leader messicano abbia una strategia di sicurezza percorribile».

Esemplificativa in questo senso è stato il modo ‘bifronte’ con cui il Governo messicano ha agito durante la conquista di Nueva Italia, avvenuta proprio negli stessi giorni in cui il Primo Ministro italiano Enrico Letta visitava il Messico per rafforzare i vincoli commerciali tra i due Paesi. Mentre il Presidente Peña Nieto si occupava delle relazioni pubbliche, il Segretario agli Interni Miguel Ángel Osorio Chong si riuniva col proprio Consiglio di Sicurezza a Morelia. Il Professor Grayson riassume l’esito della riunione in cinque punti: «impegno del Governo federale ad assumersi la responsabilità per la sicurezza nella Tierra Caliente; ingraziarsi i gruppi di autodifesa nella speranza che rinuncino alle loro armi sofisticate; rimuovere i dirigenti della corrotta Procura Generale, della Segreteria per la Sicurezza Pubblica, ed i poliziotti locali e statali sospettati di aver favorito i cartelli; attacco ai Cavalieri Templari; nomina dell’ambizioso Alfredo Castillo Castellanos, un fiduciario di Peña Nieto, come commissario federale per il Michoacán, rendendo apparentemente marginale l’indisposto e inefficace Governatore statale».

Abbiamo sottolineato il punto relativo ai gruppi di autodifesa perché, sempre secondo Grayson, «esiste il timore che, come già le colombiane Autodefensas Unidas de Colombia, i gruppi di autodifesa inizino ad imitare i loro vecchi nemici. Un esito più ottimista richiama i colpi che i contadini peruviani, armati dai militari, hanno assestato contro la guerriglia del Sentiero Luminoso nell’Alta Valle di Huallaga». Sorge quindi naturale l’interrogativo sul ruolo del Generale colombiano Óscar Naranjo, annunciato come consulente in materia di sicurezza per il Presidente già durante la campagna elettorale del 2012, ma la cui attività in quest’ultimo anno è sembrata appunto tutt’altro che chiara. Non solo il PRI, ma anche l’ufficio messicano di Human Rights Watch, affermano che Naranjo non approverebbe l’inserimento delle polizie comunitarie in una strategia federale contro il narcotraffico. Se così fosse, sarebbe comunque difficile capire quanto possa influire la sua posizione sulle mosse del Governo: secondo il Presidente colombiano Juan Manuel Santos, Naranjo sarebbe infatti intenzionato a tornare in Colombia per dedicarsi ai negoziati con le FARC ed alla campagna elettorale, in aperta contraddizione con quanto dichiarato meno di due anni fa.

Per suo conto, Peña Nieto continua a negare che il Governo abbia deliberatamente permesso ai cittadini del Michoacán di imbracciare le armi e difendersi da sé, ma esprime tuttavia la possibilità di integrare le ‘polizie comunitarie’ nelle operazioni istituzionali. L’ultima parola, finora, arriva sempre dalle rive del Lago di Ginevra, dove il Presidente ha invitato i gruppi di autodifesa a «partecipare ad operazioni di sicurezza, seguendo principi e formalità previsti dalla legge, per fare parte di corpi di sicurezza già stabiliti dal Governo», proposta che sembra quasi un desiderio di istituzionalizzare lo status quo e che i diretti interessati hanno già respinto, in quanto, affermano, non chiedono di essere poliziotti, ma solo di ottenere pace per la propria regione. Non è detto, a questo punto, che una tale risposta non fosse prevista e che non torni a vantaggio del Governo federale: in altre parole, quest’ultimo potrebbe al contempo manifestare la propria ‘buona fede’ e mantenere quella gestione indiretta del conflitto che gli permetterebbe di addossare le responsabilità per le violenze nella regione ad una situazione divenuta ormai ingestibile.

Una strategia, come ricorda Guillermo Trejo dalle colonne di ‘El País’, che non sarebbe estranea alla tradizione del PRI. E che, si potrebbe aggiungere, risulterebbe funzionale a Peña Nieto nel perseguimento della sua strategia principale: quella di promuovere il proprio Paese davanti al consesso internazionale senza dare l’idea, come avvenuto sotto Calderón, di essere un Paese in stato di guerra. Un obiettivo difficile, data la piega che gli eventi in Michoacán ed in altri Stati messicani stanno prendendo. Ma, soprattutto, una strategia che potrebbe ritorcersi contro lo stesso Peña Nieto, qualora non avesse esito: come avverte il Prof. Grayson, «ogni montatura pubblicitaria che il Messico possa orchestrare significherà ben poco, se la Tierra Caliente rimane in fiamme».

 

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