sabato, Aprile 10

Napolitano non ripete Mafia Capitale: eloquente silenzio di Napolitano

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«Non lasceremo Roma ai ladri» tuonava ieri il Premier Matteo Renzi dal palco dell’assemblea dei Giovani Democratici a Roma, aggiungendo l’esortazione alla Magistratura di fare «rapidamente i processi e chi è colpevole paghi fino all’ultimo centesimo e all’ultimo giorno». Oggi è stato il turno dei Presidenti di Senato e Camera intervenire sulla brutta faccenda di Mafia Capitale. «La politica deve avere uno scatto, un colpo di reni, una rivolta morale» ha detto il Presidente del Senato Piero Grasso «per cercare di eliminare prima ancora della magistratura dalle proprie fila coloro che non meritano di rappresentare i cittadini». Il Presidente della Camera Laura Boldrini ha dichiarato: «Spero che dall’inchiesta sulla mafia a Roma si impari una lezione: è imperativo che ci sia un maggiore monitoraggio sull’utilizzo dei fondi pubblici»; a quest’ultimo riguardo, ha segnalato la necessità di una «cabina di regia che consenta di controllare l’uso dei fondi». In sostanza, il messaggio che arriva dalle istituzioni è un’esortazione al mondo politico a recuperare una credibilità ormai ai minimi termini, avendo il coraggio di imboccare senza riserve la strada dell’autoriforma.
Concetti, questi, ribaditi fino alla nausea, ma purtroppo senza successo, dal Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano lungo l’intero ampio arco del suo mandato. In questa prospettiva, l’ostinato silenzio mantenuto fino a oggi sull’inchiesta romana dal Capo dello Stato può essere letto come ulteriore severo monito a una politica incapace di ascoltare e recepire, una politica ostaggio di se stessa contro cui le parole rimangono strumenti vani e frustranti.

Anziché risolversi ad agire, una non piccola parte della politica sembra prediligere la carta delle polemiche strumentali. «Abbiamo salvato Roma due volte perché si andava in default», ha dichiarato il consigliere politico di FI Giovanni Toti «Io dico che non può essere derubricato da Renzi a un tema di ordine prefettizio dicendo ‘commissariamo’ oppure lasciando Marino che è una degna persona, ma non è in grado di affrontare i problemi. C’è bisogno di una risposta nazionale: si deve sciogliere il Comune e andare a votare».

A Palazzo Chigi è stato firmato l’accordo tra la Lucchini Siderurgica di Piombino e il colosso algerino Cevital. «Firmato a Palazzo Chigi l’accordo per Piombino. Un progetto ambizioso che rilancia crescita e lavoro. Dopo Terni un’altra buona news» ha twittato con entusiasmo Renzi. Al termine dell’incontro, il Premier ha anche tenuto un breve discorso nel quale, oltre a esprimere la propria soddisfazione, ha sottolineato che «l‘apertura all’investimento straniero è un orgoglio», nonché «un grande messaggio agli investitori stranieri e per il futuro di un settore assolutamente decisivo nel domani». «Piombino è un pezzo di futuro dell’Italia» ha concluso «l’industria manifatturiera, siderurgica, tradizionale è pezzo di futuro e non solo di passato».

Un po’ a sorpresa, Renzi ha rivolto un ringraziamento ai sindacati per il prezioso contributo nella trattativa. «Può sembrare per voi una stranezza che questo elemento di gratitudine sia espresso dal sottoscritto», ha puntualizzato, «lo faccio ben volentieri perché quando si tratta di ragionare nel merito delle vertenze aperte, bisogna discutere insieme. (…) Quando ci sono delle vertenze aperte è giusto che al tavolo ci siano i sindacati. Quando, invece, si tratta di fare le leggi di Stabilità, al tavolo ci deve essere il Parlamento». Parole che rappresentano un evidente segnale di distensione dopo i mesi di duro scontro: un passaggio ineludibile verso la normalizzazione dei rapporti tra Governo e sindacati. Una normalizzazione possibile, verrebbe malignamente da aggiungere, e necessaria ora che il Jobs Act è oramai un dato di fatto e Renzi non ha più bisogno di un nemico da dare in pasto all’opinione pubblica.

In giornata il la Presidenza del Consiglio ha diramato un comunicato nel quale viene bollata come destituita di ogni fondamento l’ipotesi secondo cui la Legge di Stabilità avrebbe previsto l’estensione ai pensionati del bonus di 80 euro. Al riguardo, il Governo ha confermato la propria ferma intenzione di rispettare i vincoli dell’UE, incluso l’impegno a non sforare il tetto del 3% nel rapporto deficit-PIL. La Legge di Stabilità e, più in generale, la strategia economica dell’Esecutivo, assicurano le fonti di Palazzo Chigi, è volta al rispetto di quei vincoli così come a determinare la spinta per la crescita. Un chiarimento obbligato da parte del Governo, che avrebbe certamente concesso l’estensione del bonus anche ai pensionati. Tuttavia il richiamo dell’UE in merito riduzione dello 0,5% del debito italiano, in luogo dello 0,1% previsto dalla Legge di Stabilità, lasciava ben poche scelte. Il Governo ha preferito adeguarsi, piuttosto che esporsi a nuove tirate d’orecchie.

La relatrice della legge elettorale in Commissione Affari costituzionali al Senato, Anna Finocchiaro, ha depositato due importanti emendamenti al provvedimento in fase di messa a punto. Il primo riguarda il premio di maggioranza, che verrà attribuito alla lista che supera il 40% (e non più il 37%) dei voti; il secondo concerne la soglia di sbarramento che viene fissata al 3% (e non più all’8%). Le liste saranno costituite da un capolista e da un elenco di candidati «collocati in lista secondo un ordine alternato di genere». L’elettore potrà votare un’unica lista, nella quale potrà «esprimere uno o due voti di preferenza», a patto che il secondo sia «un candidato di sesso diverso rispetto al primo».

Sulla legge elettorale è intervenuta anche il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, che ha escluso la possibilità di un voto prima del 2018. Qualora quest’evenienza si presentasse, ha aggiunto, non è detto che si dovrebbe votare con la legge elettorale modificata dalla Consulta, perciò ribattezzata Consultellum: «sono state avanzate varie ipotesi, per esempio anche il ritorno alla legge Mattarella». «Ma tanto non ci sarà un voto anticipato» ha chiosato.
Domanda oziosa: se non ci sarà voto anticipato, perché parlarne?

 

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