sabato, Luglio 31

Napoli e la cultura depredata field_506ffbaa4a8d4

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Gabriele Smargiassi_VedutadiNapoli(1857)

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A Napoli l’aggettivo grande calza come un guanto, perché tutto in questa città ha la particolarità di essere amplificato, ridondante, come una cassa di risonanza, attirando l’attenzione e di conseguenza mire e bramosie, nel bene e nel male.

Partendo dalla grandezza geografica del grande Golfo, al grande Vesuvio, o alla grande bellezza della sua arte, per concludere, purtroppo rapidamente causa limiti editoriali, alla grande cultura. E’ noto che la bellezza istighi alla bramosia del possesso, una sorte che accompagna la città partenopea ormai da troppi secoli, una sorte di malasorte che accompagna le grandi bellezze.

I figli di questa città osservano da generazioni gli scempi che si sono succeduti, spesso impotenti di fronte ai grandi poteri che si muovevano sopra di loro, a partire da quell’Unità d’Italia che fece del Sud e di Napoli una colonia da depredare.

Fu proprio la Reggia di Carditello , lo splendido complesso che fu residenza di caccia dei Borbone , ad essere ceduto dal Re Vittorio Emanuele II , per la gestione, al capo della camorra locale di quell’epoca. Nei successivi cinquant’anni ‘gli immobili e l’arredamento passarono dal demanio all’Opera Nazionale Combattenti e i 2.070 ettari della tenuta furono lottizzati e venduti. Rimasero esclusi il fabbricato centrale e i 15 ettari circostanti’ come scriveva l’architetto Gerardo Mazziotti  sul Corriere del Mezzogiorno. Al termine del secondo conflitto mondiale e l’ulteriore spoliazione da parte dei nazisti, la Reggia di Carditello entrò nel Consorzio generale di bonifica del bacino inferiore del Volturno, a sua volta assorbito dalla Regione accumulando una tale quantità di debiti con il Banco di Napoli che portarono all’ipoteca da parte della Sga (Società Gestione Attività) . Ci fu un primo tentativo di restauro, quello della parte più importante allo scopo di vendita, ma le 11 aste andate a vuoto e le successive depredazioni dei marmi, degli stucchi e quando ancora si poteva asportare, da parte dei camorristi della zona, aveva lasciato nel degrado più assoluto la Reggia. Finalmente a gennaio 2014 la Sga ha incamerato la Reggia a pagamento del debito, firmando l’8 gennaio 2014 un contratto preliminare per cedere la dimora per 11,5milioni di euro al Ministero dei Beni culturali e del Turismo , che aveva pagato il restauro vanificato dagli atti vandalici successivi. Nel 2015 è stato firmato l’accordo per la “Valorizzazione del Real Sito di Carditello” tra il Ministero, la Regione Campania, la Prefettura di Caserta e il Comune di San Tammaro: l’accordo costituisce il primo passo per la nascita della “Fondazione Istituzionale per il Real Sito di Carditello“. Il ritorno allo Stato Italiano del complesso che i Borbone definivano ‘Reale Delizia’ ha permesso l’inizio dei lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza che dovrebbero terminare il 31 marzo 2016. L’apertura straordinaria della Reggia di Carditello il 20 dicembre scorso ha visto migliaia di persone accorse per visitare il sito.

Ma la Reggia di Carditello è solo una delle migliaia di storie che si intrecciano nella storia di Napoli, quella della duecento chiese, che ha portato alla nascita del detto: ‘A Napoli ci sono più chiese che case’. Sono centinaia quelle chiuse, vandalizzate, derubate su commissione di arredi e quadri, che si uniscono a quelle poche ristrutturate e sempre chiuse. Talvolta le chiese sono poste l’una di fronte all’altra, come quelle di San Giovanni Battista delle Monache e di Santa Maria delle Grazie, al centro storico, quello che è stato dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’Umanità, che ha stanziato dei fondi per la sua salvaguardia. La Curia di Napoli ha provato a dare in comodato d’uso alcune chiese ad associazioni culturali, ma l’alto costo della spese non ne permette sicuramente il restauro. Non ultima alle razzie anche la chiesa di Sant’Antonio a Tarsia, dove andava a pregare Sant’Alfonso de Liguori, depredata di ciò che era rimasto, dopo che la chiesa era stata chiusa da quando era andato in pensione l’ultimo parroco.

Ma a Napoli la ferita più grande alla sua cultura è stata inferta dallo stillicidio della Biblioteca dei Gerolamini  aperta al pubblico nel 1586 come biblioteca pubblica, ed la più antica di Napoli e seconda in Italia dopo quella Malatestiana di Cesena . Le vicende giudiziarie che hanno visto protagonisti i suoi bibliotecari, i fratelli Piergianni e Mariarosaria Berardi che non hanno mai denunciato il furto di 1500 volumi avvenuti prima della nomina a direttore di un altro protagonista di sottrazione di volumi Marino Massimo De Caro, denunciato poi dai fratelli Berardi. Triste, anzi tristissima vicenda di mercificazione di preziosi volumi, circa 14mila, un patrimonio culturale inestimabile, il cui danno patrimoniale stimato dalla Corte dei Conti ammonterebbe a circa 20 milioni di euro. Fino ad oggi sono stati recuperati 4mila volumi, di cui l’ultimo a dicembre, il “Placentinus Guillelmus” opera del medico e chirurgo di epoca medievale Guglielmo da Saliceto, smembrato in due tomi per poterlo vendere più agevolmente. Il prezioso volume era custodito nella cassaforte, insieme ai ‘Monumenta’ una decina di volumi più antichi e costosi così denominati dai bibliotecari. Anche per la Biblioteca dei Gerolamini c’è stata una apertura straordinaria il 12 dicembre 2015, in occasione della ‘Giornata nazionale delle biblioteche’, che ha visto il pubblico in fila per ore, per poter accedere a piccoli gruppi, ad alcune sale partendo dalla Sala del Camino, per passare per la Sala C, la Sala Bellucci, fino alla Sala Vico.

La cultura a Napoli passa anche per la musica, dove la canzone classica napoletana ha un suo Archivio storico, realizzato in collaborazione con Regione Campania, Provincia di Napoli e Comune di Napoli, con lo scopo di raccogliere, documentare, riversare in digitale e mettere a disposizione il maggior numero di riproduzioni musicali del repertorio canoro partenopeo. Al momento dispone di circa 42mila brani musicali di artisti come Enrico Caruso, Fernando De Lucia, Almamegretta, 99 Posse, Gennaro Pasquariello, Gilda Mignonette, Nino Taranto, Maria Paris, Sergio Bruni, Roberto Murolo, Renato Carosone, Mario Merola, Peppino Di Capri, Pino Daniele, Nino D’Angelo, Gigi D’Alessio, Elvis Presley, Paul Mc Cartney, Dulce Pontes, Caetano Veloso, Mireille Mathieu, Charles Aznavour, Frank Sinatra, Frank Zappa, unitamente alle classifiche delle maggiori presenze nell’Archivio, le canzoni più eseguite, gli autori più interpretati, i cantanti col repertorio più vasto e conoscere i panorami più recenti della canzone napoletana o le successive trasformazioni incontrate da questa produzione artistica, proposta come realtà non statica ma in perenne divenire. Ad ottobre del 2015 l’archivio è stato trasferito presso la Rai di Milano, con viva protesta da parte dei napoletani e da quanti come Federico Vacalebre ne hanno curato i contenuti.

Abbiamo posto qualche domanda a riguardo, al giornalista e critico musicale de Il Mattino Federico Vacalebre, nonché curatore dell’Archivio Sonoro della canzone classica napoletana.

Per quanto riguarda l’Archivio sonoro della canzone napoletana, lei ha scritto che: ‘ a Napoli la sua consultazione era impedita ai visitatori, mentre a Milano nella mediateca di Brera si poteva studiare sui testi dei famosi autori’. Sembra la storia che a Napoli non sappiamo apprezzare le cose che abbiamo o che non riusciamo a sfruttarle nel modo giusto. Può dirci qualcosa in proposito e soprattutto gli ultimi aggiornamenti circa la diatriba che è scaturita?

Siamo ancora zero a zero, palla al centro. A Napoli da un bel po’ non c’è più una postazione consultabile, a Milano c’è. E’ un puro caso perché l’abbiamo portata a Milano e in qualche modo rifatta funzionare. A Napoli si spera che le Istituzioni che tanto promettono e poco mantengono si decidano, ma non solo per l’Archivio Storico della canzone napoletana, a comprendere che la canzone napoletana quella classica e quella moderna, da Caruso a Carosone, a Pino Daniele, a Clementino ed a quello che verrà domani, è un patrimonio vivente, lo cercano i turisti, lo cercano i napoletani, e noi non riusciamo a darglielo, perché non solo le Istituzioni ma anche tutta la presunta società in-civile, preferiscono spendere in peperoni imbottiti, in sagre della melanzana, e in finta cultura da strapazzo, piuttosto che dire ‘Cosa possiamo consegnare, come possiamo presentarci al mondo oltre al Pio Monte della Misericordia, oltre al Golfo, al Duomo di San Gennaro, il Lungomare?‘, forse i turisti ed i cittadini napoletani insieme alla pizza preferirebbero anche Paisiello.

Lei ha detto:’ Nessuno si impegna a portare avanti la battaglia perché l’Unesco includa Canta Napoli nella lista dei beni culturali dell’umanità’. Chi dovrebbe presentare la proposta: Il ministero dei beni culturali? Perché ad oggi nessuno lo ha fatto?

Ci abbiamo provato, da un lato è un po’ tortuosa la strada, da un altro lato credo che sia un po’ più largo il problema. A Napoli c’è il Museo della Plastica, l’ha fatto un privato, c’è il Museo del Radar, dopodichè non c’è il Museo della Canzone Napoletana, non c’è il Museo di Totò, non c’è il Museo di Caruso.

In questo gli americani sono molto più attenti, con meno storia alle spalle, hanno tantissimi musei.

Gli americani non sono solo Istituzioni, sono anche privati. A Napoli si preferisce non fare. Credo che questo sia un paese per vecchi, anche perché non ha senso non lasciare spazio a quello che è giovane, e la canzone napoletana è più giovane di qualsiasi altra cosa.

 

 

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