mercoledì, Giugno 16

Nagorno-Karabakh pronto alla ribalta internazionale Francesco Trupia: 'Un conflitto per nulla locale in attesa della sua scintilla'

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La regione del Nagorno-Karabakh è una scintilla pronta a diventare fuoco vivo appena le condizioni lo renderanno possibile. Non sono molte le voci che arrivano da quella parte di mondo, eppure la storia avvincente che si snoda a cavallo tra guerra fredda e modernità suscita in qualcuno ancora un grande interesse. Tra i pochi testimoni occidentali, in quella terra c’è  un giovane ricercatore italiano, Francesco Trupia, che ci racconta cosa succede e cosa potrebbe succedere in futuro nel Nagorno-Karabakh (NKR). Dopo essersi laureato in Politica e Relazioni internazionale all’Università di Catania, Trupia ha lavorato nei Balcani, precisamente in Bulgaria, in progetti di cooperazione con minoranze etniche, religiose e (in senso lato) anche politiche, anche tra Serbia, Romania e Turchia. Maturando interesse per i processi di democratizzazione nello spazio post-Sovietico, ha deciso di andare a lavorare presso il Caucasus Research Resource Centre di Yerevan, e, come laureando, presso l’Università St. Klimenth Ohridiski di Sofia. Fin dal nuovo inizio del conflitto nel Nagorno-Karabakh ha seguito lo scenario per Alpha-Institute of Geopolitics and Intelligence, in cui è ricercatore. “I giorni precedenti il 2 Aprile mi trovavo vicino la zona occupata, ma in territorio armeno, per motivi legati alla mia ricerca. Per altrettanti, questa volta legati all’Istituto e all’Ambasciata italiana, che non ha giurisdizione nel Nagorno-Karabakh, non sono riuscito a oltrepassare il confine, nonostante sia controllato dalle autorità armene. Solo i pochi giornalisti accreditati hanno raggiunto Stepanakert e le varie zone del Karabakh. Ciononostante, sto mantenendo dei contatti presso gli uffici di Stepanakert, sperando di raggiungere la zona verso metà Maggio per riportare lo scenario post-conflitto“, ci racconta.

 

Partiamo dalle ragioni storiche della diatriba tra Armenia ed Azerbaijan?

Le ragioni della diatriba tra Armenia e Azerbaijan non sono ascrivibili solo al conflitto nel Nagorno-Karabakh dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. D’altra parte, però, è pur vero che una ricostruzione storica della diatriba è assai complicata, poiché proprio la storia è stata negli anni manipolata da entrambi i Paesi e connessa a valori etnici e identitari di due popoli, e una regione, quella del Caucaso, crocevia geografico e politico di dinastie e dominazioni cristiane e islamiche. L’idea di Armenia per il proprio popolo ha una connotazione di ‘Patria’ piuttosto che dell’attuale entità Statale, con riferimenti risalenti fino al IV secolo d.C. quando il Karabakh rappresentava una regione della prima ‘Nazione cristiana’. L’Azerbaijan, invece, definisce la regione come un enclave forzatamente ‘armenizzata’ dalla Chiesa Apostolica di Armenia lungo i secoli, ma etnicamente ‘turksoy’ (turcofona), quindi ‘giustamente’ annessa alla Repubblica Socialista di Azerbaijan dall’Urss, e mantenuta tale anche dopo la caduta del regime sovietico. L’annessione del Karabakh all’interno dell’Amministrazione azera, nonostante Mosca conoscesse la demografia della regione, trasformò la maggioranza armena in minoranza in Azerbaijan. Una strategia, quella sovietica, volta a creare un ‘clima di instabilità’ tra le due ex Repubbliche sovietiche, in cui poter giocare un ruolo di pivot e amministrare il proprio potere centrale, mantenendone il controllo. La dissoluzione dell’Unione Sovietica condusse l’occupazione militare armena del territorio, con conseguente proclamazione unilaterale della de facto Repubblica del Nagorno-Karabakh nel 1991. Da allora instabilità e insicurezza hanno reso l’Armenia un ‘landlocked’, con Turchia e Azerbaijan a occidente e oriente, soli pochi chilometri di confine iraniano a sud e quelli georgiani a nord.

Una risoluzione del conflitto condurrebbe per forza la perdita del Karabakh per una delle due parti oggi contrapposte, anche qualora venisse riconosciuta la Repubblica di Stepanakert, che neanche Erevan riconosce. Per l’Armenia sarebbe una sconfitta valoriale prima che politica, dopo le rivendicazioni dei territori sottratti ‘ingiustamente’: non solo quelli dei confini occidentali, confinanti con la Turchia e delimitati dal monte Ararat, tutt’oggi chiusi, ma anche quelli dell’enclave del Nakhichevan, e appunto del Nagorno-Karabakh. Per l’Azerbaijan la dissoluzione dei propri confini nazionali, nonché una cocente sconfitta contro il nemico regionale. Ovviamente l’interesse russo non è da sottovalutare, poiché pienamente geopolitico. Durante l’Amministrazione comunista i rapporti tra i due popoli venivano moderati da Mosca, ma la dissoluzione dell’Unione Sovietica condusse la Russia a rintanarsi nelle proprie ‘faccende domestiche’ e lasciare l’inizio del conflitto nelle mani della comunità internazionale. L’ascesa della leadership di Vladimir Putin, che in quanto ex membro del KGB conosce molto bene le dinamiche nel Caucaso, anche per le guerre in Cecenia, ha ridato alla Federazione Russa una nuova dinamicità nella regione. Nonostante gli errori storici, piuttosto evidenti, oggi Mosca sembra essere uno degli attori più importanti nella difficile risoluzione del conflitto. L’ultimo ‘cessate il fuoco’, quello del 5 Aprile, è stato firmato davanti la presenza di Putin. Questo dovrebbe già far capire lo scenario e gli interessi russi sul Nagorno-Karabakh.

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