mercoledì, Giugno 23

Nagorno, elezioni e tensioni nello Stato che non c'è Unanime la comunità internazionale nel definire 'illegittime' le elezioni amministrative del 13 settembre

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Oggi è il piccolo Stato non riconosciuto è la polveriera d’Europa, dove a crescere, oltre al numero dei caduti, sono anche le spese militari. Secondo le stime dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), se nel 2000 il bilancio destinato al capitolo Difesa ammontava ad appena 68 milioni di dollari per l’Armenia e 120 milioni per l’Azerbaijan, nel 2013 la spesa è passata rispettivamente a 427 milioni (+528%) e addirittura a 3 miliardi e 440 milioni (+2800%). Secondo la Banca Mondiale, il Pil dell’Armenia nel 2013 è stato pari a 2,977 milioni: in altri termini, la spesa militare dell’Azerbaigian supera di gran lunga l’intera ricchezza nazionale della rivale Yerevan.

Un esborso che accresce i timori di una nuova, possibile offensiva di Baku nel tentativo di riprendere il controllo della regione. I media azeri gettano benzina sul fuoco con messaggi minatori nei confronti dei vicini armeni, e anche il presidente dell’Azerbaigian, llham Aliyev, ha più volte dato il suo ‘contributo’ su Twitter con messaggi dai toni sempre più minacciosi, salvo poi precisare che «è l’Armenia a non volere la pace».

La vicenda influenza i rapporti economici dell’intera regione con i Paesi confinanti e l’Europa. A sostegno dell’Azerbaigian, oltre al diritto internazionale, c’è l’opportunità di mantenere buoni rapporti con un Paese in fortissima crescita e posizionato in una zona cruciale per lo snodo di gasdotti e oleodotti. Ma a essere impegnate in un ruolo attivo sono innanzitutto le due maggiori potenze del Caucaso, ossia Turchia e Russia, rispettivamente schierate l’una con il governo azero e l’altra con quello armeno. Tra le conseguenze più eclatanti della questione del Nagorno ci sono appunto i rapporti tra Ankara e la vicina Yerevan, sempre più ai minimi termini nel centenario del Medz Yeghern, il genocidio armeno perpetrato dai turchi tra il 1915 e il 1916; ma è soprattutto sulla postura di Mosca che si sta ultimamente concentrando l’attenzione degli osservatori.

Negli ultimi tempi la Russia ha rafforzato di molto il suo controllo sulla regione del Caucaso meridionale, tanto che alcuni analisti cominciano a vedere molte analogie con la crisi in Ucraina. Ad esempio, nella primavera dello scorso anno, il Governo armeno ha rinunciato alla firma di un Accordo di associazione con l’Unione Europea – proprio come fece l’ex Presidente ucraino filo-russo Viktor Yanukovych, dando origine alle proteste di piazza poi degenerate in una vera e propria guerra civile – preferendo unirsi unirsi a un accordo simile proposto proprio dalla Russia.

Un altro episodio di rilievo è avvenuto pochi mesi dopo, tra luglio e agosto, nei giorni in cui il Presidente russo Vladimir Putin aveva fissato un incontro a Sochi, sul Mar Nero, per presentare ai suoi omologhi di Armenia e Azerbaijan un piano di ‘peacekeeping’ sostenuto dalle forze russe per mantenere la pace nei territori contesi. Proprio il 31 luglio gli armeni – che avevano accettato di partecipare all’incontro di Sochi – avevano attaccato a sorpresa e in tre diversi posti il territorio azero, peraltro in un momento in cui il presidente azero Ilham Aliyev e il suo Ministro della Difesa si trovavano fuori dal Paese, e prima che il Governo di Baku accettasse di presenziare alla riunione organizzata da Putin. Un fatto interpretato da molti analisti come una sorta di ‘avvertimento’ di Mosca ai vicini azeri.

In un siffatto contesto risalta la mancanza di reazioni da parte di Europa e Stati Uniti. Con il loro silenzio, le cancellerie euroatlantiche hanno indirettamente legittimato la Russia nel suo autoconferito ruolo di mediatore tra le parti, in stridente contrasto con i palesi attentati all’integrità territoriale dell’Ucraina di cui Mosca si era resa protagonista in quelle stesse settimane. In pratica l’Occidente non rimprovera l’Armenia per l’occupazione di una porzione di suolo azero (mentre punisce con sanzioni la Russia per l’annessione della Crimea), ma nello stesso tempo non sostiene le pretese dell’Azerbaigian in sede internazionale, non riconosce le recenti elezioni amministrative nel Nagono Karabakh, e non si sforza nemmeno di cercare una possibile conciliazione, lasciando il ruolo di paciere a quella stessa Russia che da un anno soffia sul fuoco della guerra civile ucraina.

Come già in altre occasioni, quando si tratta di decidere come e dove intervenire politicamente, i diversi Stati occidentali – e i Paesi membri dell’UE in particolare – entrano in contraddizione tra loro finendo per non fare nulla, e lasciando così i dossier più intricati in balìa degli eventi – o nelle mani di altri attori più efficienti. Il risultato è quello di mantenere l’attuale stallo, che vede il Nagorno Karabakh sempre difeso dall’Armenia, conteso dall’Azerbaigian e dimenticato dal resto del mondo, mentre a progredire c’è solo il numero delle vittime di un conflitto in teoria concluso vent’anni fa

 

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