domenica, Luglio 25

Nafta, come cambia il patto con Trump

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Verso metà agosto inizieranno le trattative fra Stati Uniti, Canada e Messico per rivedere e modificare il North American Free Trade Agreement, o Nafta, il Trattato di libero scambio nordamericano in vigore dal 1994. Pensato come estensione del precedente accordo fra Usa e Canada, il Nafta ha avuto e ha tutt’oggi il compito di regolare il commercio fra i tre Paesi americani con lo scopo di eliminare le barriere commerciali e tutelare il libero mercato e la leale concorrenza.

Il progetto di una sua rivisitazione ha assunto forma definitiva con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, che già in campagna elettorale si era scagliato contro l’accordo, colpevole, a suo dire, di non tutelare adeguatamente gli interessi degli Stati Uniti ed essere troppo morbido sulle massicce importazioni di merce dal Messico, che determinano un eccessivo sbilancio commerciale ed un danno all’economia statunitense.

Se in origine l’intenzione era quella di abolire completamente l’accordo, in seguito il tycoon ha preferito ricorrere al compromesso di una rinegoziazione. Nel nuovo scenario proposto, le intenzioni erano quelle di alzare le barriere tariffarie col Messico fino al 35 %, favorire gli investimenti su territorio Usa ed evitare una delocalizzazione dell’industria verso il Paese vicino.

La volatile politica di Trump ha poi cambiato nuovamente direzione, quando, a marzo, è stata pubblicata una bozza di documento con le linee guida del nuovo Nafta, in cui non hanno trovato spazio quei cambiamenti che erano stati annunciati. Al punto che le reazioni di Canada e Messico sono state di sommaria indifferenza per i primi e quasi di sollievo per i secondi, che guardavano al documento preoccupati per l’eventuale chiusura delle frontiere di un partner commerciale vitale come sono, per loro, gli Stati Uniti.

Per capire come potrà cambiare ora il Nafta a seguito dell’incontro fra i delegati dei Paesi partner, abbiamo chiesto il parere di Francesco Rocchetti, ricercatore all’Istituto di Studi di Politica Internazionale, e cercato di sapere cosa ci dovremo aspettare da una rinegoziazione del Nafta, quali sono gli obiettivi dei Paesi coinvolti e come potranno cambiare le regole del gioco.

Quali sono gli obiettivi dell’amministrazione Trump per il nuovo Nafta?

Dal punto di vista di Trump, lui ha giocato molto nella sua campagna elettorale sulla riduzione del trade deficit [situazione commerciale in cui le importazioni di un Paese superano le sue esportazioni, ndr]. Gli Usa hanno una bilancia commerciale negativa, per cui l’obiettivo iniziale di Trump era ridurre questo deficit con i Paesi partner. Se la guardiamo da un punto di vista formale, in realtà gli Stati Uniti hanno un deficit solamente con il Messico, non col Canada. L’anno scorso, ad esempio, il deficit commerciale degli Usa nei confronti del Messico si è aggirato sui 63 miliardi di dollari, una cifra simile al deficit che gli Stati Uniti hanno con altri Paesi come Giappone e Germania. Dal punto di vista economico, però, se si vogliono ridurre le importazioni per assottigliare il deficit, quei prodotti che gli Stati Uniti non prenderanno più dal Messico dovranno reperirli da altre parti, e questo farà aumentare lo stesso deficit non più con il Messico, ma con altri Paesi. Ridurre il deficit col Messico non equivale quindi a ridurre il deficit in totale. Inoltre, il Messico ha fatto sapere che, qualora ci fosse un’iniziativa americana in questo senso, metterebbe in atto delle contromosse. In questo caso, il settore che più verrebbe colpito sarebbe quello agricolo, da cui gli Stati Uniti dipendono maggiormente.

Il solo obiettivo di ridurre il deficit commerciale non è quindi perseguibile?

È molto poco strategico e poco sensato voler ridurre il deficit trade con gli altri Paesi del Nafta, sapendo che gli stessi Paesi registrano cifre ben maggiori di quelle degli Stati Uniti. Inoltre, un accordo commerciale dovrebbe avere l’obiettivo di rilanciare il commercio, non di limitarlo. Da questo punto di vista, un progetto del genere va in direzione completamente opposta.

Quali sono gli elementi positivi di una possibile rinegoziazione?

La rinegoziazione del Nafta potrebbe essere positiva per gli Stati Uniti. Bisogna che si ragioni fuori dalla logica a somma zero della politica di Trump. Stiamo comunque parlando di un accordo vecchio di 24 anni, che ha bisogno di un aggiornamento, come per quel che riguarda l’ecommerce. La catena globale del valore è molto più complessa rispetto a quella che esisteva prima, dev’essere inclusa nel Nafta, e va tenuto conto che la produzione manifatturiera non è più relativa ad un solo Paese, ma oggi riguarda tutti i membri dell’accordo. Dei punti molto interessanti, se venissero affrontati, sarebbero quelli relativi agli standard sui diritti dei lavoratori, alle politiche di tipo ambientale, ai temi del cambiamento climatico e delle risorse energetiche.

Viste le premesse, è pronosticabile che i tre Paesi trovino un accordo verso un modello migliore di quello attuale?

Penso che nessun partner si siederà al tavolo pensando ad un peggioramento dell’accordo. Sarà interessante capire fino a che punto gli Usa sono interessati alle proprie questioni nazionali e quanto invece gli interessa incrementare la propria economia a livello globale. Il rischio forte, nel caso le negoziazioni inizieranno con le premesse che conosciamo, sarà quello di assistere ad una fase di stallo che non avvantaggerà nessuno, e in particolar modo le imprese, che a quel punto vedrebbero nel mercato dei Paesi del Nafta una grossa incognita.

Come si schierano economisti ed entourage di Trump sull’argomento?

Il Segretario del Commercio americano Wilbur Ross, una persona di grande esperienza, ha detto che il principale problema è che il Nafta, così come è ora, non è in alcun modo attuale e non affronta i temi e le problematiche che stanno affrontando le economie dei Paesi. Se il punto di partenza è questo, ovvero modernizzare il Nafta e portarlo ai giorni nostri, allora il discorso si fa interessante. Se le tematiche affrontate saranno le regolamentazioni delle imprese dell’ecommerce, le nuove tecnologie e l’attuale catena mondiale di valore, questi argomenti interesseranno tutti. Se invece l’obiettivo sarà solamente cercare di ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti, è ovvio che gli altri Paesi non potranno convergere su alcun punto del programma. Ribadendo il fatto, come si diceva prima, di avere loro stessi un deficit commerciale molto più alto di quello americano.

Su che binari si muoveranno Canada e Messico?

Il Canada è interessato ad aumentare la profondità delle sue relazioni commerciali con i Paesi partner, nell’ottica di incrementare il mercato del lavoro. Da un punto di vista commerciale, la rinegoziazione del Nafta è un’opportunità per tutti. Il Messico, essendo il partner più debole, potrà avere un consistente vantaggio se, nel giro di due anni, si troverà inserito in un patto commerciale tra i più avanzati al mondo, grazie alla regolazione dei nuovi mercati. In entrambi i casi, sia Messico che Canada si muoveranno verso un aggiornamento del patto che possa includere tutte le nuove forme di scambio commerciale.

C’è la possibilità che vengano affrontati temi come quello dei diritti umani?

Difficile che il Messico consideri una maggiore tutela dei diritti umani come un tema prioritario. Mi sembra perciò poco credibile che si possa sedere al tavolo ed insistere nell’aprire porte praticamente già chiuse. Una priorità maggiore potrebbe essere invece quella del cambiamento climatico, ma rimane tutto un punto di domanda. L’unico aspetto effettivo su cui i Paesi del Nafta potranno trovare un accordo sarà quello di un upgrade per includere le nuove forme commerciali nel patto.

 

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