sabato, Settembre 18

Myanmar: quell’Esercito giada e oppio, assassino non imbattibile Lo chiamano Tatmadaw, è la casta militare che ha governato il Paese negli ultimi 70 anni, una storia che affonda le radici nella storia dell'indipendenza del Paese. Oggi l'Esercito il cui mandato è reprimere potrebbe essere a rischio

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Poche ore fa l’Ambasciatore del Myanmar a Londra, Kyaw Zwar Minn, ha denunciato di essere stato chiuso fuori dalla sua residenza. Un gruppo di uomini dell’Esercito del Myanmar suoi collaboratori e fedeli ai militari che nel Paese hanno preso il potere, la notte scorsa avrebbero preso il controllo dell’Ambasciata. L’Ambasciatore nei giorni scorsi aveva preso le distanze dal colpo di Stato militare del 1° febbraio e aveva chiesto la liberazione della leader Aung San Suu Kyi.
Questo mentre nel Paese proseguono le proteste e l’Esercito avrebbe già fatto 598 morti e 2.847 arresti (secondo la ‘
contabilità’ di AAPP aggiornata al 7 aprile) nel tentativo di contenere la ribellione della popolazione.

Un esercito che è il grande protagonista di quanto sta accadendo nel Paese, non soltanto perchè autore del golpe, ma anche e soprattutto perchè questa spietata casta militare che ha governato il Paese negli ultimi 70 anni, Tatmadaw (così è chiamato l’esercito birmano), oggi annaspa, messo spalle al muro dalla popolazione birmana che ha deciso di non abbassare più la testa. A febbraio nessuno avrebbe osato prevedere che i militari del Myanmar non sarebbero stati in grado di reprimere una rivolta popolare, sottolineano diversi osservatori locali, tra i quali Tom Fawthrop, di ‘The Diplomat’. Loro stessi non lo avevano messo in conto. Qualcosa di autenticamente inaspettato sta succedendo in quel Paese. «Le proteste sono contrassegnate dalla loro dimensione e dalla diversità. È davvero sorprendente vedere persone di diverse etnie, fedi e occupazioni da tutto il mondo in Myanmar che si uniscono in un unico scopo: abbattere la dittatura», ha scritto Khin Zaw Win per ‘openDemocracy, definendo il movimento popolare una ‘rivoluzione in divenire‘.
Ashley South, dell’Università di Chiang Mai, ha detto a ‘
The Diplomat‘ che, nonostante la repressione, «è impossibile per la giunta normalizzare questo colpo di Stato. Le scuole hanno chiuso. È sorprendente che le uniche scuole funzionanti in Myanmar oggi siano nelle zone liberate di eserciti etnici come la KNU [Karen National Union] e parti degli Stati Kachin, Mon e Shan».

C’è allora da conoscere un po’ meglio Tatmadaw, questo ‘elefante’ che ha l’aria di essere di malato e a rischio di soccombere alla rivoluzione che le rivolte stanno tessendo.

Il Myanmar, spiega Tharaphi Than, docente presso il Dipartimento di culture e lingue del mondo all’Università dell’Illinois settentrionale, esperta in storia politica e sociale birmana, «spende il doppio per la difesa rispetto quanto spende per l’istruzione e la salute insieme. Con mezzo milione di soldati, almeno sulla carta, il Myanmar ha il 38 ° esercito più forte del mondo, secondo Global Fire Power, che classifica 140 Nazioni in base alla loro capacità di fare la guerra».
Le forze armate hanno recentemente celebrato il loro 76 ° anniversario nella capitale, Naypyidaw.Solo Russia, Cina, Thailandia e una manciata di altri Paesi asiatici», India, Pakistan e Bangladesh, Laos, Thailandia e Vietnam, «hanno inviato rappresentanti per partecipare alla parata del 27 marzo 2021, che mostrava le moderne macchine da guerra del Myanmar, per lo più importate dalla Russia e dalla Cina nell’ultimo decennio, per un importo di 2,4 miliardi di dollari».

Oggi l’Esercito è una forza che uccide la sua popolazione, ma l’Esercito del Myanmar, spiega Than, «non è sempre stato una forza repressiva.Iniziò come una stimata forza di liberazione fondata per porre fine al dominio coloniale. Il primo esercito nazionale della Birmania è uscito dalla seconda guerra mondiale e dalla ricerca dell’indipendenza».

Guidato da un gruppo chiamato ’30 comrade’ che ha ricevuto addestramento militare dai giapponesi,The Burma Independence Army», Esercito per l’indipendenza della Birmania «si è alleato con il Giappone per combattere gli inglesi. Ogni giorno le persone vendevano il loro oro per sostenere questa forza rivoluzionaria. L’Esercito per l’indipendenza della Birmania costrinse gli inglesi a ritirarsi nel 1941. I giapponesi occuparono allora la Birmania, combattendo la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e altre forze alleate da questa posizione strategica nel sud-est asiatico.
Ben presto, però,
l’Esercito birmano volle che anche il Giappone uscisse dalla Birmania. Migliaia di membri di minoranze etniche e religiose provenienti dalle zone rurali di confine si sono arruolati nell’Esercito. Storicamente, questi gruppi minoritari avevano mantenuto le distanze dalla maggioranza buddista del Paese, chiamata Bamar, e l’uno dall’altro. Gli inglesi avevano mantenuto e rafforzato queste divisioni etniche come tattica per mantenere il loro dominio coloniale. Ma durante il movimento di resistenza degli anni Quaranta contro i giapponesi, tutti erano uniti dietro l’Esercito birmano, comprese le donne».

«I giapponesi si arresero alle forze alleate nel 1945 e si ritirarono da tutti i territori occupati, compresa la Birmania. Ciò ha riportato la Birmania nelle mani degli inglesi, con la promessa di piena sovranità.

Prima che gli inglesi concedessero l’indipendenza alla Birmania, tuttavia, chiesero che la leadership di Bamar del Paese dimostrasse che anche i suoi numerosi gruppi minoritari volevano l’indipendenza come una Nazione. Il leader rivoluzionario dell’esercito birmano Aung San ha convocato un vertice nella città di Panglong con i leader di vari gruppi etnici per negoziare le basi di una Birmania unificata e indipendente.
Ai
Karen, una popolazione per lo più cristiana del sud-est del Paese, era stato precedentemente promesso l’aiuto britannico per stabilire il proprio Stato libero. I leader Karen si rifiutarono di aderireall’accordo di Panlong del 1947.
La
Birmania divenne indipendente nel 1948.L’anno successivo, le truppe d’élite Karen organizzarono una rivolta armata contro il nuovo governo nazionale.
Da allora, l’Esercito del Myanmar, chiamato
Tatmadaw, è essenzialmente esistito esclusivamente per combattere le minoranze del Myanmar». Da questo momento inizia essere una forza vocata alla repressione.

«Per circa un decennio dopo l’indipendenza, la Birmania ha avuto un governo democratico. Ma l’Esercito era più potente. Tra il 1962 e il 2010, la Birmania è stata una dittatura militare. Il governo militare resistette a sollevazioni occasionali, elezioni spettacolari e diversi colpi di Stato in cui un gruppo di generali ne rovesciò un altro». In questa fase l’Esercito impara a fare affari, ovvero a procurarsi l’autonomia e il potere finanziario.

«La guerra civile è costosa, quindi il Myanmar ha sviluppato un’economia di guerra. In un primo momento, ha finanziato le sue battaglie con esportazioni di riso e prestiti dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica. Nel tempo, l’Esercito birmano si è trincerato nel sistema economico globale.

Nel 1962, il regime della giunta militare istituì Burma Trade Limited, nel centro di Londra come suo intermediario internazionale ‘legittimo’. I militari inoltre estraevano e vendevano giada, soprattutto nelle aree che ospitavano minoranze etniche represse e che traevano profitto da un vivace commercio di oppio.

Questa economia controllata dai militari ha arricchito i generali birmani, ma il denaro non si è tradotto in crescita economica nazionale. Nel 1987, le Nazioni Unite hanno classificato la Birmania tra i ‘Paesi meno sviluppati del mondo. Il nome della Birmania è stato cambiato in Myanmar nel 1989».

«Oggi l’economia del Myanmar è quasi interamente controllata dai militari, dalle telecomunicazioni alla droga. Le vaste reti di affari dei militari -che alcuni gruppi per i diritti umani chiamano ‘cartellihanno protetto i generali dai tentativi di democratizzazione.

Nel 2008, ad esempio, l’Esercito del Myanmar ha approvato una nuova Costituzione che concede ufficialmente il 75% dei seggi in Parlamento ai politici civili e ne riserva il 25% ai rappresentanti dell’Esercito.
L’Esercito ha continuato in gran parte a governare la Nazione. Ciò includeva la repressione inesorabile dei gruppi minoritari, compresi i Karen -che hanno mantenuto la loro insurrezione per sette decenni– e i musulmani Rohingya».

Le elezioni del 2015 avrebbero dovuto segnare una svolta in questo sistema quasi democratico. «Aung San Suu Kyi, figlia della rivoluzionaria Aung San e leader di una precedente rivolta democratica, e la sua National League for Democracy hanno vinto in maniera schiacciante.

Suu Kyi è stata criticata per non aver tenuto testa ai militari, in particolare nei confronti dei Rohingya. Anche così, è stata deposta nel colpo di stato del febbraio 2021 e ora è detenuta in un luogo sconosciuto. Alcuni dissidenti stanno fuggendo nel territorio dei Karen e in altre aree etniche controllate dai ribelli per sfuggire ai militari».
Il giorno del colpo di Stato, la maggior parte dei leader di alto livello della National League for Democracy (NLD) sono stati arrestati, ma un certo numero di membri del parlamento è fuggito dalla capitale, Naypyidaw, e ha istituito un Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw (CRPH) -Comitato anti-colpo di stato che rappresenta Pyidaungsu Hluttaw, come è noto, il parlamento del Myanmar. Il Comitato afferma di essere il governo legittimo in quanto rappresentante del governo della NLD che è stato rieletto in maniera schiacciante nelle elezioni del 2020. Migliaia di persone hanno lasciato le città e si sono dirette verso Stati etnici. Il CRPH si è unito a migliaia di attivisti urbani nella fuga dai raid militari nelle aree urbane in missione per sviluppare un governo clandestino parallelo, ora in fase di costituzione sotto la protezione dei movimenti dei popoli etnici.

«Con l’aumentare del bilancio delle vittime in Myanmar, cresce la pressione internazionale affinché i Paesi impongano sanzioni più severe alla giunta e le aziende cessino il commercio. La birra giapponese Kirin e un’azienda tedesca che fornisce la menta del Myanmar sono tra quelle che hanno tagliato i legami con il Myanmar». Rari casi.
Per contro,
i militari, guidati dal generale Min Aung Hlaing, già a marzo avevano organizzato la pressione sul governo che potrebbe incidere sulla svolta, gli Stati Uniti. Consapevoli che se vengono soffocati i loro finanziamenti i manifestanti sarebbero ancora più facilitati, che pochi Paesi hanno finora formalmente riconosciuto il nuovo regime di Naypyidaw, i militari si stanno muovendo presso i grandi decisori politico-diplomatici. Ma soprattutto la giunta militare è consapevole di essere finita in un pantano post-golpe, isolata da gran parte della comunità internazionale, e che nei prossimi mesi ci potrebbe essere una importante battaglia di lobbying internazionale, per tanto ha messo in moto uomini e fondi per incidere sul Congresso e sul governo americano.
Foreign Lobby Reportha reso noto che un lobbista della giunta militare del Myanmar, l’ex ufficiale dell’intelligence israeliana Ari Ben-Menashe, ha formalmente registrato il suo accordo da 2 milioni di dollari con il Ministro della Difesa del Myanmar, Mya Tun Oo.
L’attuale ambasciatore del Myanmar presso le Nazioni Unite, Kyaw Moe Tun, ha
criticato il regime in patria, esortando le Nazioni Unite a usare «ogni mezzo necessario per ribaltare il colpo di stato militare». E così hanno fatto altri diplomatici birmani all’estero. La posizione USA all’ONU sarà molto importante per il riconoscimento o meno dell’ONU della giunta militare. Ci sono precedenti e motivazioni molto forti che potrebbero far decidere per il non riconoscimento del governo della giunta militare, come ben spiegaThe Diplomatic‘.

Il lavoro di lobby deve essere svolto dalla società Dickens & Madson con sede a Montreal, di Ben-Menashe, secondo il contratto pubblicato, e prevede la presentazione del regime militare come un baluardo contro l’influenza cinese nella regione e il lavoro con i Paesi arabi del Golfo per rimpatriare i Rohingya musulmani, quasi un milione dei quali sono fuggiti alla persecuzione da parte delle forze armate del Myanmar.
Negli Stati Uniti, Dickens & Madson, si legge nel contratto, «fornirà consigli e consulenze» al Myanmar e lavorerà sui «rami esecutivi e / o legislativi del governo degli Stati Uniti per la ricerca di sostegno e aiuto umanitario a beneficio dei cittadini della Repubblica dell’Unione del Myanmar», altresì
si adopererà «per la rimozione o la modifica delle attuali sanzioni». Inoltre, sono previsti «servizi di media e pubbliche relazioni per promuovere gli obiettivi e le attività del Paese». L’attività prevista si estenderà poi, dagli Stati Uniti verso altri Paesi, l’accordo infatti menziona le pressioni sui governi dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, di Israele e della Russia oltre agli Stati Uniti.

Se, come ora prevedono molti osservatori, le rivolte proseguiranno e addirittura si dovessero risolvere in una vera e propria rivoluzione, se i cambiamenti in atto in Myanmar fossero radicali come appaiono, e Cina e Russia decidessero di non sporcarsi le mani nella difesa degli indifendibili militari, potrebbe essere la fine del Tatmadaw.

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