martedì, Dicembre 7

Myanmar: persecuzione dei Rohingya field_506ffb1d3dbe2

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Bangkok – In una conferenza stampa tenutasi a Bangkok il 25 febbraio, l’Ong Fortify Rights ha presentato un report con le prove della responsabilità del Governo del Myanmar (ex Birmania) nella persecuzione dei musulmani di etnia rohingya. Nel report, basato su fonti ufficiali ed interviste a sfollati e rifugiati, si legge che i rohingya rinchiusi nei campi sfollati sono privati dei loro diritti fondamentali: è necessario un permesso speciale per sposarsi, non possono avere più di due figli, non hanno nessuna fonte di reddito e non possono lasciare il Paese.

Il Governo di Napyidaw ha rigettato il report con un’intervista rilasciata al quotidiano birmano ‘Myanmar Times’ dal portavoce presidenziale Ye Htut. Rifiutandosi di commentare nel merito le «accuse infondate», il portavoce ha cercato di screditare Fortify Rights, una organizzazione per i diritti umani registrata in Svizzera e negli Stati Uniti, definendola un «gruppo di pressione bengalese».

Il Myanmar vanta 135 gruppi etnici ed ha una lunga storia di conflitti tribali e religiosi. L’ex colonia britannica è stata retta da una dittatura militare dal 1962 al 2010, quando la giunta ha concesso le elezioni (parzialmente) libere che hanno portato ad un Governo nominalmente civile. L’allentamento del controllo militare, che la comunità internazionale ha premiato con la revoca delle sanzioni economiche, è stato però seguito da sanguinose violenze etnico-religiose, mentre la libertà di stampa e la diffusione di internet hanno dato voce a tensioni ataviche precedentemente sedate dal pugno di ferro del regime militare.

Odio e violenze etniche rischiano di diventare un serio elemento di disturbo nel processo di democratizzazione del Paese asiatico. La deriva ultra-nazionalista del buddismo birmano rischia di fomentare l’odio della maggioranza buddista bamar verso le molteplici minoranze etniche e religiose. Al contempo, in un Paese dove diverse minoranze -dagli Shan ai Karen– continuano ad infiammare le regioni di confine in un’infinita guerra civile, la connivenza di Polizia ed Esercito con i responsabili dei pogrom anti-musulmani rischia di aumentare la sfiducia delle minoranze verso il Governo centrale controllato dai bamar (o birmani), l’etnia dei due terzi della popolazione del Myanmar.

Vista l’importanza dall’ex colonia britannica nello scacchiere geopolitico mondiale, l’Occidente deve seguirne con attenzione le contraddizioni del processo di democratizzazione in corso. Il Myanmar si trova in una posizione geopolitica unica per controllare gli accessi terrestri verso l’India e l’accesso della Cina all’Oceano Indiano, e da lì al Mar Arabico e quindi al petrolio mediorientale. Cina e Myanmar stanno anche realizzando una serie di gasdotti e oleodotti per trasportare gas e petrolio dai giacimenti nelle acque del Golfo del Bengala alla Provincia cinese dello Yunnan. Nella partita tra India e Cina, l’ex Birmania è considerata il crocevia verso l’Asia sud-orientale, un mercato emergente forte di 500 milioni di consumatori. In questo quadro strategico, fino ad oggi la priorità dell’Occidente sembra essere stata quella di sostenere le fazioni riformiste all’interno del Paese allo scopo di ‘liberare’ la regione dalla sfera di influenza cinese, anche a costo di chiudere più di un occhio di fronte al trattamento delle minoranze etniche. Ma il dramma dei rohingya e l’apparente incapacità di Napyidaw di trovare un accordo con i gruppi etnici armati potrebbe far degenerare ulteriormente la situazione in una escalation di violenza che rischia di uccidere nella culla la democrazia birmana e le speranze di pace nell’intera regione.

 

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