giovedì, Settembre 23

Myanmar, la nuova sfida di Aung San Suu Kyi

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L’8 novembre sarà di certo ricordato come giorno storico per i birmani che, per la prima volta dopo 25 anni, hanno potuto esprimere il proprio parere alle urne. Le prime elezioni democratiche del Myanmar dopo la caduta del regime militare, avvenuta nel 2011, hanno visto fronteggiarsi 90 partiti in totale; gli schieramenti considerati più favoriti erano però soltanto due: la National League for Democracy (NLD), capeggiata dalla premio Nobel Aung San Suu Kyi, e lo Union Solidarity and Development Party (USDP), partito del Presidente uscente Thein Sein che, nella pratica, non è altro che l’emanazione della vecchia giunta militare.

La NLD era considerata favorita da tutti gli osservatori ma, in assenza di veri e propri sondaggi elettorali, restava il dubbio che il partito della ‘Signora’, come Aung San Suu Kyi viene chiamata dai birmani, non avrebbe ottenuto una percentuale sufficiente di voti per poter governare. In base alla Costituzione birmana del 2008, infatti, il 25% dei seggi è riservato ai militari, indipendentemente dal risultato delle consultazioni. Ciò significa che all’USDP sarebbe bastato il 26% dei voti per ottenere la maggioranza in Parlamento.

Un altro rischio delle elezioni era che si ripetesse quello che già accadde nel 1990, anno in cui i militari permisero ai cittadini birmani di andare alle urne, per poi annullare il risultato finale che aveva visto la vittoria di Aung San Suu Kyi con uno schiacciante 80%. Nonostante tutte queste incognite la NLD non ha deluso le aspettative ottenendo più del 70% dei voti ed assicurandosi così la possibilità di governare con una maggioranza stabile. Dal canto loro, i rappresentanti dell’USDP hanno ammesso la sconfitta, dichiarando l’intenzione di rispettare l’esito delle votazioni.

Sembrerebbe una nuova rinascita per il Myanmar dopo 50 anni di regime militare; in realtà la transizione democratica è ancora soltanto all’inizio, molto dipenderà dalla capacità di Aung San Suu Kyi e del suo partito di misurarsi con le molteplici problematiche che un Paese come questo presenta.

Il primo elemento critico che andrà affrontato sarà quello delle regole imposte dalla Costituzione. In effetti, non solo i militari si sono arrogati il diritto di nominare i ministri della difesa, degli affari interni e degli affari di confine, ma hanno anche inserito una clausola secondo cui chi sposa una persona di cittadinanza non birmana non può ricoprire la carica di presidente; proprio questa clausola colpirebbe la “signora” del Myanmar, il cui defunto marito era di cittadinanza britannica. Il primo problema sarà quindi capire se la premio Nobel, leader del partito vincitore, riuscirà a cambiare la Costituzione in tempo per la nomina presidenziale prevista per l’inizio del 2016.

Una seconda tematica da affrontare sarà quella della pacificazione interna del Paese che presenta una popolazione molto variegata: il 60% degli abitanti dello Stato sono di etnia birmana, stanziati nelle zone più centrali del territorio e di religione buddista; il restante 40% è formato da varie etnie che occupano le zone più periferiche del Paese, impervie ma ricche di risorse. Le popolazioni stanziate nella periferia sono organizzate in quindici milizie armate, apertamente ostili al governo centrale. Con otto di questi gruppi armati è stato firmato un cessate il fuoco poco prima delle elezioni, ma quelli principali sono rimasti fuori dalle trattative.

Una risposta a questo problema per Aung San Suu Kyi potrebbe essere il federalismo, prospettiva già auspicata nel 1947 dall’allora presidente Aung San, padre della premio Nobel, che in seguito a questa decisione venne assassinato. Non è però chiaro quali siano le reali intenzioni della NLD a questo riguardo in quanto il tema non è stato approfondito in campagna elettorale.

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